Elena Giovanardi

Elena Giovanardi è stata uno delle ospiti dell’Arché Live 2020 “Questo è il fiore”. Assieme a Ingrid Bianchetti, direttrice della comunità Casa Carla, ha presentato il suo ultimo libro “Psicoanalisi e accoglienza. Di guerrieri indifesi ha bisogno il mondo“, soffermandosi sul tema dell’accoglienza dei migranti e del loro rapporto con operatori e operatrici.

Ingrid Bianchetti: Grazie Elena di essere qui oggi.

Per me è un grande piacere essere qui oggi a presentare il tuo libro “Psicanalisi e accoglienza, di guerrieri indifesi ha bisogno il mondo” di guerrieri indifesi ha bisogno il mondo, pensando al titolo dell’Archè live di oggi, penso che quei guerrieri indifesi siamo noi di Archè che siamo armati, anzi disarmati, di un fiore che è il fiore della gentilezza, della bellezza e del volontariato.

Partirei dalla bellissima prefazione di Paolo Dell’Oca che secondo me ti dice una cosa molto importante e molto bella da dire ad una giovane professionista nel campo dell’accoglienza e della psicanalisi, ovvero Paolo parlando di sé in realtà ci invita a riflettere sul fatto che molti di noi hanno delle teorie ingenue nella mente, ma molto spesso non si prendono il tempo e lo spazio emotivo per fare poi i conti con l’abisso che incontrano nell’incontro, che trovano appunto nell’incontro con l’altro.

Invece, tu Elena con questo scritto, hai sicuramente dovuto farci i conti proprio perché ti sei trovata di fronte ad un giovane ragazzo che, mentre chiedeva asilo politico per una nuova vita, scopre di avere un esito nefasto e quindi una malattia terminale, quindi direi che questo è il libro anche di Arché nel momento in cui, come scrivi tu nel libro, trovo molto bello che dici che noi operatori, quindi psicanalisti anche del settore educativo siamo un po’ chiamati a fare un esercizio di umiltà.

Io, aggiungerei anche a dire un esercizio di gratuità nell’incontro dell’altro, parlerei di gratuità nel momento in cui ci mettiamo di fronte all’altro quindi un po’ mettendo da parte noi stessi come persone desideranti. Noi stessi come figli e le nostre sofferenze le mettiamo a parte perché, come dici, tu l’incontro con l’altro, la soggettività dell’altro sono sacri e quindi dobbiamo presentare il nostro vuoto ecco questo direi che è un percorso che anche noi operatori siamo chiamati a fare, un percorso molto difficile e quindi Elena quando parli di accoglienza come di sicurezza nell’insicurezza, che cosa intendi?

Elena Giovanardi: Allora, grazie intanto per le bellissime parole, non nascondo che sono molto emozionata, quindi… diciamo che questa domanda aprirebbe… cioè dovrei raccontare tutto quello che ho scritto, quindi cercherò di essere sintetica e di focalizzarmi su quello che per me è stato centrale nel pensare all’accoglienza come sicurezza nell’insicurezza, nel senso che di fatto quando ci proponiamo di accogliere storie, vissuti di persone che hanno attraversato una vita con questa portata di sofferenza, di dolore, di malessere, di malattia, morte e guerra, vuol dire tollerare.

Di aprire una finestra su una sofferenza che è anche la nostra, perché di fatto la sofferenza e la vulnerabilità fanno parte della vita e porsi in una posizione di accoglienza vuol dire accogliere senza porsi già gli obiettivi, senza dare già delle risposte, ma capaci di tollerare quell’insicurezza dettata dal non sapere, dall’accogliere quell’universalità che è l’altro e che è ignota, quindi misurarsi con quel vuoto.

Che, però, è un vuoto che induce a cercare, induce a cercare di capire chi abbiamo davanti e crea proprio quello spazio che permette un movimento e non tanto un capire, un focalizzare, un definire, quanto aprire lo spazio alla possibilità di un’evoluzione, quindi l’accoglienza sicuramente non basta però è un punto di partenza fondamentale per creare questo spazio di movimento.

Elena Giovanardi

Ingrid: Grazie. Mi hai invitato a riflettere quando parli di accoglienza anche in particolar modo degli immigrati nel senso che ribalti un po’ anche l’idea che abbiamo noi di accoglienza, ovvero molto spesso anche noi operatori ci troviamo di fronte a degli immigrati e pensiamo di sapere quale sia il motivo della loro sofferenza, lo diamo per scontato.

Rispondiamo a delle domande senza che neanche, a volte, ci vengano fatte le stesse domande. Diamo già delle risposte a patire dal presupposto che siamo noi ad accogliere gli altri, mentre appunto tu nel tuo libro ribalti un po’ questa idea di accoglienza perché è vero che noi accogliamo gli altri, ma per essere, per poter accogliere gli altri, dobbiamo un po’ anche essere accolti dagli altri e quindi fai secondo me un piccolo studio sulla parola ospite che in realtà sostieni essere una parola un po’ limitante perché se ci pensiamo bene chi è ospite, in realtà, non è a casa propria.

Elena: Eh sì, diciamo che questa riflessione sul concetto di ospite come limite, è molto personale nel senso che non si propone tanto di essere una critica a questo termine. Nel senso che l’obiettivo di porre l’attenzione su questo termine non è certo quello di trovarne uno diverso, di cambiarlo o di metterlo in discussione, quanto un invito un po’a soffermarsi sul significato che hanno le parole.

Chiamare, cioè definire delle persone ospiti, porta con sé inevitabilmente quello che giustamente dicevi tu.

Ospite, originariamente, nasce con una doppia accezione: c’è chi ospita, ma anche chi è ospitato. Ad oggi, almeno su di me, se io penso alla parola ospite mi viene in mente solo chi è ospitato e quindi mi dà. Va da sé che la prima cosa che mi viene in mente, è il fatto che non è padrone di quel posto, non è a casa sua.

Poi, certamente, non è né la casa né la parola che portano una persona a potersi sentire a casa quanto, la possibilità ad autorizzarsi a vivere quel posto come proprio, a sentire quello spazio come casa, a poterselo prendere, però credo che sia importante anche porre l’attenzione a quella che è la nostra aspettativa nel momento in cui proponiamo una parola perché poi rischia di diventare confondente e quindi porre attenzione anche al senso che i termini hanno per noi aiuta a togliere di mezzo, diciamo, tutti quegli impliciti che poi agiscono in modo sotterraneo, ma nell’intervento quotidiano passano.

Ingrid: Grazie e parlando di questo giovane ragazzo che chiameremo A, perché appunto anche nel libro decidi con un po’ fatica di chiamare A per questioni di privacy, esordisci dicendo che ti ha insegnato la differenza tra essere nella vita o stare nella vita.

Elena: Sì, per quanto appunto presentandolo, ho proprio raccontato che il passaggio è stato dal lavorare con una persona che veniva per chiedere accoglienza e per concludere la sua vita a quello che poi, di fatto, è stato un percorso estremamente vitale e credo che il passare dallo stare all’essere della vita, abbia a che fare con la qualità della nostra vita. Nel senso di passare da un viverla delegando quello che ci succede, quello che capita, quello che di fatto la vita è la mia cultura, il paese di provenienza, la condizione che sto attraversando, lo status che mi viene riconosciuto, ad assumermelo, cioè farlo mio.

Partire dicendo questa è la realtà, cioè questo è il terreno su cui i miei piedi sono poggiati, vediamo che strada prendere. E credo che essere nella vita vuol dire avere il coraggio di vivere in prima persona tutto quello che capita, dove quello che capita può essere anche la vulnerabilità, ma è quella che fa vibrare, ci fa sentire di essere vivi, quindi in questo senso credo che sia profondamente vitale”.

Ingrid: “Grazie. Appunto con A nel tuo libro dici che hai dovuto fare un passo indietro, hai dovuto fare un passo indietro e quindi ci racconti molto bene, ci fai proprio entrare nelle vostre sedute di analisi che ci racconti essere caratterizzate da lunghe pause, lunghi silenzi, in tre ore in cui diciamo che secondo me il tuo lavoro di qualità è stato quello di capire quale fosse il momento giusto per tollerare un silenzio durato anche un’ora o più ore di seduta, ma allo stesso tempo per non trasformare quel silenzio in una sua solitudine.

È stato anche molto poetico quando scrivi che siccome lui non sapeva bene l’italiano e l’inglese facevate dei disegni per comunicare tra di voi durante quegli spazi vuoti, durante quei silenzi, ma che in realtà erano pien