Danilo Selvaggi

Danilo Selvaggi è direttore generale della LIPU. In occasione dell’Arché Live 2020 “Questo è il fiore”, ci ha parlato della presenza di un legame molto forte tra ambiente, persone e mente, focalizzandosi sulla necessità di un impegno personale per cambiare lo stato attuale delle cose.

Cercherò di dare un piccolo contributo, ragionando intorno al tema della relazione, che io amo definire: il Principio di Relazione.

La relazione è un tema cruciale per il nostro tempo e per la cultura ecologica. Lo è sia sotto il profilo scientifico, dell’ecologia scientifica e delle scienze naturali (che ci hanno mostrato la struttura fortemente relazionale del mondo dei viventi e quindi anche dell’essere umano) sia per l’ecologismo e l’etica ambientale.

La riflessione di Papa Francesco, è un ottimo punto di partenza. Il Papa dice: “Non si può essere sani in un mondo malato”. Il nostro è un mondo in crisi, malato sotto vari punti di vista e tuttavia noi abbiamo la pretesa di poter star bene. In un mondo che non sta bene.

Ora, l’elemento che mi sembra più importante e da evidenziare, nella riflessione del Papa, non è tanto il tema del contagio, quanto il tema del contatto, cioè dell’inevitabilità del contatto, dell’inevitabilità della relazione. Il fatto che noi siamo destinati al contatto, destinati alla relazione, a prescindere da quanto siano alti i muri che costruiamo e profondi i fossati che scaviamo tra noi e l’altro da noi (sia esso umano che non umano).

Non c’è muro che tenga: il contatto è inevitabile, è certo.

Che cosa è invece incerto? Incerto è il tipo di relazione, che può essere buono o cattivo, può essere di malattia, di conflitto, di paura, di distruzione, oppure di bene e di cura.

Questa è la variabile. Non la relazione, che è inevitabile, ma il tipo di relazione che riusciamo ad attivare.

Ora, si può obbiettare che le cose sono sempre andate cosi, cioè che l’essere umano è sempre stato in relazione, il che è vero fino ad un certo punto, perché tra le grandi novità del nostro tempo c’è il fatto che la relazione è diventata totale, globale, globalizzata. Le distanze si sono tendenzialmente annullate e la connessione e il contatto sono diventate caratteristiche costitutive del nostro essere.

Questa grande novità del nostro tempo non è peraltro l’unica. Un’altra grande novità è proprio la questione ambientale. Oggi il cerchio delle relazioni va oltre le società umane e coinvolge in modo profondo, serio, l’intera comunità del vivente. Una comunità che è in sé stessa piena di contatti, di reti, di rimandi, di loop e di cortocircuiti che ovviamente includono l’essere umano e le nostre società e fanno sì che i nostri cattivi comportamenti o le azioni non sostenibili ci tornino indietro sotto forma di crisi climatiche, di perdita di natura, di distruzione, disastri, inquinamento.

Azioni che si rivoltano contro di noi, senza nemmeno il filtro di sicurezza delle “distanze”, perché nel mondo contemporaneo la distanza è un fattore quasi completamente saltato: i problemi che vivono le isole australi dipendono dalle scelte fatte a Bruxelles, la distruzione della foresta tropicale porta conseguenze nelle città occidentali, le emissioni di Co2 nel nord del mondo riscaldano gli oceani e sbiancano e uccidono la barriera corallina, la cattiva alimentazione dei fast food incentiva il disboscamento in sud America, la bottiglietta di plastica che con incuria getto nel fiume della mia città finisce sulla spiaggia di una qualche isola lontanissima, una di quelle che i telegiornali ci mostrano sempre più spesso nell’assedio dalla plastica.

Una serie di feedback potenti e dannosi che ci espongono ad un rischio serio, crescente, e spazzano via l’idea che l’essere umano possa continuare a vivere tranquillo nel suo isolamento e con gli stili di vita abituali. Un’illusione, un’immagine che non regge più, perché non regge più l’idea che si possa continuare a fare a pezzi il pianeta senza doverne pagare in qualche modo il conto. Appunto, che si possa essere sani in un mondo malato. In un mondo malato nessuno sta bene e nessuno è al sicuro, nemmeno chi crede di avere i mezzi tecnologici, politici, economici e militari per farlo.

E allora cosa dobbiamo fare per star bene davvero?

Danilo Selvaggi

Dobbiamo fare il contrario di quello che stiamo facendo. Dobbiamo promuovere il principio di relazione, cambiare il segno delle nostre relazioni: da meno a più, da negative a positive. Il che significa preoccuparci dell’altro, avere cura dell’altro, fare del bene all’altro.

Una delle conseguenze di questo ragionamento è la trasformazione delle categorie di giusto e di utile, storicamente non solo distinte ma anche divergenti, se non addirittura contrapposte. Ebbene, in un mondo così connesso, cosi legato ambientalmente e socialmente, giusto e utile finiscono per ravvicinarsi se non addirittura sovrapporsi.

Fare del bene all’altro non è solo una cosa giusta ma è anche una cosa utile. È qualcosa che conviene perché contribuisce a creare una società più equilibrata, giusta, sostenibile, con una maggiore distribuzione di ricchezza, conoscenza, benessere più diffuso. E quindi una società più sicura.

La forza di questo principio crescerà con il crescere della connessione. Più saremo vicini, più avremo necessità di buone relazioni. L’alternativa – avere cattive relazioni in un mondo molto piccolo – è una strategia che non promette niente di buono.

Tutto ciò, naturalmente, va tradotto in azioni e cambiamenti individuali e collettivi anche di grande portata. Cambiamenti nelle nostre vite quotidiane e nelle decisioni della politica.

Sul fronte ambientale, le prossime settimane e i prossimi mesi saranno di primissimo piano, con un’agenda ricca di appuntamenti e decisioni da assumere davvero rilevanti: dalla conferenza di Glasgow sul clima (posticipata dal 2020 al 2021) all’attuazione della Strategia europea per la biodiversità 2020-2030, dalla nuova Pac, la Politica agricola comune (i cui risvolti ambientali e sociali sull’economia sono ingenti) al Green Deal europeo in generale, fino ai grandi investimenti del Recovery fund, che rappresenta una sorta di paradigma della situazione e della speranza di cambiamento.

Come verrà investita l’enorme mole di denaro del Recovery fund, cioè di quello che è considerato il piano per la rinascita della nostra comunità europea, la primavera dell’Europa. Promuoveremo le vecchie politiche insostenibili oppure, finalmente, lo assumeremo come occasione per voltare pagina e avvicinare, rendere finalmente amiche, l’economia e la natura?

Questo è il compito: cambiare il segno della relazione che lega economia e ecologia, da conflittuale ad armonico. La transizione ecologica richiede molto tempo ma è urgente e indispensabile che sia avviata nel concreto e non può che realizzarsi con le scelte di una politica nuova, coraggiosa, ragionevole, che guardi al principio di relazione e non ai principi della divisione.

Dopo di che, non c’è solo la grande politica. Ci siamo anche noi, con le nostre esistenze e storie personali. Tocca anche a noi disporci al cambiamento, agire diversamente e più consapevolmente, correggere la scala dei valori, aprirci a una nuova educazione al mondo ma anche a una nuova percezione, conoscenza del mondo.

Danilo Selvaggi

Quest’anno – e chiudo con questa riflessione – cade il quarantesimo anniversario dalla morte di Gregory Bateson, antropologo, naturalista e studioso della conoscenza. Un intellettuale innovativo e tutt’ora, per molti versi, futuribile. Io mi sono avvicinato alla cultura ecologica proprio leggendo Bateson, la sua “Ecologia della mente” e la definizione originale che, della mente, Bateson ci dà.

Per spiegare cosa sia la mente, Bateson fa vari esempi, tra cui quello dell’acrobata.

C’è una fune, c’è l’acrobata che cammina sulla fune, c’è un’asta che l’acrobata tiene in mano e che gli permette di restare in equilibrio. L’acrobata avanza e avanzando corregge leggermente, ma di continuo, la posizione e l’equilibrio. Poi si alza un po’ di vento (entra in gioco anche il vento) e l’acrobata deve resettarsi ancora. E poi c’è la gente di sotto che lo guarda, preoccupata che tutto vada bene, e l’acrobata, pur se abituato alle circostanze, sente un filo di emozione, il cuore gli batte un po’ più forte e dunque deve correggere ancora l’equilibrio ed ancora, e così fino alla fine, in una danza di parti interagenti (per usare la felice espressione di Bateson) che coinvolge tutto il sistema.

Ecco: la mente, dice Bateson, è l’insieme di tutte queste cose. Non è un’esperienza interiore ma un ecosistema, un’ecologia della quale fanno parte, in questo caso, il filo, la barra, il vento, la gente che assiste, l’acrobata – il quale costituisce il principio unificante del tutto ma non è il tutto, non è la mente.

La mente è la relazione.

Questa visione, a mio avviso, è quanto di più ecologico possa esserci. È un invito a cambiare mentalità. A ripensare certe abitudini mentali e comunque a guardare diversamente al nostro sistema di relazioni, alle cose intorno a noi.

L’albero, il pettirosso, la piazzetta che attraversiamo al mattino senza nemmeno accorgercene, i vicini di casa, lo straniero che ci passa accanto: tutto questo è parte di noi, è qualcosa che ci riguarda molto più quanto pensiamo perché è parte della nostra ecologia della mente, della nostra ecologia esistenziale, della quale è bene e utile preoccuparci di più e meglio.

Noi non siamo ancora abituati a pensare in questo modo. Parlarne è facile, tradurlo in esistenza è difficile, forse persino più delle grandi decisioni politiche di cui dicevo poco fa. E però la strada è questa. Non ce ne sono altre – e fa bene Arché a parlarne come di una strada fiorita. È così, è una strada difficile ma bella e fiorita. È la strada della buona relazione. La strada del Principio di Relazione. Una strada da percorrere con tutto il coraggio e tutta la fiducia possibile.

Un sentito ringraziamento ai dipendenti di Lottomatica che si sono occupati delle sbobinature degli interventi dell’Arché Live durante la VIRTUAL GGW 2020.