Lo scorso sabato 4 ottobre ci siamo ritrovati con i volontari, gli operatori, i sostenitori, gli utenti e tutti gli amici della Onlus alla Fondazione Catella di Milano, in via de Castillia, per la giornata di Arché Live.

Eravamo più di 200 ed è stata una bella occasione per fare il punto, dopo più di vent’anni di volontariato, e tracciare insieme gli obiettivi futuri.

Riportiamo la riflessione di Padre Giuseppe (ascoltabile qua), presidente e fondatore di Arché, dal titolo «Dare casa e costruire altalene».

«Non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale,

siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana».

Teillhard de Chardin

Arché Onlus è al servizio della città di Milano da più di vent’anni, ma operiamo anche a Roma e San Benedetto del Tronto, e poi in Africa, a Kisii in Kenya e a Chikuni in Zambia. Il nostro compito è quello di stare accanto ai più piccoli e alle loro mamme che vivono situazioni difficili. Quando penso a quello che facciamo mi viene da descriverlo con due immagini. La prima è il «dare casa» e la seconda è «costruire altalene».

Cosa significa per Arché “dare casa”?

In una prima accezione molto concreta significa ovviamente dare un tetto, un rifugio sicuro a quelle mamme e a quei bambini che abbiamo incontrato sul nostro cammino e che si trovano in una condizione di fragilità economica, sociale, psicologica, abitativa, familiare. La Casa Accoglienza che Arché gestisce a Milano dal 1997 è l’emblema di questo impegno, così come lo è il lavoro successivo di farle tornare autonome aiutandole a trovare un appartamento.

Ma per Arché “dare casa” ha anche un’accezione più estesa: significa dare protezione, cura, attenzione e accompagnamento. Vuol dire dare affetto e rispetto, costruire un legame, ricucire le lacerazioni che la vita a volte provoca, significa ricostruire insieme una certa stabilità. Potremmo dire che la sicurezza, la protezione, il calore, l’affetto sono le pareti delle case che cerchiamo di ricostruire.

Sarà proprio questo il tema del prossimo ArchéBaleno.

E poi Arché «costruisce altalene»

Da bambini pochi giochi ci hanno reso felici come l’altalena: la sensazione di volare, di toccare il cielo di un gioco semplice, universale. Andare sull’altalena è la prima esperienza di spiritualità, di libertà, di superamento delle condizioni spazio temporali cui il bambino è abituato. Anche questo fa parte della dimensione della vita, insieme a quella di cui abbiamo parlato prima della casa, della stabilità e dei legami.

Ma guardiamoci intorno: dove sono finite le altalene oggi? Perché nei parchi pubblici ai bambini vengono imposte quelle squallide apparecchiature munite di cinture di sicurezza? Come fanno i bambini ad avere un’esperienza di vertigine? Quando potranno con la coda dell’occhio socchiuso nel sorriso estatico del volo pericoloso, innalzarsi a vedere la luce?

La scomparsa delle altalene, quelle semplicissime, fatte con una tavoletta, una corda e un ramo è l’ennesima testimonianza della violenza crescente che il nostro modello di civilizzazione esercita sui bambini, ovviamente in nome della sicurezza.

Ci vuole audacia oggi a costruire altalene, ci vuole coraggio nel dare opportunità di slancio, di ebrezza, di libertà, di spiritualità.

Nella mitologia greca si racconta di un pastore di nome Icario che ricevette da Dioniso il vino. Il pastore decise di donare questo vino ai suoi colleghi pastori, ma costoro credendosi avvelenati, lo uccisero.

La figlia del pastore, venuta a sapere della morte del padre, dopo averlo lungamente cercato, di fronte al suo cadavere, disperata, lanciò una maledizione prima di impiccarsi per il dolore: da quel giorno, nella ricorrenza del suo gesto, tutte le ragazze di Atene si sarebbero impiccate sino a quando gli assassini di suo padre non fossero stati trovati.

La maledizione si avverò per moltissimo tempo: ogni anno, nel giorno in cui lei si era impiccata per il dolore della morte del padre, si impiccavano tutte le ragazze di Atene. Così, di fronte a questa continua tragedia, i cittadini ateniesi chiesero all’Oracolo di Delfi di suggerirgli una soluzione, perché se le cose continuavano in questo modo la città e la democrazia si sarebbero cancellate. L’oracolo suggerì un rimedio: era sufficiente costruire delle altalene così che le ragazze potessero dondolarsi nell’ aria, come quelle che si impiccano, ma senza perdere la vita. In questo modo le ragazze di Atene, il giorno della ricorrenza, cominciarono a divertirsi e la città fu salva!

Il mito della nascita dell’altalena per salvare la democrazia, per salvare la Costituzione, lo possiamo riportare ai giorni nostri. Ecco perché dobbiamo costruire altalene: significa inventare momenti di gratuità, di spiritualità, di bellezza, di cittadinanza.

Vi racconto un esempio di come Arché ci ha provato: siamo stati con le mamme e i bambini della Casa di Accoglienza a Ponte di Legno per una settimana. In quell’occasione ho consegnato alle mamme un quaderno bianco e ho detto loro: scrivete qui i vostri pensieri, i vostri sogni, le vostre preghiere. È un modo per riconoscere a voi stesse che avete dignità, che avete una ricchezza dentro e che non siete solo un problema. Non importa che siate cristiane, musulmane, indù, cattoliche o protestanti. Troppo spesso la vostra dignità rimane soffocata dentro e ha bisogno di emergere.

E poi abbiamo fatto un’altra cosa: a ognuna di loro abbiamo dato la possibilità di scegliere un libro da leggere, una cosa leggera se volete, un romanzo. Ma è importante. I libri mettono le ali alla mente, sono come altalene.

 

In questa giornata di Arché Live provo a dirvi questo: facciamolo insieme. So che è faticoso andare avanti e che la crisi non lascia margini per sognare, so che basta alzare il naso per vedere missili e bombe, tagliagole e guerre e che tutto questo apre grandi dubbi: viene da chiederci se davvero con la solidarietà si cambia il mondo, se la gratuità ha ancora un senso oggi. Certamente, gli ultimi vent’anni che abbiamo vissuto sono stati troppo spesso permeati da una cultura individualista e miope. Ma andiamo avanti: a dare casa e costruire altalene.