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Covid-19: ragazzi e educatori come hanno affrontato questo strano periodo?

Ne abbiamo letto. Ne abbiamo parlato. Ne stiamo scrivendo.

Covid-19 ha impattato sulle nostre vite come il fantomatico fulmine a ciel, più o meno, sereno. Una vera e propria pandemia globale come non se ne vedevano da decenni e che speriamo di non rivedere per ancora più tempo. L’emergenza è stata sanitaria, ma il coronavirus ha accentuato situazioni che erano già fragili ben prima del lockdown.

Le famiglie e le fasce economicamente più deboli come hanno affrontato lo stop lavorativo? Le persone impossibilitate ad uscire come hanno fatto per la spesa? Nuclei famigliari numerosi, avevano lo spazio materiale per “sopravvivere” due mesi chiusi in casa con i figli senza scuola e genitori spesso senza lavoro? I minori affiancati dagli educatori hanno avuto dei momenti loro, per essere accompagnati in un percorso di crescita come prima della pandemia?

Fate un po’ di analisi grammaticale e trasformate i verbi di queste domande al futuro semplice: otterrete quello che Arché, e più in generale buona parte del terzo settore, ci siamo chiesti il 9 marzo, data in cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato lo stop di tutto il paese.

Le criticità erano molte e servivano risposte tempestive.

Con AAA: Arché Aiuta Adesso abbiamo cercato di facilitare il periodo di isolamento sociale delle famiglie attraverso il supporto telefonico: da una semplice chiacchierata per ricevere conforto, ad una mano più concreta nella compilazione dei moduli, il progetto si è sviluppato proprio con l’obbiettivo di rendere il più vivibile possibile la quarantena.

Per quanto riguarda la spesa, una delle emergenze più immediate e spigolose da risolvere, abbiamo creato il progetto Arché con te attraverso la nostra fitta rete di volontari: un servizio gratuito di consegna a domicilio di cibo e farmaci sia per le famiglie già coinvolte nei nostri progetti, che per chiunque ne avesse fatta richiesta. Un progetto che ci ha particolarmente interpellati, poiché la mission di Arché è l’autonomia e bisogna fare attenzione a non scivolare nell’assistenzialismo: i nostri operatori hanno quindi colto l’occasione per entrare in relazione con nuove famiglie, provando a leggere le situazioni in cui fosse necessario un orientamento ad altri servizi (più strutturali) di Arché o del territorio.

CasArché, in particolare, si è fatta conoscere nel quartiere di Quarto Oggiaro come centro di solidarietà, magari anche un po’ imprecisato ma più di una colorata comunità mamma bambino come era nota prima dell’emergenza, ed ora capita che qualcuno passi a citofonare, perché il Mario al bar mi ha detto che forse voi potevate aiutarmi.

Con Smart Together abbiamo provato a rispondere all’emergenza educativa che stava colpendo i ragazzi e le ragazze a seguito della chiusura delle scuole. Tramite l’uso di strumenti dedicati, dell’aiuto dei volontari e l’attivazione di un’équipe di psicologi il progetto è servito a prevenire problemi nel percorso scolastico o il suo abbandono.

Proprio sui giovani si sono concentrati gli sforzi degli educatori, abilissimi a trasformarsi in educatori da remoto e ad usare videochiamate e diverse attività per cercare di distaccare i ragazzi dalla realtà virtuale in cui erano immersi anche per mancanza di alternative.

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Sembra paradossale, ma è così.

Salvatore, un educatore di Roma, ha saputo coinvolgere Richard nella scrittura e nel disegno di un fumetto: partendo dalla loro comune passione per il cinema, hanno visto tre lungometraggi della Cineteca di Milano, sui quali hanno discusso ed è da lì che l’estro artistico del ragazzo si è attivato.

Ma quali sono state le differenze sul modo di vivere la quarantena tra adolescenti e bambini?

Se i primi, come detto prima, si sono tuffati nel mondo virtuale fatto di videogame e social, i secondi hanno avuto difficoltà a gestire il loro tempo, spesso perché faticavano a capire la situazione o perché non tutti i genitori avevano gli strumenti necessari a spiegare cosa stesse realmente accadendo.

Quello che ha accomunato molti è stato un generale sentimento di rabbia (specie nel periodo finale del lockdown), e si è verificato qualche caso di violenza all’interno di famiglie già fragili prima di Covid-19 e che vivevano in precario equilibrio che si sosteneva grazie a un sistema di sostegno e di risorse che la pandemia ha messo in crisi, determinando uno scivolamento in uno stato di disagio. Ciò è legato anche al fatto che gli assistenti sociali dei servizi sociali comunali, con il loro ruolo di monitoraggio dei minori a rischio, non hanno avuto l’autorizzazione per visite a domicilio durante il lockdown né hanno autorizzato interventi in presenza degli educatori domiciliari, per la cui ripresa in presenza siamo invece noi enti del terzo settore a lavorare per programmarla e metterci dentro senso e significato, stilando i dovuti protocollo di sicurezza poiché naturalmente lo smartworking non garantisce le stesse tutele.

Ma molti altri ragazzi tra i 3 e i 12 anni hanno saputo godere del tempo a disposizione con i loro genitori, anche grazie all’aiuto degli educatori che li hanno aiutati a trovare e sviluppare risorse utili ad affrontare la situazione. È per questo che il supporto del terzo settore è stato e sarà fondamentale: le ricadute si vedranno solo a medio-lungo termine e un’attenta pianificazione degli interventi dei prossimi mesi, consentirà di evitare disastri.

È anche vero che alcune famiglie sono state capaci di semplici, ma bellissimi, gesti; nel periodo di Pasqua non avevamo abbastanza uova per tutti i bimbi che potevamo raggiungere e alcuni genitori, nella gratitudine imbarazzata di accettare una donazione che non pensavano avrebbero mai dovuto chiedere, hanno preferito portarsi a casa un solo uovo (invece di uno per figlio): “Marco e Lucia possono dividersene uno, questo lasciatelo ad un altro bambino”.

Azioni spontanee, ma non dovute e che riscaldano il cuore!

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E qual è stata la testimonianza degli educatori?

Gli operatori confermano che la mancanza più grave per i ragazzi è stata la relazione tra pari, anche per la chiusura improvvisa della scuola. Per quanto riguarda la casistica “specifica” le preoccupazioni e i problemi sono stati vari.

Alcune giovani adolescenti sono incorse principalmente in due grossi problemi: il rischio di abbandono scolastico e lo sviluppo di stati d’animo tendenti al depressivo nichilista. I ragazzi tra i 12 e i 16 anni, come scrivevamo, sono stati iperbombardati dalla tecnologia che tra ore di svago, lezioni e interventi on-line ha rischiato di alienarli dalla realtà, ma è stato compito degli educatori suggerire attività da condividere con il resto della famiglia.

Un altro tema che è emerso è quello delle disuguaglianze socio economico che, in lockdown, hanno gravato sulla possibilità del minore di seguire le lezioni on-line e conseguentemente sul suo diritto alla scuola e all’istruzione perché non è banale dire che i device migliori o una semplice ricarica quotidiana di giga non siano alla portata di tutti.

Sarà importante nei prossimi mesi riuscire a garantire ai ragazzi uno spazio tutto per loro in grado di offrire relazioni tra pari visto che, a settembre, saranno ormai 7 i mesi senza scuola.

E per quanto riguarda i bambini delle famiglie accolte nelle comunità educative di Arché?

Sono stati insofferenti al punto giusto, nel senso che lo sono stati come qualunque altro bambino rinchiuso per 60 giorni in casa. Sono stati fortunati, però, ad avere un cortile o un giardino in cui giocare (in Casa Carla e Casa Adriana). Questo ha facilitato di molto le cose, anche se non sono mancati gli assalti a telecomandi e tablet. Quello che è certo è che hanno dimostrato un senso di responsabilità ed una tenuta ammirevoli, anche grazie alla fantasia e la creatività con cui gli educatori hanno saputo intrattenerli.