Abbiamo fatto una chiacchierata con Marika, diventata mamma di Davide solo 4 mesi fa, che ha conosciuto il progetto Fiocchi in Ospedale di Arché con Save the Children mentre era incinta. L’abbiamo aiutata a orientarsi nell’avventura della sua prima esperienza di genitorialità con informazioni e il percorso nascita e sostegno affettivo, con incontri presso gli spazi di Arché a Quarto Oggiaro.

Cosa pensavi sarebbe successo diventando mamma?

Mi rendo conto che all’inizio non mi sono neanche posta questa domanda. Al gruppo pre-parto ci avevano chiesto che aspettative avessimo io e Alberto: non ne avevamo proprio! Ovviamente avevamo i nostri ricordi di com’erano per noi i nostri genitori quando eravamo bambini, ma dei nostri primi mesi di vita non abbiamo proprio memoria. E adesso questo periodo della vita di mio figlio mi sembra la parte più faticosa. Effettivamente, prima del figlio dei nostri amici, io non avevo mai visto un bambino di 2 settimane, e ora so perché non lo vedevamo: salvo la famiglia, non lo vede nessuno!

Ecco, una cosa che mi sarei aspettata era una persona in più con cui condividere esperienze: viaggi, gite, cultura, relazioni. Invece Davide è un bambino che non si adatta facilmente, e di conseguenza in questi mesi siamo rimasti quasi sempre in casa. A me che, di indole, sono impaziente manca molto l’attività. Una cosa inaspettata è anche la continua riorganizzazione in base alla sua crescita, la necessità di improvvisare per adattarsi a cose nuove che neanche mi aspetto. È molto faticoso, e poi mi sono accorta che noi mamme siamo da sole. I papà hanno solo 2 settimane di congedo, e mio marito ne ha anche persa pure una, perché sono rimasta bloccata in ospedale per accertamenti. Quei giorni sono stati difficili sia per lui, visto che non poteva stare con noi se non per poche ore, sia per me che ho affrontato le paure di quei momenti da sola.

A proposito di questo, volevo anche chiederti com’è stato per te il rapporto con le istituzioni sanitarie, sia durante la gravidanza che durante il parto e nel post-partum? E poi con il consultorio, l’ospedale, la ginecologa?

Sono state esperienze molto eterogenee. Con il servizio pubblico abbiamo fatto fatica a organizzare i tempi tra visite al consultorio e la prenotazione degli esami. Abbiamo visto una scarsa integrazione e organizzazione tra i servizi. Invece molto bella è stata l’esperienza in ospedale! Mi sono sentita davvero accolta: durante la degenza mi hanno aiutato in tutto e per tutto, a ogni minimo dubbio. A tal punto che, una volta tornata a casa, mi veniva l’ansia per la notte, perché non c’era nessuno da chiamare che sapesse farci con i bambini, qualcuno che mi aiutasse quando lui non smetteva di piangere tanto da non poterne più.

Almeno ho avuto la fortuna, dovendo stare più a lungo in ospedale, di avere un sacco di informazioni: sull’allattamento, sui trucchetti per gestire il bambino, su come infagottarlo, eccetera. Se fossi rimasta di meno, mi sarei trovata di certo ancora più in difficoltà. L’altra faccia della medaglia è che, a fronte di tanta assistenza per le mamme, ne ho trovata molto poca per i papà. Addirittura, a volte, pare siano trattati con sufficienza.

Banalmente mi viene in mente che, mentre tu hai avuto più giorni per apprendere molte cose stando in reparto, lui non li ha avuti, anche per via delle restrizioni agli accessi a causa del COVID, e per lui non sono stati previsti altri spazi. Mi collego a questo per un’altra domanda: quali pensi che siano i pregiudizi più frequenti sul ruolo della mamma? E sui papà? Di cosa si parla poco e cosa andrebbe approfondito sulla maternità e sulla paternità?

Guarda, prendo spunto da una cosa che mi ha detto mio marito Alberto: al corso preparto per papà una sua preoccupazione era “come posso aiutare lei?”. E questo ritorna in tante narrazioni: il papà sembra sia lì per la compagna prima ancora che per il bambino. Si dà per scontato che la mamma accudisca il figlio e il papà dia una mano alla mamma, quando, in realtà, a parte l’allattamento al seno, qualsiasi azione di cura può essere fatta benissimo anche dal papà: cambiarlo, cullarlo, fargli il bagnetto, portarlo a spasso. Se queste cose le fa solo la mamma è ovvio che poi il bambino cerchi di più lei e si instauri una specie di circolo vizioso per cui il papà si sente tagliato fuori.

Invece, se anche lui si impegna a ritagliarsi gli spazi per coltivare questa relazione, anche spazi di grande intimità, si sentirà poi più gratificato e anche più coinvolto nella cura e nella crescita! Alberto, per esempio, ci tiene molto a ritagliarsi una mezz’ora tutte le mattine prima del lavoro per coccolarsi Davide da solo. Ora che lui inizia a sorridere stanno tutto il tempo a fissarsi e a sorridersi reciprocamente: è un loro rituale davvero speciale. E io riesco a fare colazione in pace! Sono i piccoli momenti a cui non si pensa e che si danno un po’ per scontati, ma che creano un bell’equilibrio e mi fanno sentire che siamo una squadra affiatata.