Fratellanza o inimicizia? La chiave del futuro è la relazione

Intervento del professor Franco Vaccari, Presidente dell’associazione “Rondine – cittadella della pace”, ad Incontro tendenza, l’Arché Live del 2015.

Buongiorno a tutti e grazie, don Giuseppe, di avermi invitato. Saluto con grande stima il sindaco di Milano e tutti voi.

Siccome vengo presentato con l’etichetta del candidato premio Nobel per la pace, che da ieri non c’è più, sono un po’ “nudo”. Ma sono rivestito di felicità per le persone a cui è stato dato il premio, molto. Siamo molto felici.

Noi siamo stati felici per due motivi: uno è perché non l’hanno dato alla Merkel; invece siamo molto felici perché Quartetto per il dialogo in Tunisia è un’esperienza formidabile, che noi conosciamo, siamo in rapporto con loro, di ciò che rimane più vivo della primavera Araba, a Tunisi.

Un’esperienza di rafforzamento dei processi della democrazia dal basso, dalla società civile, è stata riconosciuta. Noi pensiamo e speriamo che questo nobel rafforzi questa sponda sud del Mediterraneo con cui noi vogliamo convivere, vogliamo conoscere, vogliamo stringere relazioni che saranno di salvezza per l’Europa.

Don Giuseppe mi ha chiamato perché condividiamo qualcosa? Sì, condividiamo tanto, condividiamo molto. Io conoscevo qualche cosa grazie a degli amici comuni che poi ci hanno fatto incontrare.

Un po’ di storia brevissima, anzi una preistoria e una storia. La preistoria bisogna che la dica perché Don Giuseppe ha chiuso con il sogno e io bisogna che ricominci da lì. Sì, perché questa rondine di cui si parla, e che ci stimolerà a condividere qualche riflessione, è un borgo a 10 km da Arezzo. Quindi non è che abbiamo dato noi il nome. No, non è così la storia.

La storia è all’incontrario: c’è un borgo a 10 km da Arezzo, che si chiama “Rondine” e si trova sull’Arno. Sono 20 case. Quando era abitato c’erano circa un centinaio di contadini intorno ad un castello dell’anno 1000, tutto diroccato. Succede che eravamo un gruppo di giovani famiglie che volevamo realizzare una comunità sull’onda del Concilio Vaticano II, di condivisione, di accoglienza fraterna, di apertura alla condizione delle persone più svantaggiate e cercavamo un luogo dove poter realizzare questo.

Ci dette un’indicazione l’allora vescovo di Arezzo: “Andate lì, perché mi piange il cuore: è tutto abbandonato”. E noi sbagliammo strada. Cominciammo così: andammo da un’altra parte, non sapevamo neanche dov’era.

Quel giorno, nell’animo di questi quasi trentenni che eravamo, è nato qualcosa che è strano. Però lo vogliamo togliere dalla retorica, non fa servizio alla realtà concreta che deve andare avanti, no? Lo indaghiamo come motore di azione. Perché lì è il motore, dobbiamo capirlo questo: abbiamo avuto un presentimento.

Forse le donne mi possono capire meglio, quando si attende un figlio, perché è un presentimento, un presagio. Non era ancora un sogno perché poi si è realizzata una cosa che è molto diversa da quella che in quel giorno, in quel tempo pensavamo.

Perché dico questo? Perché c’è un motore che genera spinta verso il futuro in ognuno di noi, credo. Però poi ci vuole la disponibilità ad incontrarsi con l’altro, perché l’altro ci fa cambiare strada. Su questo vorrei riflettere con voi un po’.

Noi ci siamo trovati perché se non incontriamo l’altro, vuol dire che tiriamo dritti. E “tirare dritto” vuol dire spesso tirare dritto per la propria strada, non guardare né a destra né a sinistra e non renderci conto che magari potremmo, pure senza voler ferire qualcuno, o non riconoscere qualcuno che ha bisogno di noi. Guardarsi un po’ a destra e a sinistra, e insomma fuor di metafora, incontrarsi davvero con l’altro, ci fa cambiare strada e la nostra è una strada cambiata.

Perché? Perché dopo tanti anni in cui pensavamo obiettori di coscienza e tutta sti tema qua, accoglienza, società, esperienza forte con i disabili, i detenuti in semilibertà, abbiamo lavorato nel carcere di Arezzo.

Dopo tutta questa esperienza nasce una cosa stranissima. A un certo punto ho avuto la grande fortuna di conoscere La Pira. Quindi tutto il mondo lapiriano, eccetera. Andiamo a vedere che è successo di La Pira a Mosca. Vi ricordate la visita al Cremlino? Dopo 20 anni siamo andati e abbiamo conosciuto tutti quelli che stavano uscendo dai gulag. E questi li invitiamo da noi, vengono da noi e uno, soprattutto, Dimitri Lichacev, ci dice: “Voi tra Camaldoli, l’Averna, questo posto e questo semidistrutto, dovete far venire i popoli in guerra, perché qui fanno la pace”.

Bellissima. Lanciare una frase così è bellissima e anche agghiacciante perché, bella frase, poi spegni la luce, vai a dormire e che ti rimane? Siamo sempre nella categoria del sogno e non della concretezza.

Succede che scoppia la guerra nel ’95 tra Russia e Cecenia. Voi lo ricorderete: i carri armati di Eltsin entrano a Grozny, grande città, 400.000 abitanti, inizia la guerra. Gli amici ci dicono: “Guardate, quando scoppia una guerra, chi vuol far fare la pace…”, ecco, fare ci comincia ad interessare, “…deve mettersi insieme e far dialogare i due eserciti”.

– “Io sono un insegnante, faccio lo psicologo, non ho competenze.”
– “No, funziona così: prima delle grandi organizzazioni, in ogni conflitto, c’è qualcuno che si butta là, vuoto a perdere, e crea il primo ponte per vedere quali sono i due partiti della pace e i partiti della guerra tra tutti e due i fronti. Io non lo sapevo, però dicemmo di sì. Sul filo di un’amicizia e di una fiducia. Ci siamo trovati a fare sei mesi una mediazione di pace tra gli Eltsin e i Dudaev, tra la Russia e la Cecenia, che terminò nel maggio del ’95, mettendo a fuoco una tregua di 72 ore tra i due eserciti.

Noi non siamo peace-keeper, noi non siamo niente, nulla di questo. Lo facciamo, la tregua viene fatta saltare in aria. E che cosa è successo? È successo però che noi usciamo di scena, le organizzazioni che fanno queste cose prendono in mano le trattative di pace. Che è rimasto? È rimasto l’incontro concreto per 5 mesi con questi personaggi.

Noi non abbiamo mai incontrato i capi, abbiamo incontrato tutti i consiglieri dei capi, chiaramente, no? Era tutto segreto, era tutto secretato. C’eravamo mossi sempre in concordanza con il Ministero degli Esteri del nostro Governo, il senatore Mignone, seguiva tutta l’operazione.

Che era nata? Era nata una fiducia. Era un incontro. E da queste persone arriva la richiesta di far studiare i loro giovani, che ormai hanno un Paese devastato dalla guerra: Grozny era totalmente rasa al suolo, 400.000 abitanti, un cumulo di macerie. Farli studiare da noi perché non potevano più studiare a Mosca, i ceceni chiaramente. La nostra risposta fu questa: “Sì, ma anche i russi. Sì, ma anche i russi”.

Voi capite che dietro questa microsequenza di conversazione telefonica nel cuore della notte c’è una storia. Ma se riesco a comunicarvelo c’è una storia, ci sono storie e c’è un incontro di fiducia reciproca. E loro ci risposero con un po’ di umorismo: “Se trovate un russo disposto a dormire in camera con un ceceno, noi non abbiamo problemi”. In effetti i ceceni che avevo incontrato anch’io erano una roba un po’ seria.

Con le nostre amicizie ponemmo una domanda e trovammo i primi due giovani russi. Quando parlo di questo cito sempre i nomi e sono: Iliah e Sergey e, di là, Moussa e Yass. Perché dico questo? Perché la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, si fa con i “sì”. E questi 4 giovani, con i loro sì a questa proposta, un po’ ai limiti della follia, con il loro sì hanno dato vita, 18 anni fa, al progetto di “Rondine cittadella della pace”. Ecco qua. Questa è la storia.

Ringrazio Giuseppe di darmi questo tempo per poterne parlare un attimo perché quando arriva, per esempio, televisione e stampa: “Come è nata, come ha avuto quest’idea?”. E dico: “Non è che nessuno aveva mal di pancia quella notte, disturbi del sonno, arcangelo Gabriele,…”.

Niente di tutto questo, niente piume, ma una storia viva, di relazioni vive, di apertura, di incontro e di disponibilità all’incontro, con quello che porta. Quindi paradossalmente noi ci abbiamo messo sì la nostra storia, ma poi le richieste esplicite degli altri hanno condotto la storia.

Perché ciò che si costruisce insieme non è patrimonio di qualcuno, non è gelosia di qualcuno, ma è la gioia di tutti che si diffonde, è un elemento condiviso. E quindi i sogni non sono quelli individuali che portano alla felicità: quelli si consumano con un’edizione dietro all’altra di smartphone.

Sono i sogni collettivi che generano continuamente felicità, bene comune, città belle, abitate bene. Questi sono i sogni comuni. E allora la storia di Rondine in 18 anni è cresciuta, perché sono arrivati i giovani dai luoghi di guerra e a Rondine si vive questa esperienza.

Quindi noi come affrontiamo il tema della pace che, sentite, ne parlo poco perché c’ho allergia pure alla parola “pace”, nel senso che ho sempre paura della retorica. Che si fa alla svelta dire qualche cosa ma è molto più entusiasmante viverla.

Allora: noi accettiamo i giovani che vengono dai luoghi di guerra. Quindi il titolo per venire a Rondine è: “Essere nemico di qualcun al