“Ai giovani non diamo un orizzonte, la possibilità di un futuro dove crescere, sviluppare se stessi ed esprimere la propria personalità”. Osserva da sempre Milano attraverso lo sguardo dei più vulnerabili padre Giuseppe Bettoni, presidente di Fondazione Arché, con le sue case rifugio che aiutano le donne vittime di violenza insieme ai loro bambini, oltre che Cappellano volontario nella sezione femminile del carcere di Bollate.

Foto di Fernando Meloni

L’inaugurazione dell’anno giudiziario mostra dati preoccupanti: crescono i casi di violenza sessuale, di violenza di gruppo. E in generale i comportamenti violenti fra bande di giovanissimi. Cosa sta succedendo?

“C’è un aumento della violenza a livello generale. Nel modo di parlare, nella relazione fra le persone. Anche la conversazione più tranquilla si polarizza e ci si nutre di rancore e frustrazione che tante volte uno non ha accettato, che nei confronti della vita sessuale inducono a guardare l’altro come una preda, come qualcuno che serve a dare soddisfazione al mio istinto”.

Esiste un problema di città?

“Milano è l’epifenomeno. Ma è un problema sociale diffuso, profondo, acuito dalle diseguaglianze che stanno aumentando”.

Non si tratta solo di situazioni di disagio però.

“Certo che no, perché riguarda una diffusa mancata educazione affettiva, il non sapere accettare un no. I modelli che passano sui social poi non sono certo di una sessualità pacificata. Ma, ripeto, è la violenza in sé a crescere, in un clima teso di continua gara a farsi accettare, a farsi valere, vedendo l’altro come qualcuno da superare”.

Riguarda solo i maschi?

“Tutt’altro, cresce anche fra le donne: è qualcosa che riguarda il gruppo, quando ci si sente più forti e si gioca a fare il leader. Poi prese singolarmente queste persone piangono come fontane, bisogna andare oltre quella scorza, quella maschera che indossano”.

Dobbiamo ascoltare il grido di dolore dei giovani, ha detto qualche anno fa, parlando di un disagio crescente nelle nuove generazioni. Lo si fa?

“No che non si ascoltano, è sempre più difficile per chi lo fa. Non c’è più il tempo, non ci sono i servizi. Purtroppo anche le grandi strutture fanno fatica a concedere tempo per l’ascolto, anche negli oratori non ci sono più preti, laici preparati a farlo. Perché se uno ascolta, si va a fondo delle questioni. Noi dopo il Covid abbiamo attivato un servizio psicologico per i giovani. Si sono presentati in centinaia”.

Da voi le richieste di aiuto di chi è vittima di violenza sono aumentate?

“C’è stata una crescita esponenziale. Basta un dato: fino a qualche tempo fa ricevevamo circa tre richieste al mese. Parliamo di donne che hanno subito violenza di ogni tipo, sessuale, fisica, psicologica. Dalla pandemia in avanti a bussare alla nostra porta sono tre alla settimana”.

Intervista di Tiziana De Giorgio pubblicata sull’edizione milanese di La Repubblica di domenica 26 gennaio 2025.