Sono pigra. Sì, pigra, non stanca, che è ben diverso. Sto vivendo quella specie di metamorfosi che si potrebbe chiamare dissolvenza. Mi sento vapore acqueo le poche volte in cui guardo il resto del mondo dopo tanto tempo: un gioco di vedo e non vedo. Mi sembra di galleggiare tra le persone senza essere vista; mi sento come un elfo di Babbo Natale, osservata da tutti con una sorta di pregiudizio, di calcolo. «Io so che tu non sei come noi».

Non vesto alla moda, non ho ciglia finte, trucco sul viso o unghie perfette incollate al cellulare in cerca della miglior inquadratura per un selfie. D’altra parte so che dovrei recuperare la mia femminilità, o almeno provare ad avvicinarmi, anche se resto impaurita come chi, in riva al mare, tasta l’acqua con la punta delle dita per capire se è troppo fredda. Comunque sia, non si fugge. Qui sono e qui rimango: posso solo guardare e continuare a sentirmi come sempre.

[📸 caroline veronez, pexels]

Eppure oggi ho pianto come una fontana salendo in metropolitana. Ho pianto così, d’improvviso, e ho capito che mi stavo dissolvendo davvero; ho realizzato che una valvola dentro di me si era aperta. Non era il desiderio di essere uguale agli altri, ma l’idea di vedermi diversa: meno rigida, più impalpabile. Il desiderio di far parte della mischia, di quella mischia sana. Dissolvermi, appunto.

Senza perdere il mio punto di vista, volevo per una volta liberarmi dal peso di essere uscita non dalla porta di casa, ma dal cancellone di una casa di reclusione. Quel cancello pesante, iniquo, detestabile. Eppure, a volte, quasi un rifugio. Come quando sono nella mia cella e spengo tutto: so che è il mio mondo. So che almeno qui posso scegliere se leggere un libro o la Bibbia, scrivere o studiare, guardare la TV. Magari semplicemente mettermi il pigiama e spegnere le luci, chiudere gli occhi perché verso sera il pensiero fa meno male.

Oggi ho visto Mamma e ammetto che con lei mi sono definitivamente squagliata. Ho perso ogni difesa, ogni resistenza, ogni finta forza e mi sono letteralmente tuffata nel suo abbraccio, annegando ogni paura che lei aveva già percepito. Volevo posarmi proprio nel suo cuore, non mi sono accontentata. Ho paura, paura di farle male ogni volta che mi vede. Lei è splendida e io sento che non sarò mai l’essere dignitoso che vorrei. Lei ha fatto una figlia perfetta, ma io con la vita non sarò mai pari; non ci provo più a gareggiare contro me stessa. È stato unico, però, dissolversi in Mamma.

Alessandra