
Silvia Carameli interpretata graficamente dall’illustratore Alberto Ipsilanti
Può capitare, una mattina, di svegliarsi già esausti, trascinarsi di fronte allo specchio e improvvisamente chiedersi: “Ma io per chi la vivo, questa vita?”.
Questo lavoro che mi prende tutto, questi ritmi frenetici, questo imperativo categorico di macinare risultati… è davvero ciò che voglio?
Il tiranno di cui liberarci è dentro di noi: il senso del dovere che abbiamo introiettato. Più spesso è il mondo del lavoro così com’è strutturato: secondo criteri che con l’umanità, con l’eticità, hanno poco a che fare. Cambiarlo è una sfida che, credo, sta diventando sempre più sentita. Sono gli eventi traumatici, […] i passati lock down, a metterci di fronte alla nuda e cruda temporalità della vita, che è una e limitata, ed è giusto che ciascuno di noi decida in autonomia quali siano le sue priorità.
Quello che trovo ingiusto, in generale, è piegare la nostra creatività, i nostri desideri e la nostra salute a quel che fa comodo agli altri, o meglio, alla società ultramaterialista e individualista in cui viviamo.
Ci dicono “devi”: arrivare, guadagnare, produrre, distinguerti, se no sei un fallito.
Ci dicono: io, io, io, solo l’io conta.
E così perdiamo il mondo, il suo spettacolo, il senso di comunità, gli affetti e gli interessi che ci nutrono, l’orizzonte. Non credo abbia senso questa corsa a cui ci è stato chiesto di tornare dopo lo stop forzato della pandemia. Come se non fosse successo nulla; come se, in quello squarcio, non avessimo intravisto una verità limpida: la vita è altro dal profitto, dalla conquista, dalla competizione.
La vita è anche prendersi cura: degli altri, di sé stessi, del luogo in cui viviamo. Non è vero che “funziona così e basta”, c’è sempre un’alternativa: quella che funziona per noi. E se non c’è, occorre crearla.
Di una cosa sono convinta: che non esiste felicità senza disubbidienza. Agli egoismi, alle ingiustizie, alle aspettative altrui, ai desideri inautentici.
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Questo articolo è di Silvia Avallone su Sette, il settimanale del Corriere della Sera. L’ha proposto Silvia Carameli, Responsabile nazionale dell’Area Housing, per l’Alfabeto di resistenza civile. Ventuno teste, ventuno cuori hanno contribuito a redigerlo. Un titolo audace ma decisamente voluto e immaginato per articolare un pensiero altro in un tempo in cui l’unico linguaggio pare essere quello della violenza, della vendetta e, nel migliore dei casi, dell’indifferenza.
È solo un inizio: a ogni lettera si possono aggiungere altre parole, oltre quelle proposte, per continuare a nutrire una resistenza che sia davvero civile.
p. Giuseppe Bettoni
Presidente Fondazione Arché
Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti i capitoli dell’”Alfabeto di resistenza civile”.
🚶🏻 A come Andare – Federica Barile
🔎 B come Bisogna – Federica Berton
🌍 C come Clandestino – Ingrid Bianchetti
🎶 E come Empatia – Chiara Carriglio
🫂 F come Fraternità – Paolo Dell’Oca
🕊️ G come Guerra – Elena D’Andrea
🕯️ H come Ho paura – Alfio Di Mambro
🤝🏼 I come Incontro – Vincenzo Francomagro
☮️ L come Libertà – Elena Giovanardi
🤱🏽 M come Madre – Lino Latella
🧸 N come Nascita – Dalila Melissari
🌈 O come Oltre – Uli Mittermair
🧠 P come Preoccupazioni – Jacopo Palmieri
📕 Q come Quaderno – Alice Pennati
✊🏻 R come Rivoluzionare – Silvio Prandolini
💭 S come Sogni – Ilaria Quondamatteo
🌅 T come Terra – Roberta Sabbatini
💛 U come Uguaglianza – Valentina Sangregorio
🌱 V come Vivere – Emanuela Tartaglia
0️⃣ Z come Zero – Simone Zambelli