Alla notizia della morte dell’antropologo anarchico David Graeber, molti tra noi si son chiesti chi fosse. Il movimento Occupy Wall Street, al quale era strettamente legato, era noto, lui meno. Ma è una figura poliedrica molto interessante: i suoi libri e suoi studi spaziano dall’antropologia economica alla critica sulla democrazia rappresentativa, passando all’analisi di quanto abbia influito nella storia la figura dei re.

La sua opera è stata introdotta nel nostro Paese con il volume Frammenti di antropologia anarchica.  Da ultimo, invece, è stato pubblicato il suo libro Bullshit Jobs, in cui David Graeber con arguzia analizza tutti quei lavori inutili, di cui nessuno sentirebbe la mancanza qualora non ci fossero più.

L’autore, morto a 59 anni, proveniva dalla working class newyorchese e conosceva bene il mondo del lavoro e dell’economia. Sosteneva che siamo immersi in una cultura individualistica e liberale che ha tolto spazio alla collettività e all’immaginazione. Proprio su quest’ultima parola è interessante soffermarsi. Nella sua rilettura di Marx, David Graeber coglieva proprio questo aspetto del pensiero del filosofo: è l’immaginazione che differenzia l’uomo dagli animali, un’ape da un architetto.

Serve immaginazione per uscire della presa asfissiante della cultura in cui viviamo. Per David sono soprattutto le classi meno abbienti e coloro che vivono in una situazione di subalternità ad avere soprattutto questa capacità di immaginazione. Le donne ad esempio in una cultura maschilista lavorano d’immaginazione per rendere felici i loro uomini.  In Revolution in reverse Graeber afferma:

 «generazioni di scrittrici – mi viene subito in mente Virginia Woolf – hanno documentato… il lavoro costante che le donne svolgono nel gestire, mantenere e adattarsi all’ego di uomini apparentemente ignari di cosa comporta un lavoro infinito di identificazione immaginativa – e questo l’ho chiamato lavoro interpretativo. Questo si ripercuote ad ogni livello. Le donne immaginano sempre come sono le cose dal punto di vista di un maschio. Gli uomini non fanno quasi mai lo stesso con le donne» 

David credeva molto nelle possibilità umane e sosteneva che solo una visione troppo spesso pessimista sull’uomo fa sì che poi aumentino regole, burocrazia e controlli.

Il suo pensiero. invece, introduce una visione nuova della società, cogliendo una diversa prospettiva e cambiando anche la narrazione stessa delle cose

«Siamo già tutti comunisti mentre collaboriamo a un progetto comune, siamo tutti anarchici quando proviamo a risolvere un problema senza ricorrere a polizia o avvocati, o siamo rivoluzionari quando ci impegniamo in qualcosa di genuinamente nuovo».

Rivoluzionario David lo era. In un lavoro che lui stesso teneva a chiamare collettivo nasce lo slogan di cui è considerato il padre: “Noi siamo il 99 per cento”.

L’1% sono i ricchi che traggono il maggior profitto, in un intreccio tra politica ed economia, o meglio finanza; il 99% è il resto del mondo, escluso dai benefici di un sistema iniquo e polarizzato e dalle decisioni che contano. Con questo slogan Greaber intendeva quindi dare voce all’aspirazione collettiva di tornare a contare, immaginando una realtà nuova e svincolata da strettoie di pensiero e di potere. Per liberarci, insomma, da un certo pessimismo antropologico e  provare, invece, a guardare con occhi nuovi la realtà nelle sue innumerevoli possibilità. Con i libri e gli insegnamenti di Graeber, è possibile.

 

Adriano Cifelli