Abbiamo intervistato Fabio Olivieri, PhD Presidente FederPed, Presidente Coordinamento Nazionale Pedagogisti ed Educatori per riflettere con lui sulla crisi del lavoro educativo.
- Fabio, buongiorno. “Educatori cercasi”, “crisi del mercato del lavoro educativo”, “non ci sono educatori”: sono alcuni dei titoli apparsi in questi mesi. Cos’è successo? Come si spiega la diffusa difficoltà a trovare nuovi e nuove educatrici?
Non è del tutto vero che non ci siano educatori, in Italia ce ne sono ed anche in numero adeguato a coprire ogni singola necessità dei servizi territoriali. Il problema semmai è che lo sviluppo di una neonata coscienza professionale di ruolo, da parte di molti colleghi e colleghe, ha cominciato a riflettersi anche sulle premesse del nostro lavoro. Ci si è resi conto finalmente della complessità del lavoro educativo e pedagogico e del suo valore economico quale corrispettivo dell’impegno profuso da parte dei professionisti che sono chiamati ad attuarlo nei differenti contesti.
L’educatore socio-pedagogico non è un volontario né si avvicina lontanamente a questo ruolo perché la sua professionalità è meritevole al pari di altre professioni tecniche del sociale. In secondo luogo, è un cittadino e in molti casi un genitore e pertanto deve poter provvedere ai bisogni del suo nucleo familiare, mentre qui il rischio è che si assottigli sempre di più la linea di demarcazione tra chi si prende cura del disagio e chi la riceve.
Detto altrimenti, con stipendi da fame sorge il sospetto che il passo da educatore ad utente sia sempre più vicino! Inoltre, mancano completamente, opportunità di progressione verticali di carriera. Un educatore rischia di entrare in un luogo di lavoro e di uscirne senza aver maturato ulteriori esperienze di coordinamento e gestione dei servizi.
- Oltre a quella salariale ci sono altre motivazioni dietro alla cosiddetta “crisi” del lavoro educativo. Qual è la sua opinione?
Parliamo di umano e di sociale e in questi termini necessitiamo di identificare cause che agiscono a livello macro-sistemico e micro-sistemico. Al secondo ho appena accennato. Mentre con riguardo al primo, ritengo che il nostro Paese manchi di una legge organica sull’educativo che prenda quota a partire dai principi e dai valori fondamentali della nostra Carta Costituzionale. L’Europa ci ha consegnato documenti altamente significativi di cui sembra manchi la reale ed autentica volontà di darvi piena attuazione in Italia.
Non è forse un caso anche qui che nei primi giorni del dopo elezioni i principali quotidiani nazionali abbiano pubblicato articoli sui cosiddetti “ministeri chiave” senza menzionare mai quello dell’Istruzione e della Ricerca. Stessa sorte spetta a quello del Welfare, dove l’unico nodo al pettine che conta è quello dell’efficientamento della spesa pubblica, sistematicamente tradotto con la capacità di operare tagli alle politiche di bilancio. Quando il sociale non funziona in modo adeguato le persone e il carico pro-capite ripartito non scompare magicamente ma viene dirottato ad un livello di intervento emergenziale più immediato: quello sanitario.
L’educazione richiede tempo e sedimentazione, riflessione ed apertura mentale, non è una pillola da ingoiare né un progetto a breve termine da finanziare per dare lustro al promotore di turno. L’educazione dovrebbe potersi respirare nell’aria quotidianamente, come l’ossigeno, affinché ciascuno possa ricorrervi secondo la propria misura. Dovrebbe risultare così familiare da costituire un bisogno implicito, uno di quelli di cui rilevi la mancanza immediata nel momento in cui lo avverti insoddisfatto.
- Oltre le motivazioni che ha indicato, ha riscontrato anche una più o meno diffusa crisi di valori, un’attenuazione dell’afflato ideale a svolgere il lavoro sociale?
Finché non riconosceremo come una professione tecnica quella dell’educatore, saremo sempre a cavallo tra volontariato e lavoro ordinariamente inteso. Qui non entrano in gioco gli aspetti vocazionali, siamo professionisti e a nessuno verrebbe in mente di chiedere una dedizione sacrificale ad altri professionisti come l’assistente sociale o lo psicologo! Il nostro è un lavoro che richiede competenze specifiche per le quali studiamo e conseguiamo un titolo di studio di livello universitario. Possiamo parlare di atteggiamento mentale, di disponibilità a, ma non certo di vocazione. In quest’ottica, come ho già riferito, è necessario riconoscere l’organicità del lavoro pedagogico che comprende competenze progettuali, di monitoraggio, valutazione e verifica costante degli esiti programmati con l’utente. Dinamiche che a loro volte hanno necessità di esprimersi in un quadro di interdisciplinarità che segna e contrassegna la struttura e il corso degli studi delle classi di laurea pedagogiche. Noi infatti siamo gli unici ad avere ancora la possibilità di ampliare, a livello accademico, le nostre conoscenze negli ambiti più disparati: dalla pedagogia alla sociologia, dall’antropologia alla storia, dalla didattica alla docimologia, psicologia, igiene, psichiatria, etc. Dico gli unici perché in un’epoca di iperspecializzazione ossessiva, noi ci facciamo garanti del fatto che l’umano non può essere ridotto a una sola disciplina, ma deve essere rappresentato da tutte le sfumature che lo compongono, lo motivano e lo legittimano.
- Una risposta per contare di più e per poter meglio affrontare le sfide della contemporaneità da parte delle realtà del mondo sociale sono le organizzazioni di secondo livello. In che senso? Ci può spiegare la loro importanza?
Una delle motivazioni per cui noi veniamo poco considerati è il fatto che non rappresentiamo una fascia compatta che può essere di interesse per la politica. Per questo è importante avere un assetto comunicativo efficace, duraturo e permanente. Sarebbe importante costituire un polo comunicativo tra università, enti locali e associazionismo che possa diffondere ciò che viene fatto nell’ambito del lavoro socio-educativo con una maggiore efficacia e incisività. Ciò avrebbe conseguenze anche sulla vita del singolo professionista: mancano pubblicazioni di case editrici mainstream firmate da educatori o da pedagogisti. Ciò fa sì che nell’immaginario collettivo della pratica del quotidiano se ne occupino solo certe categorie professionali, come psicologi e assistenti sociali. E ciò si riflette anche sulla legittimità che si riconosce al ruolo di pedagogisti ed educatori visto che non si è in grado di definire con esattezza ciò che facciamo e quello di cui ci occupiamo. E si rischia quindi di non farne comprendere pienamente il valore.
Leggi gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #67:
✍🏻 Poeti sociali – Paolo Dell’Oca
✌🏻 Dal lavoro sociale il riscatto di tutti – Alessandro Pirovano
🦸🏻 Essere un professionista, il superpotere dell’educatore – Lino Latella
🚴🏻 Fermarsi, ripartire e ripartire insieme: la bellezza del lavoro educativo – Roberta Sabbatini
⛅ La testimonianza che promuove il cambiamento – Ingrid Bianchetti
📜 Cari poeti sociali! – p. Giuseppe Bettoni
🌼 L’incontro con l’altro: necessità e bellezza – Silvia Carameli
⚙️ Il lavoro più produttivo – Paolo Dell’Oca
❤️ Ne vale veramente la pena – Giada Violanda e Vittoria Veneroni
🚀 Il lavoro educativo verso il futuro – Silvia Murolo
