dare speranza giovani

Due componenti dell’équipe di Casa Adriana presenti all’Arché Live.

Una parola mi rimane in testa potentemente: la questione del limite. Per non farla molto lunga ma neanche tanto pesante, la possiamo definire come la quantità di sofferenza che, come persone, siamo in grado di tollerare. Lo dico da dottore di adolescenti e bambini che si disperano e che diventano, per usare una parola volgare, un po’ matti. In pratica sono un neuropsichiatra.

Il limite lo si pone rispetto alla quantità di dolore che siamo in grado di tollerare visto quello che ci sta accadendo. Ad esempio, io vedo le foto che Giuseppe ha mostrato [immagini di forte contrasto realizzate dall’artista turco Uğur Gallenkuş NdR] e incamero immediatamente una quantità di dolore; quella di cui sono consapevole è elaborabile, cioè io posso trasformarla, la quantità di dolore che non riesco più a tollerare invece diventa un elemento non fruibile. Se usassimo parole care alla gastroenterologia, diremmo “non la digeriamo”. Quella cosa crea paranoia e la paranoia ci fa dire: “Ho bisogno, ho estremamente bisogno, di mettere questo dolore non elaborabile da qualche parte”.

Io non penso che questo percorso sia disponibile per tutti. Noi abbiamo limiti di tollerabilità al dolore che sono variabili da persona a persona. Allora io non penso e non ragiono e non voglio stare in un dibattito in cui da una parte ci sono i buoni e da una parte ci sono i cattivi, da una parte ci sono persone che hanno e persone che non hanno una capacità di tolleranza al dolore. Tanto lo so e ogni tanto lo dimentico. E ogni tanto non ce la faccio proprio a tollerarlo.

Se mi chiedeste perché sto in Arché, risponderei senza alcun dubbio perché ho bisogno di luoghi dove tollerare il dolore, perché sto in alcuni ambiti, perché parlo con le persone, perché faccio quello che fate voi.

Non voglio citare nessuno in particolare. Faccio riferimento a quello che ci accade intorno: ho bisogno di questo. Facendo questo ragionamento, ho anche detto perché sto nel consiglio di amministrazione di Arché: perché ho incrociato delle persone, perché ho fatto delle scelte, perché ho deciso di stare in mezzo al mare, non solo con le persone che ci racconteranno, ma io ho in mente ragazzi, qua adesso, che vengono da altri paesi che attraversano mari perché c’è il dolore. Se una società potesse concedersi piccoli spazi dove questo dolore venga elaborato, faremmo movimenti verso l’orizzonte, dove il nostro limite si modifica costantemente.

La polarizzazione, ma non del dibattito politico, perdonatemi, la polarizzazione del dibattito ci mette in questa condizione.

Lo scatto maturativo del nostro essere è la quantità di dolore che elaboriamo come esseri adulti.

Mi interessa l’apparato che noi mettiamo in campo per elaborare quel dolore che ci sta investendo da anni, continuativamente, facendoci pensare che lo si possa in parte arginare, in parte evitare, in parte rimuovere. E invece non c’è storia, perché tanto entra da tutte le parti. Quella diventa l’unica possibilità che possiamo concederci per dare una speranza ai nostri ragazzi, perché ai nostri ragazzi serve una speranza! Piccola, eh. Non sto parlando di grandi ideali, non sto parlando di Calamandrei, come ha citato Carlo Alberto Giovanardi, sto parlando di una speranza che è quella di dire che cresceranno con noi e con un adulto che è in grado di tollerare quel dolore. Nessun ragazzo può crescere se non ha un adulto che tollera il suo dolore, mentale.

Allora io penso che in questa sede, con voi, perché tanto sto parlando a una platea che, ovviamente, se è venuta qui ha fatto già un movimento di questo genere, sia un aspetto sostanziale per non cadere in quella che ho detto prima: “la paranoia della contrapposizione”, perché la paranoia è quella che poi ci fa lavorare per contrapposizione in modo sistematico.

Alessandro Albizzati
Direttore dell’Unità Operativa Neuropsichiatria Infantile ASST Santi Paolo e Carlo di Milano e consigliere di Arché

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Guarda l’intervento completo di Alessandro Albizzati all’Arché Live 2023: