Il Duomo di Milano in una sera d’inverno. Il marmo che raccoglie gli ultimi bagliori di luce della giornata, il crepuscolo che fa venire quello strano tremore nel cuore, di quando quello spettacolo appartiene un po’ anche a te. Pure se hai il velo sulla testa che ti copre i capelli, come Esraa, e persino se tra poco è l’ora della preghiera islamica, come per Saif. Perché si può essere milanesi nel cuore, ma anche arabi, e ci si può sentire profondamente italiani, ma anche musulmani.

Cambiano i volti che ti passeggiano di fianco per strada, e scopri che il sentirsi parte della stessa comunità nasce da sentimenti intimi, da qualcosa che risiede in stanze del cuore più remote. Il modo di vestirsi, di pregare, di parlare segna una diversità visibile, ma non alza muri. Così, in questo articolo ci sono le storie di alcuni ragazzi poco più che ventenni, musulmani di fede, arabi di origine, milanesi di appartenenza, che hanno dato il loro contributo alla comunità in cui vivono. Proprio perché se ne sentono parte.

Per esempio Esraa: ha 21 anni, porta il velo, è musulmana, è milanese, è egiziana, è italiana. Tiene insieme serenamente la fede per Allah e il suo sentirsi radicata e perfettamente appartenente alla stessa città dei suoi compagni di università. Piazza Duomo, a Milano, è anche casa sua, San Babila è dove frequenta le lezioni, la Stazione Centrale è dove ha deciso di dedicarsi al volontariato.

Tutto è nato spontaneamente l’anno scorso, in estate, quando a Milano c’è stata l’emergenza dei profughi siriani. Esraa studia Scienze internazionali alla Statale, la vita da studentessa le lasciava spazi vuoti, lei masticava guerre e crisi umanitarie sui libri, si è resa conto che qualcosa di serio le stava succedendo sotto il naso e siccome parla arabo ha deciso di vedere se poteva dare una mano.

“Un giorno sono andata in Centrale. Sapevo della presenza di centinaia di profughi. Ho trovato famiglie con bambini, anziani e disabili, ma anche ragazzi soli, che guardavano imbambolati, naso all’insù, i cartelloni delle partenze in italiano. Ho iniziato chiedendo loro dove dovevano andare e mi sono ritrovata a fargli da consulente. Per ore, per giorni, ho ascoltato, valutato, fatto i conti sui tempi di percorrenza e sui costi, sulle probabilità di ottenere subito asilo politico o di essere cacciati con famiglie che volevano raggiungere la Germania o la Svezia. Avevano visto l’inferno, e mi hanno cambiato la vita. Prima pensavo a comprarmi vestiti, adesso penso che la vita sia la cosa più importante”.

Saifuddin Abuadib, Saif per tutti, ha 30 anni e dirige il centro semiresidenziale per senza dimora e profughi di via Mambretti a Milano. Sta per laurearsi in Scienze dell’educazione: “Sono nato a Casablanca, ma ho vissuto 28 anni a Modena”. Non ha la cittadinanza ma la sua italianità è lapalissiana. I suoi genitori sono in Italia da 30 anni e da quando era piccolo lo hanno portato con loro nelle associazioni di volontariato dove prestavano servizio. Il risultato è che Saif è stato in Sri Lanka dopo lo tsunami, in Siria due anni fa e, dopo il terremoto dell’Emilia, (“Era casa mia, era normale”, dice) ha diretto un centro per terremotati in una palestra. Infine, ha aiutato anche lui i profughi siriani alla Stazione Centrale di Milano: “Essere più vicini alle creature di Dio ti aiuta ad avvicinarti a Lui – dice – la fede ti permette di reputare tutti quanti come fratelli, di guardare a tutti quanti come te stesso, di vivere la vita con molta più tranquillità”.

Quante altre storie come queste potremmo trovare, se solo sapessimo guardare oltre l’ombra della diffidenza e della paura?

 

Stefania Culurgioni


Immagine | @HernanPinera