Lo scorso giugno è uscito “Madri detenute. Dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociopolitica“, il libro di Valentina De Fazio, operatrice di Arché. Nella settimana di BookCity, a novembre, il libro è stato presentato all’Istituto a Custodia Attenuata per Detenute Madri (ICAM) di Milano e al carcere di San Vittore: abbiamo colto l’occasione per approfondire il tema del carcere per le donne, della genitorialità intramuraria e delle prospettive future per la detenzione di mamme con figli.

Valentina De Fazio presenta il libro “Madri detenute” in Calabria, agosto 2025
Valentina, come è nata l’idea di scrivere un libro sulla maternità in carcere?
L’idea nasce in seguito all’esperienza lavorativa in carcere, che dura da quattro anni, come Educatrice Professionale per Fondazione Arché, impegnata nell’accoglienza di madri, bambini e famiglie in difficoltà sul territorio nazionale.
Nel 2021 Arché vince un bando di progetto con il Comune di Milano e approda con il proprio operato nell’Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute (ICAM) di San Vittore e nella Sezione-Nido del carcere di Bollate. L’ICAM afferisce al carcere di San Vittore: si trova in centro a Milano, ospita madri detenute con figli di età massima di dieci anni e tutti i sistemi di sicurezza e le logiche carcerarie sono attenuate, come dice il nome stesso; la Sezione-Nido di Bollate, invece, è interna al reparto femminile; quindi, risente appieno delle dinamiche penitenziarie e l’età massima dei bambini è di tre anni.
L’équipe educativa di cui faccio parte lavora in entrambi i luoghi e la mia passione per l’ambito detentivo e per la maternità ristretta in carcere è tanta da aver voluto approfondire questi temi nei miei studi universitari. Mi sono concentrata sul diritto penitenziario e sulle politiche sociali per la detenzione, impostandovi la mia tesi magistrale, a cui aggiungo un’esplorazione della maternità ristretta a prescindere dal fatto di avere o meno con sé i bambini. Come poi scoprirò, oltre il 60% delle donne detenute in Italia in carcere sono madri.
«Non sapevo esistesse l’ICAM. Sapevo dell’esistenza della sezione nido ma non volevo portarci mia figlia. Dopo 6 mesi di carcere un’assistente (agente di polizia penitenziaria N.d.A.) mi ha parlato dell’ICAM, mi ha informato su cosa fosse e su come funzionasse e mi ha suggerito di provare a entrare. Dopo il colloquio con il direttore e gli educatori, loro si sono messi in contatto con l’ICAM e io ho scelto liberamente di spostarmi lì, così da ricongiungermi con mia figlia, che all’epoca aveva due anni. Ho scelto liberamente di andare in ICAM e ho scelto di portare mia figlia in ICAM perché egoisticamente volevo averla con me, ma nessun bambino dovrebbe vivere un contesto carcerario. Però dall’altro lato, lì ho ricominciato a essere mamma. È stato difficile, perché in quel contesto è difficile vestire il ruolo di madre; nonostante tua figlia sia a fianco a te, dopo essere state distanti lei non ti riconosce più come madre. Mia figlia chiamava “mamma” tutte, ed è stata una pugnalata. Quando sei madre in carcere non ti senti più madre, non hai più la responsabilità di affrontare le giornate, le preoccupazioni che ti danno i figli, eccetera. Devi imparare ad aspettare». (“Madri detenute”, p. 18)
Dopo essermi laureata, p. Giuseppe mi ha proposto la pubblicazione del libro perché dal 2021 la mission di Arché si è modificata e ampliata, rivolgendo il proprio intervento anche nei confronti della detenzione e della genitorialità all’interno degli istituti. Per me è stato motivo di grande orgoglio, perché vorrei sempre più specializzarmi nell’ambito educativo-penitenziario e, con questo libro, spero di aver posto le basi per dare voce ai bisogni e alle necessità di cambiamento per le donne e per i minori che incontro tutti i giorni nel mio lavoro.
Cosa rappresenta la copertina del libro per te e perché hai scelto questa immagine?
La copertina del libro è un bellissimo ricordo che mi ha segnato professionalmente. È una foto reale (la vedete qua sotto), che ho modificato trasformandola in un disegno, scattata la scorsa estate durante un’importante gita fatta con i bambini dell’ICAM e della Sezione-Nido di Bollate. Insieme all’équipe di Educatrici con cui lavoro, e che ringrazio profondamente, siamo riuscite a permettere a sei bambini di prendere il battello sul lago di Como, un luogo di appartenenza per me.

Bambine e bambini dell’ICAM e del nido di Bollate in gita al lago di Como
Nello specifico siamo riuscite a portare con noi, dopo numerose peripezie burocratiche relative all’ambiente detentivo, un bambino di due anni che non usciva dal contesto penitenziario di Bollate e dalla prospettiva visiva e sensoriale data dal carcere da circa sei mesi. Sei mesi su due anni di esistenza; un quarto della sua vita vissuto in un luogo non idoneo al suo sviluppo. Era il 3 agosto 2024: penso che mai dimenticherò la meraviglia e la paura sul suo volto quando abbiamo preso il treno e quando siamo saliti sul battello, con l’acqua che delicatamente ci rinfrescava. Il ritorno alla libertà per lui, ma anche per noi, era un chiaro segno del bisogno di dover trovare delle soluzioni diverse, delle soluzioni extra–murarie per la maternità e i bambini presenti in carcere.
Quali sono le principali difficoltà che le donne in carcere devono affrontare durante la maternità?
Le madri in carcere affrontano problematiche complesse, sia quando abbiano i figli con sé, sia quando siano separate da loro. Per chi non li ha con sé, le difficoltà riguardano proprio il distacco, la solitudine e il senso di colpa, che contribuiscono a creare una situazione di vulnerabilità emotiva, che rende l’esercizio della genitorialità ancora più difficile. Per coloro che invece siano insieme ai bambini, la carcerazione spesso implica una genitorialità privata del supporto familiare e del contesto sociale, con un ambiente che non favorisce il legame madre-figlio: in Italia solo a Milano è predisposta un’équipe educativa ad hoc per il sostegno alla maternità; negli altri luoghi, ovvero gli ICAM (5), le sezioni nido (11), le carceri femminili (4) e le sezioni femminili attive (44) se ne occupano i pochi operatori presenti, i volontari o alcune associazioni.
Il sistema carcerario non è pensato per rispondere alle necessità delle donne, figuriamoci delle donne madri: non vi sono percorsi educativi, psicologici e di sostegno alla genitorialità, se non in casi rari, e non ci sono spazi adeguati alla maternità o strutture che possano ospitare i bambini in modo sicuro e sano. Una donna detenuta a Bollate descrive la situazione:
«In carcere tutto è lento, è una vera m****, siamo troppi, siamo in cinque in cella, è troppo pesante. Un bagno solo, una televisione sola, una piastra sola. È difficile anche per chi non è madre, poi la preoccupazione fuori per i figli ti mangia dentro». (pp. 73-74)
Questo dato emerge con estrema potenza nella mia ricerca: vi è bisogno immediato di aumentare il supporto alle donne madri detenute, implementando le politiche sociali attive in merito e aumentando il numero di professionisti d’aiuto all’interno delle carceri.
E non dimentichiamo che prima di essere madri, sono donne: la mancanza di servizi sanitari appropriati, l’assenza di attività rieducative mirate e non stereotipate e l’inadeguata preparazione del personale, anche in carenza di organico, rendono ancora più difficile affrontare le sfide quotidiane legate alla cura di sé, prima ancora di quella dei figli.
Essere donna in carcere corrisponde a subire una doppia discriminazione; nel momento in cui si è madre la discriminazione diviene tripla.
Quali donne hai intervistato in carcere? Cosa è emerso dalle interviste?
Ho avuto il piacere di conoscere numerose donne sia nel mio lavoro quotidiano, sia per la ricerca di cui parlo nel libro, con o senza prole a seguito, che stavano scontando una pena in carcere o fuori in misura alternativa.
È molto semplice incontrare una donna detenuta che sia anche madre, perché oltre il 60% della popolazione femminile detenuta ha almeno un figlio. Ascoltare le loro storie mi ha sempre arricchito, sia che si trattasse di donne con cui dovevo effettuare un percorso sulla genitorialità, sia di donne incontrate nei corridoi delle sezioni, che spesso invece non hanno nessuno con cui parlare. Per loro è importante essere viste, è importante che qualcuno ascolti il loro dolore e le loro sofferenze. A volte, quando la sezione nido di Bollate si svuota, le altre detenute del carcere ci dicono: «Ci mancherete tanto, ma speriamo di non vederci più qui dentro, sia per i bambini perché non devono più entrare, ma anche per noi perché magari andiamo a casa».
Alcune delle donne che quotidianamente incontriamo vengono scarcerate dopo qualche giorno, mentre altre dopo diversi anni. Non conosciamo mai il tempo effettivo, ma per noi contano tutte le persone, piccole e grandi. Scelgo sempre di augurare loro un futuro migliore, anche se c’è di mezzo solo un fine settimana, anche se ci rivedremo sempre per i due mesi successivi.
Per me è sempre stato fondamentale far capire che non c’è differenza tra chi vive la propria vita fuori e le donne detenute. A tutti potrebbe capitare di dover affrontare periodi inaspettati che portano a commettere dei reati per aiutare la propria famiglia – e la maggior parte dei reati riguarda proprio questo motivo. È importante farle sentire accettate, ascoltate ma soprattutto non giudicate. Io non chiedo mai il reato commesso e non l’ho chiesto nemmeno durante le interviste per il libro, non è un dato che a noi interessa. Eppure, la maggior parte delle volte, nel momento in cui non si sentono più giudicate sono proprio loro ad aprirsi e a raccontarti tutto ciò che è successo, per analizzare insieme e rielaborare i fatti. Perché è bello essere accolta da qualcuno, anche se quel qualcuno si trova in carcere. Ho imparato tanto dalle donne in carcere; anche le più scontrose hanno avuto valore per me. Ho scoperto nuove storie, nuove lingue, nuovi piatti tipici e ho imparato anche a cucire, ma soprattutto ho scoperto la bellezza nell’incontro fra culture e abitudini diverse. Anche nel momento più brutto della propria vita si può scegliere di fare qualcosa di bello e di farlo insieme.
Ci sono storie nel libro che dimostrano come la maternità in carcere possa essere anche un’opportunità di cambiamento per le donne?
In questi anni di lavoro ho incontrato tante donne e tanti bambini; talvolta sono entrata in contatto anche con la rete territoriale che affianca i nuclei. Ci dicono sempre che non si fa questo lavoro pensando di salvare il mondo, ma per seminare qualcosa oggi da raccogliere in un domani, spesso non collocabile in una dimensione temporale vicina.
Una delle mamme che ho intervistato nel libro, con cui ho lavorato, mi ha detto che il carcere «funziona solo per chi sceglie di vivere in maniera attiva il proprio percorso», ma non sempre è così semplice. È una frase che si riesce a dire solo alla fine, perché nel frattempo il carcere ti indebolisce, ti deresponsabilizza e se si è genitori la sofferenza si raddoppia.
Ho visto tanta sofferenza, ma anche tanta volontà di riscattare la propria vita e quella dei famigliari, soprattutto se il cambiamento proviene da una donna. Come sostengo anche nel libro: una donna in carcere spesso si ritrova da sola ad affrontare la detenzione, anche se ha la prole con sé. Dai loro racconti emerge che, quando a rimanere fuori dal carcere è un uomo, quasi sempre la famiglia ne risente in negativo, talvolta si sgretola; quando invece la figura genitoriale detenuta è il padre, la donna funge da collante familiare e gli fa da supporto.
Penso di aver visto il cambiamento anche in chi ha fatto o subìto le scelte peggiori. Seminare anche un piccolo consiglio può sempre aiutare la persona che si ha davanti. Per alcune di loro arrivare in carcere significa fare cose che fuori non avrebbero mai potuto fare: ci sono donne che raccontano di aver giocato per la prima volta, con o senza figli; c’è chi si prende una pausa da una vita obbligatoriamente delinquenziale o da gravidanze obbligate da famigliari oppressori; c’è chi trova una casa o riesce a richiedere i documenti; c’è chi impara un mestiere o anche a leggere e scrivere; ci sono bambini che per la prima volta accedono alle vaccinazioni o alla scuola.
Eppure, è difficile concentrarsi esclusivamente sui successi e sulle opportunità di cambiamento. Ci sono numerose condizioni di disagio in carcere, soprattutto se si tocca il tema della genitorialità e della maternità. È necessario spingersi oltre, verso nuove opportunità per le donne e per i minori sia dentro che fuori dal carcere, come per esempio la creazione delle Case-Famiglia protette. Questo cambiamento è nelle nostre mani, in quelle della società e delle istituzioni. Il carcere riguarda tutti noi: in base a come scegliamo di trattare le persone più vulnerabili dimostriamo che società vogliamo essere e che tipo di società vogliamo diventare.
Nel tuo libro parli anche del futuro delle donne madri in carcere. Quali speranze nutri per loro? In che modo le istituzioni e il sistema penitenziario (governo, carceri, servizi sociali) potrebbero migliorare il trattamento delle donne in gravidanza o con bambini in carcere? Riceve la giusta attenzione nel dibattito pubblico?
La maternità in detenzione è una delle sfide più complesse e delicate del sistema penitenziario, che richiede soluzioni più umane e mirate. Le donne detenute con bambini, o in gravidanza, vivono difficoltà enormi. La speranza è che il sistema penitenziario italiano evolva verso un trattamento che rispetti i diritti delle donne e dei loro figli.
L’analisi condotta nel libro mette in evidenza che, sebbene ci siano stati alcuni miglioramenti (su tutti, la creazione degli ICAM e delle Case-Famiglia protette), questi interventi sono ancora insufficienti e non sempre adeguati. Ancora oggi molte di loro vivono nelle sezioni nido in condizioni disumane e degradanti. La mia proposta è quella di adottare un modello simile a quello milanese per gli ICAM e di incrementare il numero di Case-Famiglia protette in tutta Italia. Più in generale penso che il tipo di lavoro svolto dall’équipe multidisciplinare in ICAM a Milano possa essere un esempio concreto e funzionale da poter proporre al mondo detentivo in generale: solo un trattamento individualizzato e dei percorsi mirati possono davvero consistere in una risposta volta alla rieducazione e alla risocializzazione.

Alcuni numeri dell’ArchéBaleno insieme al libro “Madri detenute”
Le strutture esistenti devono prevedere spazi idonei per le visite o per la permanenza dei bambini, ma anche garantire servizi sanitari e psicologici di qualità, così come programmi educativi e ricreativi che rispondano alle esigenze delle madri. Le madri spesso vivono un forte stress e una sensazione di inadeguatezza dovuta non solo alle difficoltà pratiche legate alla cura dei figli, ma anche alla perdita di controllo sul proprio ruolo genitoriale.
Un altro punto cruciale riguarda la formazione del personale penitenziario. Gli operatori e i professionisti che lavorano con le madri detenute devono essere adeguatamente formati per comprendere le peculiarità della maternità in carcere e le esigenze dei bambini. Investire in corsi di formazione specifici per questi operatori è essenziale per migliorare il supporto che le madri ricevono durante la detenzione.
Infine, è fondamentale sensibilizzare l’opinione pubblica su questa problematica. La società deve essere più consapevole delle difficoltà delle madri detenute, in modo da ridurre lo stigma sociale che spesso le accompagna. Il coinvolgimento attivo della società può favorire l’introduzione di politiche più inclusive e rispettose dei diritti umani, creando un ambiente favorevole al cambiamento, come per esempio nella ricerca di un’abitazione e di un lavoro, due aspetti fondamentali per la risocializzazione. La strada verso una maggiore tutela dei diritti delle madri detenute e dei loro figli è ancora lunga, ma attraverso un approccio centrato sulla persona, con un’attenzione globale ai bisogni dei nuclei familiari, è possibile migliorare il sistema penitenziario e creare una realtà più giusta e rispettosa della dignità umana.
Hai trovato differenze tra la maternità in carcere in Italia rispetto ad altri paesi?
Sì, sia in positivo che in negativo. Sono circa 740.000 le donne detenute nel mondo, rappresentando il 6,9% della popolazione carceraria globale. Sorprendentemente, il numero delle donne detenute è aumentato del 60% dal 2000, rispetto al 22% degli uomini. Inoltre, circa 22,5 milioni di bambini hanno un genitore in carcere, e 19.000 bambini vivono con le madri in carcere, un dato che evidenzia la globalità e la centralità del problema. In particolare, in Italia al 31 ottobre 2025 ci sono 26 bambini che vivono in carcere, in crescita rispetto ai 21 di inizio anno; tanti altri non rientrano in questa fotografia di dati poiché sono entrati e usciti nello spazio temporale intermedio, ma dal mio punto di vista sono egualmente importanti e degni di nota.
Alcuni paesi non hanno programmi di supporto alla maternità o alla genitorialità, mentre altri hanno dei programmi molto avanzati. In Spagna esistono stanze-abitazioni famigliari dove madri, padri e bambini convivono, favorendo il legame famigliare fino ai tre anni. In Italia, invece, non esistono strutture che permettano la convivenza famigliare integrale, e il supporto ai padri è limitato a casi specifici.
Se potessi esprimere dunque una tua opinione: è giusto o sbagliato che un bambino entri in carcere con la propria madre?
«Soffriamo entrambe le parti, ma preferisco dare meno dolore ai miei figli, qui vivi dei traumi. Già li ho vissuti io i traumi. Non riesco a vedere i bambini in carcere. Non sono stata aiutata o supportata, io mi sono fatta il mazzo, mi sono trovata da sola a trovare un lavoro. Io fuori ho fatto dei percorsi sulla genitorialità, dentro nessuno ti ascolta o ti capisce. La notte è il momento peggiore. Io sono per le seconde possibilità, vorrei poter scontare la pena accanto ai miei figli fuori. Io ho vissuto la povertà, le mamme si tolgono il pane dalla bocca per darlo ai figli. A chi si sente una persona migliore ed è cambiato veramente perché non dare una seconda opportunità». (“Madri detenute”, p. 133)
Mi interrogo ogni giorno, anche da prima di iniziare questo lavoro, perché non credevo esistessero dei posti del genere; non pensavo che la legge italiana consentisse l’ingresso di bambini in carcere. Possiamo pensare che la legge italiana intenda tutelare la maternità, il benessere del bambino e il legame fra i due. Non si può sostenere a cuor leggero che è meglio che il bambino entri in carcere: è un luogo inadatto per le donne, figuriamoci per i minori. Ma la separazione dalla figura materna è altrettanto disumana.
Più volte nel libro sostengo che non è possibile definire a priori se la scelta sia giusta o sbagliata, perché i casi vanno analizzati singolarmente; ma lo Stato italiano, la legge italiana e tutti noi possiamo provare a cambiare le cose, migliorando ciò che esiste e trovando delle vere alternative, così come le Case-Famiglia protette.
Lo scorso 17 giugno è uscito il mio libro; un’emozione grandissima, il coronamento di un sogno. Lo stesso giorno, insieme al resto dell’équipe di cui faccio parte, per la prima volta ho assistito alla separazione tra una mamma e un bambino. Abbiamo organizzato il trasferimento perché la situazione per lui era insostenibile (la madre necessitava di cure immediate) ma, nonostante il momento di estrema fragilità, è la loro separazione obbligata ad averci fatto soffrire molto. Spero di non dover mai più assistere a momenti del genere, ma ho acquisito una grande consapevolezza: è troppo semplice da fuori dire “mai più bambini in carcere”, perché non possiamo dire con sicurezza se la separazione di una mamma dal suo bambino sortirà effetti positivi o se sia peggio rispetto al trascorrere un periodo della propria infanzia in carcere, laddove ci siano delle misure di sostegno educativo per la mamma e per il bambino. Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che possiamo e dobbiamo migliorare le condizioni delle madri detenute e dei loro figli per non assistere a momenti di così forte lacerazione.
Cosa ti auguri che questo libro possa ottenere? Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

La copertina di “Madri detenute”
Il libro solleva interrogativi profondi sulla funzione del carcere e sul rispetto dei diritti fondamentali. Ho voluto dar voce alle donne detenute, ai loro desideri e bisogni e alle difficoltà quotidiane che affrontano nel conciliare il proprio ruolo di madri con la condizione di privazione della libertà. L’obiettivo era far emergere le criticità di un sistema che ancora fatica a garantire condizioni adeguate alla crescita dei figli e all’esercizio pieno della genitorialità. Le strutture esistenti, come gli ICAM e le Case-Famiglia protette, rappresentano importanti passi avanti, ma la diffusione e la qualità delle strutture è ancora insufficiente. Ho cercato di mettere in evidenza l’urgenza di investire in politiche più umane, inclusive e centrate sulla persona, che prevedano programmi educativi, psicologici e sociali realmente efficaci, dentro e fuori dal carcere. Centrale è anche la formazione del personale e la necessità di un approccio individualizzato e rispettoso della dignità di ogni madre detenuta e dei suoi figli.
È un invito a ripensare profondamente il modo in cui il sistema penitenziario si rapporta alla maternità, proponendo un modello che tuteli i legami affettivi, favorisca il reinserimento sociale e riduca lo stigma. Solo così sarà possibile costruire un sistema realmente giusto, capace di coniugare sicurezza, dignità e diritti umani.
C’è un passaggio del libro che ti sta particolarmente a cuore, che rappresenta meglio il tuo messaggio?
«Ho scritto una lettera, ma ancora non gliel’ho data, perché ho paura di come si senta dopo, ha 14 anni e vorrei che ci fosse qualcuno che lo aiuti dopo averla letta, che gli chieda come sta e che gli stia vicino. Mia mamma che è con lui non è la persona adatta, sta già facendo tanto, ma non è adatta per queste cose. Vorrei che lo facesse mio padre, ma purtroppo non c’è più da poco tempo. Magari lo faccio fare a mio fratello o a sua moglie, sono persone in gamba e potrebbero star vicino a mio figlio. Io in questa lettera gli ho scritto tutto, è stato difficile, mi sono liberata, non voglio che sia fine a se stessa, gli ho scritto che niente di tutto ciò che è successo è per colpa sua. Lui non ha nessuna colpa, non è responsabile lui e non lo è mai stato. Mi dispiace ricordagli alcune cose, ma è meglio che le sappia, e dev’essere libero di amarmi nonostante le cose che gli ho detto. Si deve sentire libero di scegliere nei confronti miei e del nostro rapporto. Gli ho scritto cos’ho provato quando è nato e che la droga ti toglie tutto. Però vorrei che fosse supportato dopo averla letta. A parole è difficile, a distanza ancora di più, non sei libera qui nemmeno nella comunicazione, la lettera è uno spazio più privato». (p. 179)
Questa intervista, che ho inserito nelle conclusioni della mia ricerca, è toccante ma anche fondamentale per comprendere la complessità dell’essere madre in carcere. Dalle parole traspare l’intreccio delle sue difficoltà: la solitudine, il senso di colpa, il mancato supporto, i problemi quotidiani della vita all’esterno che continua a scorrere, la consapevolezza della propria situazione. Ma quello che più rappresenta, per me, è una sincera richiesta di aiuto. Con questo libro, spero di aver fatto in modo che la sua voce possa essere davvero ascoltata.

Valentina De Fazio alla seconda presentazione di “Madri detenute” in Calabria ad agosto 2025