Il panico amplifica a dismisura il pericolo stesso. Succede che una folla presa dal panico per sfuggire a una minaccia, moltiplichi nella sua fuga scomposta la potenza malefica del pericolo dal quale vorrebbe fuggire.

Basta che in una piazza, come è accaduto, qualcuno gridi un qualche allarme che, scatenandosi il panico, finiscano per morire nella calca più persone per il panico che non per il pericolo in sé.

È il momento di un’enorme assunzione di responsabilità collettiva.

Ora abbiamo attraversato la pandemia dell’Aids, c’è stata poi tutta una sequela di mucche pazze, pesti suine, tsunami, attentati terroristici e Sars a guastare i nostri giorni di figli prediletti della storia umana e c’è sempre stato chi vi ha visto la punizione di un Dio castigamatti che, guarda caso, ricade sempre sugli altri.

Dobbiamo fare i conti con chi ci viene a dire che il Coronavirus viene dalla Cina perché è atea, che l’epidemia ci inonda perché siamo peccatori e Dio allora ci castiga: un bel modo per annunciare una religione della paura, dell’angoscia, non certamente il messaggio evangelico.

Non abbiamo proprio bisogno di un atteggiamento irrazionale e irragionevole ma di avere chiara la nostra vulnerabilità personale e adottare a maggior ragione atteggiamenti di fratellanza responsabile. Il che significa né negare la gravità della situazione, ma nemmeno precipitare nella fuga irrazionale del panico, quanto piuttosto seguire le regole sanitarie indicate dalla scienza.

p. Giuseppe Bettoni

Presidente Arché

Pubblichiamo la riflessione di p. Giuseppe Bettoni, tratta e riadattata dall’omelia di domenica 23 febbraio, giorno dell’ordinanza per contrastare la diffusione del COVID-19 (il Coronavirus) firmata dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e dal Ministro della Salute Roberto Speranza.