educatori da remoto

Remoto: lontano nello spazio e nel tempo, in senso spaziale sottintende spesso un’idea di isolamento o di solitudine, in senso temporale vi si associa spesso un’idea di favoloso e di vago assumendo talvolta il sign. di difficilmente realizzabile.

Il vocabolario non è ottimista quando cerchiamo il significato di un termine protagonista del lavoro di molti nostri educatori in questi mesi, il lavoro da remoto. E nella realtà dei nostri servizi cos’è accaduto?

A metà marzo i servizi di sostegno educativo ai minori erano stati sospesi dal Comune di Milano come forma di tutela per loro, le famiglie e per tutti gli operatori che offrivano questo supporto. Sebbene le questioni mediche non fossero messe in discussione, a questi bambini serviva comunque monitoraggio: sospendere gli interventi rischiava di compromettere tutto il lavoro svolto in precedenza. Come Arché ci siamo quindi chiesti come potevamo continuare ad offrire il servizio, rispettando le regole del distanziamento sociale attuato in occasione della pandemia Covid-19.

La risposta conteneva la parola ricercata nel vocabolario: i collegamenti da remoto. Sebbene all’inizio non siano mancate le difficoltà, grazie alla pratica siamo riusciti nel nostro intento e ne siamo rimasti anche piacevolmente stupiti: i ragazzi e le ragazze apprezzavano questa relazione fatta di informatica, link e film in streaming.

Educatori da remoto, la vicenda di Giulia

Giulia ha 11 anni, è una ragazza cinese di 2° generazione e vive a Milano. Inizialmente il lavoro educativo con lei era cominciato per offrirle uno spazio di esclusività, in virtù del poco dialogo e dei rapporti tiepidi tra lei e la famiglia.

Claudia, l’educatrice di Arché che l’ha accompagnata in questo percorso, doveva trovare un modo di metterla più in contatto con i suoi sentimenti, tenuti a distanza un po’ dal suo carattere e un po’ dalle relazioni con i suoi familiari.

Ma come fare?

Giulia ha una passione per il disegno, in particolare quello di manga ed è stato questo a far scattare nell’educatrice la scintilla della creatività: le ha proposto di disegnare un fumetto e Giulia ha aderito con passione. Ma guardando i primi disegni che le arrivavano, Claudia ha compreso che il manga protagonista di quegli schizzi era Giulia stessa. E la figura che affiancava quel personaggio non poteva che essere l’educatrice!

Giulia e Claudia vivono mille avventure disegnate, ma la cosa più importante è che la piccola è riuscita ad entrare in contatto con sé stessa, disegnandosi triste e pensierosa, specchio del suo sentire in questo strano momento di distanziamento sociale, riuscendo così ad esprimersi e forse a capirsi un po’ di più. Se dare il nome ad un problema è il primo modo per superarlo, disegnarlo abbiamo imparato che potrebbe essere il secondo.

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Il caso di Daniele

Daniele è un bimbo autistico di 5 anni. Come immaginabile è difficile approcciarsi con lui senza creargli disturbo o fastidio e con il lockdown, le cose si sono fatte ancora più difficili.

Se ad un bambino puoi spiegare tutte le ragioni dietro alla quarantena, farlo con Daniele diventa infinitamente più difficile.

Come puoi dirgli: “Non vengo perché c’è il Covid-19”?

Così questa volta è stata Claudia che ha disegnato per il piccolo Daniele un fumetto che parla del virus, dei motivi dietro al distanziamento sociale, del fatto che lei non è sparita, ma che ora devono raccontarsi al telefono le loro giornate e che gli ricorda tutte le cose belle che poteva fare per superare il periodo della pandemia: giocare con la mamma, il fratellino e con i nonni, in modo da poter stringere relazioni serie e continuative con loro. Anche questo ha permesso a Daniele di accogliere il lavoro degli educatori da remoto con maggiore tranquillità.

Nessuno scrive che lavorare così sia meglio che dal vivo. Intendiamoci, è molto più complicato. Però il nostro lavoro consiste nel trovare tutti i modi per provarci. E i disegni che potete ammirare sotto (con i nomi rigorosamente cancellati) testimoniano questa determinazione.

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Educatori da remoto, e poi c’è Martina

Martina ha 8 anni, vive con la nonna materna e con la madre, insegnante. Questo (il lavoro della mamma) aiuta moltissimo.

Il padre è in carcere, ma Giuliana (la madre) aveva capito quanto fosse importante come figura per la piccola. Perciò, andavano insieme a trovarlo per mantenere i rapporti, ma arrivato il Covid-19 tutto questo è, ovviamente, diventato impossibile. Come poteva Martina continuare a vedere il suo papà?

Giuliana ha pensato di cominciare a girare dei video sulla quotidianità della piccola: da cosa fa nei pomeriggi, ai cani che vedono dal balcone, dai compiti ai giochi con le bambole, dalla crescita dei capelli a quella dei piedi. Raccolta una buona quantità di materiale lo inviavano, settimanalmente, al padre.

La mamma si è occupata del montaggio e delle riprese, tagliando le parti in più e aggiungendo musiche e scritte, aiutando così Martina a continuare a vedere il suo papà in un momento difficile come questo.

Ci sono anche gli educatori a dare una mano alla piccola: adesso che il periodo di lockdown è finito, Alice gioca con Martina a battaglia navale, distraendola da quello che altrimenti sarebbe un uso continuato e eccessivo di computer, TV e videogiochi.

Non è stato facile, ma grazie all’impegno e alla creatività degli “educatori da remoto” siamo riusciti a continuare ad offrire il servizio, esplorando modalità inedite dando così un nuovo significato alla parola “remoto”: lontano nello spazio e nel tempo vicino nell’affetto, in senso spaziale sottintende spesso un’idea di isolamento o di solitudine desiderio di relazione e di compagnia, in senso temporale vi si associa spesso un’idea di favoloso e di vago concreto assumendo talvolta il sign. di difficilmente realizzabile. Ma possibile.