Secondo una tradizione più o meno leggendaria, il 13 marzo dell’anno 51 l’apostolo Barnaba giunto a Milano per predicare il Vangelo vedendo un gruppo di persone adorare una pietra rotonda, prese due bastoni, ne fece una croce e la infilò nella pietra[1]. La leggenda dice che appunto la croce fiorì, appena qualche giorno prima dell’inizio della primavera. Il «tredesin de Marz» una delle feste più antiche della città, risale a duemila anni fa.

La zona dell’ingresso di san Barnaba doveva essere quella di Porta Ticinese e da lì il Vangelo sarebbe appunto entrato in città, dove qualche tempo dopo sarebbe stata fondata la chiesa di sant’Eustorgio e non a caso i nuovi vescovi di Milano fanno il loro ingresso in diocesi proprio a partire da lì fino al Duomo.

Oggi 13 di marzo, celebrando la quinta domenica di quaresima nel giorno in cui la città ricorda l’inizio dell’annuncio del Vangelo, abbiamo l’occasione di ringraziare il Signore per il dono della fede, dell’inizio della nostra fede. Anche il nostro cammino spirituale affonda le sue radici in tradizioni e storie legate alle nostre famiglie, a persone, luoghi e tempi importanti e che non dobbiamo dimenticare, perché forse anche il fare memoria e il ricordare può aiutarci ad essere capaci di trasmettere a nostra volta il dono della fede.

L’ascolto del ritorno in vita di Lazzaro è il settimo «segno» narrato dal vangelo di Giovanni, come al culmine della progressiva manifestazione del Cristo, il quale mentre fa uscire Lazzaro dal sepolcro, dice di sé la cosa più inaudita che potesse dire: «Io sono la risurrezione e la vita». Questo racconto ci permette di cogliere almeno due aspetti della fede che oggi forse abbiamo bisogno di ritrovare, sui quali dobbiamo concentrarci. Come è esigenza proprie dei tempi difficili, di crisi. Quando i tempi non favoriscono la fede, quando l’indifferenza regna sovrana, quando non riusciamo a trasmettere alle nuove generazioni una fede bella, vera, capace di scaldare il cuore, dobbiamo imparare a concentrarci sull’essenziale e tornare a ricordare cosa ha smosso i nostri cuori.

Nella pagina del ritorno in vita di Lazzaro incontriamo due elementi importanti anche per annunciare il Vangelo oggi e sono: l’amicizia di Gesù e il suo definirsiresurrezione e vita.

Nel racconto di oggi conosciamo Gesù come amico di Lazzaro, è legato a lui e alle sorelle da un affetto importante. Ed è proprio in nome di questo affetto che Marta e Maria lo rimproverano per il suo atteggiamento e lo fanno in tempi diversi ma con le medesime parole: Se tu fossi stato qui! Perché se si parla di amicizia, questo è ciò che ti aspetti da un amico: che faccia ciò di cui tu hai bisogno. Che nel momento di difficoltà ti stia vicino come tu te lo aspetti. Che intervenga al momento giusto.

Quante amicizie si sono rovinate per aspettative deluse!

Di sicuro l’affetto di Gesù era intenso e vero: infatti dapprima si commuove profondamente, poi quando vede Maria piangere, egli stesso diventa molto turbato, infine scoppia in una pianto dirotto! Tre verbi descrivono la reazione di Gesù, le emozioni di Gesù. Il primo esprime il fremito per lo sconforto di fronte alla morte (embrimaomai); il secondo si turbò (tarasso), che è proprio del mare in tempesta, è lo sconvolgimento profondo… fino allo scoppiare in pianto (edakruo), al versare lacrime. Se i primi due sentimenti potevano essere appena intuiti dai presenti, perché intimi e personali di Gesù, le lacrime sono viste da tutti e vengono interpretate appunto come segno di amicizia: Guarda  come gli voleva bene!

Eppure, come sempre, c’è qualcun altro che trova motivo per non leggere in profondità lo stato d’animo di Gesù e ha di che brontolare perché le cose non vanno come dovrebbero: ma se ha guarito un cieco, non poteva impedire che questi non morisse… come dire: se gli voleva bene davvero non poteva arrivare prima?

Questa è l’amicizia, secondo noi. Ma per Gesù è anche qualcos’altro e lo comprendiamo quando si rivolge al Padre per l’amico. Amicizia per Gesù è anche questo: preghiera al Padre. Nella preghiera l’amicizia riceve una dimensione altra, viene proiettata in una prospettiva più profonda perché viene compresa dentro un orizzonte che non è semplicemente quello dello scambio, delle aspettative, del sentirsi in obbligo di… ma nella prospettiva di Dio, che è l’unica capace di dischiudere un’amicizia svincolata dalle bende che ti legano, che solleva certi macigni che inchiodano dentro una relazione malata.

È possibile essere amici di Dio, amici di Cristo? Non lo so, forse qualche volta ne abbiamo avuto la percezione, ma è sicuro che lui è amico.

E la sua amicizia apre e dischiude spazi di libertà. Perché siamo come Lazzaro: abbiamo anche noi bisogno di affetti che ci aiutino e che ci siano di conforto, di sostegno, ma dentro di noi c’è anche il bisogno di essere liberi, di non dipendere, di avere una relazione di rispetto reciproco.

Possiamo leggere anche così l’intenzionale ritardo del Signore: Gesù volutamente ritarda a costo di andare incontro a una conseguenza drammatica, ovvero che l’amico muoia, e tutto questo avviene, come già avveniva per il cieco nato, per la gloria di Dio!

Siamo dinnanzi a un’amicizia audace, coraggiosa, per noi incomprensibile, capace di non intervenire prima, di lasciare che un amico possa morire e di accettare di soffrire per questa morte… per lasciare che l’amore di Dio si mostri capace di passare anche attraverso la morte. Siamo di fronte a un abisso di senso profondo.

Un’amicizia così va oltre il nostro bisogno immediato, è un’amicizia capace di aprire orizzonti di eternità. Ed è una dimensione talmente importante per Gesù, è un aspetto così imprescindibile del suo amore per noi che è disposto a morire per questo. Infatti, alla fine del racconto si dice che decisero di ucciderlo. È un contrasto evidente, lui richiama Lazzaro dalla morte alla vita e i capi decidono la sua morte!

Siamo in una situazione assurda: i capi per invidia e lotta di potere decidono di mettere a morte colui che per amicizia nei confronti di Lazzaro e quindi di ciascuno di noi, vince la morte!

Ed è la seconda cosa che è centrale oggi per la fede oggi. Gesù è un amico che manifesta la gloria di Dio, dove la gloria di Dio non è la sua esibizione, non è la sua esaltazione nelle forme e nelle categorie mondane… ma la gloria di Dio è che l’uomo viva.

Gesù usa parole potenti, non dice semplicemente: risorgerò, vincerò la morte,ma afferma Io sono la risurrezione e la vita. Come la più alta rivelazione di se stesso, di Dio perché così Dio si è rivelato sul Sinai, per cui il lettore ebreo di lingua greca che sentiva Gesù dire Io sono pensava subito al nome di Dio, è come se lo evocasse nella sua coscienza e nella sua memoria. E possiamo ben capire i capi che lo accusano di idolatria: un uomo che si fa dio! è una bestemmia. Giovanni nel vangelo dice il contrario: è Dio che si fa uomo e diventa amico dell’uomo, ed è un vero amico: vuole che tu viva! Nemmeno la morte può interrompere questa amicizia: a questo punto l’amicizia di Gesù giunge al suo culmine. Dopo questo cosa deve dire ancora? Nulla più. Gli toccherà dirlo al caro prezzo della sua stessa vita.

Ma proprio mentre i capi decidono di eliminarlo e di chiudere la partita, Dio anche attraverso la morte di Gesù manifesta la sua gloria, il suo disegno, la sua volontà. La sua volontà è la vita, la vita oltre la morte.

Crediamo questo? Ma lo crediamo come idea astratta, gettata avanti in un futuro che speriamo sia più lontano possibile, almeno per quanto ci riguarda? Oppure è una convinzione nella quale possiamo vivere il presente? Vivere nella prospettiva della risurrezione cambia il modo di stare al mondo, cambia il modo di vivere i nostri affetti e le nostre amicizie. Che il Signore ci doni di essere amici così, capaci di liberare dalle bende che legano e rendono schiavi, capaci di sollevare quei macigni che stanno sui cuori delle persone, capaci di essere l’amico per chi ha bisogno di liberazione.

Annunciare la fede oggi come ai tempi di Giovanni, non significa intraprendere battaglie ideologiche, per quella strada arriveremmo anche noi agli atteggiamenti dei capi e dei farisei… Torniamo a parlare come si parla di un amico a un altro amico, con l’affetto e l’intelligenza dell’amore, ma anche con la libertà e il rispetto per i tempi dell’altro. Anche fin laddove non possiamo fare più nulla. Crediamo o no che la vita non muore?

[1] La pietra è attualmente incastonata nel pavimento della chiesa di Santa Maria del Paradiso (Porta Vigentina)