Assistente sociale di formazione con una lunga esperienza nelle istituzioni, il nuovo direttore generale operativo di Arché, Simone Zambelli, ha partecipato alla Conferenza nazionale sulle Droghe “Oltre le fragilità” di Genova ed è intervenuto agli incontri della conferenza autoconvocata “Stop war on drug: facciamo la pace con le droghe e con chi le usa” a cui hanno preso parte vari esponenti della società civile.

Simone Zambelli

Come sono andate le giornate di Genova?

La conferenza nazionale sulle dipendenze “Oltre le fragilità”, che non veniva convocata dal 2009, è stata sicuramente un momento importante per costruire un piano nazionale per aggiornare il testo unico in materia di stupefacenti. Risale al 1990: ha più di trent’anni! Personalmente sono stato invitato sia come assistente sociale che come ex amministratore locale: è stata l’occasione per tornare a parlare di fragilità, dipendenze e servizi. Non capita spesso in Italia di parlare di questi temi.

Hai già fatto un bilancio?

Sono intervenuto al fuori conferenza promosso da diverse organizzazioni e mi è piaciuto molto conoscere meglio una realtà importante come San Benedetto al Porto, fondata e ispirata da Don Andrea Gallo. Una figura così importante da essere citata anche nel convegno ufficiale dal cardinale Tasca che ha esortato tutti a promuovere politiche giovanili senza utilizzare solo un approccio sanzionatorio e coercitivo. “Bisogna farsi vicino a chi sta male sulla strada, non fare terra bruciata. Ma aiutare a fare piccoli passi coloro che ne hanno bisogno, ancora prima che si rendano conto di questo”, sono state le sue parole in cui mi sono ritrovato.

Quanto è stato importante fare un convegno nazionale? Quanto è importante tornare a parlare di droghe in una logica di sistema e non sensazionalista?

Era molto importante visti i consumi di droga in costante aumento a cui corrisponde, come ha ricordato anche Don Ciotti nel suo lungo e articolato intervento, un sostanziale disinvestimento da parte dello Stato: gli investimenti sulla prevenzione sono calati del 50% e il personale dei Ser.t è sempre più ridotto. Il convegno è servito proprio a tornare a parlare di questi temi: servizi, fragilità urbane e dipendenze, rimettendole al centro dell’attenzione di politica e società.

Elefante nella stanza delle giornate di Genova era il referendum sulla cannabis che, firmato da più di mezzo milione di cittadini, dovrebbe tenersi nei prossimi mesi. Che idea ti sei fatto partecipando al convegno?

In molti hanno messo l’accento sulla necessità di un tavolo serio sulla legalizzazione della cannabis, stando lontani da ideologie, ipocrisie e moralismi e dicendo, invece, chiaramente che il sistema attuale, fondato quasi esclusivamente sulla repressione, non funziona e non ha funzionato per tutti questi quarant’anni.

Già dal titolo “Oltre le fragilità” il convegno superava una logica binaria: semplificando, droga libera o carcere per tutti. Quale approccio, invece, si può adottare oggi sul tema delle dipendenze?

Di fronte alla situazione attuale si nota che la via repressiva non ha frenato i consumi e ha solo aumentato le persone detenute. Dal convegno è uscito chiaramente che la strada repressiva non è l’unica percorribile e deve essere affiancata da quella sociale su cui bisogna investire di più: bisogna superare l’impostazione degli anni ’80 e ’90 della war on drugs di reaganiana memoria. È necessario, quindi, investire sui Ser.t e sui servizi territoriali e mettere al centro il territorio con più operatori di strada ed educatori, favorendo un ritorno della sanità territoriale come luogo di produzione del benessere dei cittadini. Il tema delle dipendenze deve essere visto in una logica territoriale e affrontato in modo integrato (sociale, educativo, sanitario) da una pluralità di attori (istituzionali e non).