Un docufilm sulle origini di Arché, ma non solo. Cuori Pensanti, il video realizzato dalle registe Marina Belli e Elena Maggioni, è tanto altro: è uno spaccato di un’epoca, è un racconto corale, è un elogio del volontariato. Sono alcuni dei temi e delle suggestioni che emergono nei quaranta minuti di interviste e filmati d’epoca in cui si ricostruiscono i primi passi di Arché nel suo trentesimo anniversario.

Tutto ha inizio tra anni ’80 e ’90 quando “non si era in molti disponibili a occuparsi dell’AIDS: questa nuova patologia spaventava tutti”, esordisce così Gian Vincenzo Zuccotti, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano,  “E purtoppo era una malattia che non dava scampo. Era mortale, sempre. Non avevamo terapie”. È proprio in quella fase disperata che matura l’impegno dei giovani e delle giovani volontarie di Arché, che, sollecitati dal Vicario della Parrocchia di Sant’Angela Merici, p. Giuseppe Bettoni, cominciano a occuparsi di quello che nel giro di poco era diventato un vero e proprio dramma sociale. In particolare e in primis dei bambini e delle bambine malate, figli di coppie sieropositive, dando non solo una mano concreta ai genitori e ai famigliari ma anche promuovendo un nuovo modo di pensare rispetto a una malattia dilagante. “Te lo sei meritato: di questa malattia te ne devi vergognare”, riassume così Jacopo Dalai, uno dei volontari della prima ora intervistato, l’atteggiamento diffuso nei confronti delle persone malate, “Era un modo per la società di allontanare la “peste” di fine secolo”.  

Garantendo assistenza e aiuto in ospedale, ma anche accogliendo nelle proprie case i ragazzi sieropositivi una volta dimessi dall’ospedale, invece, i giovani di Arché e le loro famiglie mostrarono un approccio diverso. Come nel caso di Cristiano, bambino malato accolto dalla famiglia di Matteo Fiorini. “Ero cresciuto come figlio unico, per me Cristiano era diventato come un fratello“, ricorda emozionato.

Per i volontari e le volontarie degli inizi, ora professionisti impegnati in vari campi, la scelta di fare volontariato a fianco dei bambini e delle persone sieropositive era venuta naturalmente. Era la continuazione di un percorso già avviato in Oratorio, era seguire le orme di un giovane parroco che indicava loro una nuova sfida, più impegnativa, certo, ma anche più coinvolgente. “P. Giuseppe mi ha proposto di fare questa esperienza e io l’ho accolta con grande entusiasmo perché era una proposta di responsabilità. A quell’età se qualcuno ti chiede di fare qualcosa di così importante, vuol dire che riconosce in te una persona in grado di farlo“, chiarisce Silvia Carameli, ora responsabile dell’area Housing di Arché. 

Per lei come per gli altri impegnati in Arché fin dagli inizi, la scelta del volontariato è stata cruciale. Così importante da avvertirne ancora gli effetti e da volerne condividere la memoria con i ragazzi e le ragazze di oggi. Non è un caso, quindi, che il docufilm si chiuda proprio con le interviste a giovani che dicono la loro sul valore e l’importanza del volontariato. “Può essere visto come tempo perso rispetto alla formazione specifica ma tempo guadagnato rispetto alla formazione umana”, conclude lo psicoterapeuta Alessandro Albizzati che non esita a definire il volontariato “un buon modo di fare politica“. 

Il docufilm è suddiviso in sei puntate. Ogni settimana, a partire da giovedì 7 ottobre, ne verrà trasmessa una sulle pagine social di Arché.