Poteva succedere tutto, ma una gravidanza no. In quel momento proprio no. Ilva, ventiseienne albanese, lo ha pensato subito dopo aver scoperto di essere incinta. Il test non lasciava dubbi. Con uno sfratto esecutivo alle porte e con difficoltà economiche quotidiane, avere un bambino per Ilva e Ermal (di pochi anni più grande) sembrava davvero una missione impossibile. All’ospedale Sacco, però, l’incontro con le operatrici di Arché del progetto “Fiocchi in ospedale” è riuscito a cambiare la situazione: per ogni bisogno c’era una rete in città in grado di dare una mano.

Hanno ricevuto pannolini e abiti, oltre a seguire alcuni percorsi sulla genitorialità. Perché, sì: avere e far crescere, da soli, un neonato non è proprio un gioco da bambini. Alla fine il piccolo ha iniziato l’asilo e nel tempo ora libero Ilva frequenta un corso di formazione per lavorare. Il futuro suo e del marito Ermal con loro figlio appare meno cupo. Sono storie di speranza come questa che danno senso e sostanza all’intero progetto “Fiocchi in ospedale” di Arché e Save the Children da dieci anni nelle corsie e negli sportelli degli ospedali di tutta Italia.

Il progetto “Fiocchi in Ospedale” ha appena compiuto dieci anni. Tu ne sei la referente milanese: ce ne parli un po’?

Marta Falanga: Viene realizzato in molte città italiane in partnership con tante realtà attive sui diversi territori con l’obbiettivo di entrare negli ospedali a sostegno delle donne in gravidanza o delle famiglie che stanno vivendo una nascita recente. È stato pensato riflettendo sulle caratteristiche della genitorialità e della famiglia oggi e sui molteplici bisogni, spesso sottovalutati, o dati per scontati, o non visti, che emergono o vengono amplificati quando una nuova vita si affaccia al mondo. I genitori hanno bisogno di spazi di ascolto e sostegno che permettano loro di far emergere sia le difficoltà sia le loro potenzialità, mettendo in comunicazione persone, professionisti e reti perché, come nel famoso detto africano, “per crescere un bambino serve un villaggio” ma al giorno d’oggi in Italia il delicato periodo perinatale è spesso vissuto in estrema solitudine dalle famiglie e soprattutto dalle madri. Nella visione comune la gravidanza e la nascita vengono dipinte come eventi esclusivamente gioiosi e positivi, ma attivano una profonda ridefinizione del senso di sé, di ruoli ed equilibri famigliari, oltre che dell’organizzazione, degli spazi e dell’economia della famiglia, che meritano un’attenzione speciale.

In pratica che attività portate avanti all’interno delle sale dell’ospedale (o online causa pandemia)?

MF: Nella pratica, al momento abbiamo due operatrici e un indirizzo e-mail e dei numeri di riferimento a cui è possibile contattarci, sia da parte del personale sanitario sia spontaneamente da parte delle famiglie. Fissiamo quindi dei colloqui per poter conoscere meglio le persone e  capire se possiamo intervenire sui bisogni più presenti e urgenti e aiutare la famiglia a strutturare un contesto sano in cui accogliere la nuova nascita e lo sviluppo futuro della bambina o del bambino in arrivo o neonato. Nel fare questo cerchiamo di coinvolgere il più possibile il personale medico, sociale o gli altri operatori che già conoscono e supportano la famiglia oppure, se ancora no ce ne sono, di orientarla alle realtà esistenti sul territorio (strutture sanitarie, consultori, gruppi peer, servizi sociali, associazioni di volontariato, enti del terzo settore,…) e attivare le risorse utili.

A quali bisogni concreti riesce a dare risposta?

MF: Innanzitutto non facciamo sentire sole le persone ad affrontare le difficoltà: ascoltiamo le paure e domande per dare un sostegno nel riconoscere o trovare le proprie risorse interne e scoprire quelle del territorio. Grazie a un piccolissimo budget possiamo rispondere anche ai bisogni materiali più urgenti (prodotti per i neonati, piccole spese mediche, servizi,…) definiti insieme alla famiglia, ma soprattutto aiutiamo le famiglie a orientarsi fra l’offerta di servizi che già esistono sul territorio di riferimento ma possono essere difficili da conoscere o complessi nell’accesso. Ad esempio a tutte le donne che incontriamo facciamo conoscere i consultori e ne spieghiamo il funzionamento, perché possano diventare dei punti di riferimento; spesso parliamo dei servizi sociali, dissipando i timori più diffusi; orientiamo molte donne di origine straniera ai corsi di italiano dove le mamme possano portare anche i loro bambini. In generale ci impegniamo a connettere le famiglie con persone e servizi che fanno al caso loro. Un altro intervento da non trascurare è il lavoro di rassicurazione, accoglienza emotiva e valorizzazione del vissuto della persona.

Quali sono le difficoltà maggiori per la genitorialità di oggi?

MF: Oggi come ieri, sono molteplici le difficoltà. Le più evidenti, quelle che saltano più facilmente all’occhio e destano più preoccupazione immediata sono sicuramente quelle economiche e abitative, poiché spesso sono famiglie in cui c’è un unico reddito, insufficiente a soddisfare tutte le esigenze famigliari soprattutto con l’arrivo di un nuovo piccolo componente, o in cui la casa è inidonea per spazi o condizioni, o è addirittura a rischio di sfratto; spesso sono coppie o madri single che non hanno una famiglia alle spalle che possa supportarle. Il sistema di welfare inoltre oggi è insufficiente a supportare le famiglie, sia dal punto di vista economico  sia per quanto riguarda le strutture sanitarie ed educative (difficoltà ad accedere alle visite con SSN, scarsità di pediatri, insufficienza di nidi).

Tuttavia non sono da trascurare anche le difficoltà emotive delle famiglie incontrano. I genitori di oggi si trovano ad affrontare la sfida della maternità e paternità in un contesto di crescente fluidità di contesti e ruoli, che sicuramente offre molti più gradi di libertà e molte più possibilità di espressione e affermazione di sé ma anche meno punti di riferimento rispetto alle generazioni passate su come “essere madre” ed “essere padre”. Nelle famiglie con una storia di migrazione si aggiunge anche il trauma del percorso migratorio e dello sradicamento culturale. Come dice quello che potremmo considerare il “motto” di Fiocchi in Ospedale, “bambini si nasce, genitori si diventa”: è fondamentale accompagnare, guidare e sostenere i genitori nel loro percorso di scoperta e apprendimento della loro genitorialità, con l’obiettivo di poter creare per bambine e bambini il contesto migliore possibile dove poter nascere e crescere.

Senza Fiocchi in Ospedale quale supporto verrebbe a mancare?

MF: Verrebbe a mancare soprattutto un importante punto di accesso per quei bisogni delle famiglie che possono influenzare il contesto di vita della famiglia e di crescita dei minori; mancherebbe un presidio che offre e si dà il tempo di accogliere storie e vissuti; mancherebbe uno sguardo sulla necessità imprescindibile di prendersi cura in modo integrato, nel percorso nascita e nei primi 1000 giorni di vita di bambine e bambini, degli aspetti sanitari, sociali e psicologici per garantire loro il diritto a un buon inizio e a una crescita sana in tutti gli aspetti fondamentali della vita.