Dopo molti anni di lavoro come educatrice in Arché posso dire che spesso le donne che accogliamo sono cresciute senza madre, con madri disfunzionali, assenti o, in alcuni casi, con dipendenze affettive o da sostanze.

Diventare madri senza aver avuto un modello di riferimento amorevole rappresenta per loro l’opportunità di riporre in un angolo l’esperienza di un passato doloroso, provando a offrire la cura che avrebbero voluto ricevere; un tentativo di interrompere la catena per basare il rapporto con i figli sulla presenza e sull’empatia.

Non è sempre facile: l’assenza, fisica o emotiva, di una figura genitoriale impedisce lo sviluppo di strumenti fondamentali per affrontare la vita. Questo vuoto si manifesta poi in età adulta, con difficoltà nella gestione delle emozioni, problemi di autostima e/o un senso di solitudine profonda, proprio perché non si sono potuti interiorizzare modelli di attaccamento sicuri.

A volte capita di incontrare donne che scelgono di non fare il genitore, ma di essere la compagna di gioco, quella con cui ballare e cantare a squarciagola, andare a fare shopping o pranzare fuori con le amiche. È sempre molto bello per i bambini: niente regole da seguire, sempre tanta gente nuova da conoscere, ogni tanto saltare la scuola e dormire fino a tardi perché la sveglia non è suonata. Ma quali sono le conseguenze? Anche se essere “genitori amici” in un primo momento sembra molto divertente, quando manchiamo di tracciare dei confini provochiamo confusione emotiva. Bambine e bambini si trovano a gestire emozioni troppo grandi per loro senza degli strumenti adeguati, e in assenza di una guida questi bambini rischiano di diventare sempre più insicuri e provocatori.

È necessario educare con gentilezza, cercando di rimanere calmi anche nei momenti più difficili. La vera forza sarebbe quella di unire gentilezza ed empatia. Il genitore perfetto non esiste, e non è ciò di cui l’infanzia ha bisogno: servono adulti affidabili, in grado di orientare anche durante le tempeste.

[📸 Jhon David, unsplash]

Altre volte ho conosciuto donne che consideravano il proprio bambino quasi come un trofeo da mostrare. Sempre in ordine, ben vestito, molto educato, talvolta assecondando in tutto e per tutto le imposizioni dell’ex compagno violento di cui continuano a temere il giudizio. Un piccolo ometto ben istruito su cosa dire, come comportarsi, cosa fare o non fare. La sindrome del super genitore, spesso chiamata anche sindrome del genitore perfetto, o over-parenting, indica l’eccesso di cura e il perfezionismo genitoriale. Si manifesta quando madri o padri si sentono i soli responsabili della felicità e del successo dei figli, trasformando la genitorialità in una performance logorante.

Poi ci sono le mamme che inconsapevolmente rispondono alle mancanze di cui hanno sofferto durante la propria infanzia: non concepiscono la tristezza o la noia del figlio e naturalmente esaudiscono ogni suo desiderio. I figli devono avere tutto ciò che è mancato a loro, oltrepassando ogni regola o dialogo. È la sindrome della mamma chioccia: uno stile di vita genitoriale iperprotettivo e ansioso. C’è un bisogno costante di anticipare i bisogni del figlio, isolarlo dai pericoli reali o percepiti del mondo esterno.

E invece, quali sono le cosiddette famiglie disfunzionali di cui spesso si sente parlare?

Un genitore disfunzionale è quella figura il cui comportamento non garantisce sicurezza emotiva e supporto ai figli. Questo genera dinamiche relazionali tossiche che possono compromettere il benessere psicologico a lungo termine.

In Arché mi sono confrontata con diversi tipi di madri disfunzionali. Ci sono madri talmente invischiate nello sviluppo dei propri figli da non permettere loro il naturale processo di separazione e crescita, ostacolandone il percorso verso l’autonomia e la formazione di una propria identità; ci sono madri assenti, o emotivamente indisponibili, e dunque non capaci di sintonizzarsi sui bisogni affettivi del bambino, non offrendo conforto o validazione emotiva.

Esistono poi genitori che soffrono di dipendenza da sostanze e/o affettiva. Soprattutto nel secondo caso sono persone che utilizzano il senso di colpa e il gaslighting, una forma di manipolazione psicologica. Soffrono perennemente di sindrome dell’abbandono da parte dell’altro e subiscono una lenta perdita della propria autonomia. Questo timore a volte è paralizzante e spinge i figli, lasciati a sé stessi, ad assumersi responsabilità che competono agli adulti.

Accanto a queste situazioni delicate ci sono donne che, nonostante un’infanzia dolorosa o una vita di coppia segnata dalla violenza fisica, sono riuscite a difendere e proteggere l’amore verso i propri figli. Il passo più importante per loro è rompere il silenzio: denunciare diventa l’unica via di uscita. Con quel gesto la loro vita cambia: case rifugio, comunità, housing sociali per aspirare infine a una vera casa. L’amore incondizionato per i figli si traduce nella volontà incrollabile di spezzare la catena della violenza, offrendo ai più piccoli un ambiente sano e amorevole in cui crescere lontano dalla paura.

Come fa una persona a donare amore e rispetto se dalla nascita non ne ha mai ricevuto? Si può imparare a fare il genitore?

Anche se non si è ricevuto affetto, è possibile apprendere stili di accudimento sani, focalizzandosi sulla presenza, sulla sicurezza e sulla validazione delle emozioni della bambina o del bambino. È fondamentale ricordare a queste donne il grande cammino che hanno fatto: devono imparare ad amarsi e capire che si è meritevoli di amore anche se non lo si è ricevuto. Ecco, quindi, che spesso l’amore per il proprio figlio nasce in modo istintivo; un sentimento tutto nuovo da coltivare come un germoglio, che non dipende dalla storia passata.

Il compito degli educatori è e sarà sempre quello di rimanere accanto a queste ragazze, donne e madri, senza giudizio e senza imporre alcun tipo di metodo educativo, offrendo loro strumenti per accogliere i loro figli e per metterle nelle condizioni psico-fisiche di accompagnarli in piena autonomia.

Paola Ciaglia, educatrice