Il 14 luglio 2025 l’Istat ha pubblicato la nota “Le condizioni di vita dei minori di 16 anni – Anno 2024”, frutto di un approfondimento condotto nell’ambito dell’indagine UE-SILC su Reddito e condizioni di vita. Il quadro che emerge è preoccupante: il 26,7 % dei minori italiani, ovvero oltre due milioni di bambini e ragazzi, si trova a rischio di povertà o esclusione sociale. Questo rappresenta una quota sensibilmente superiore alla media dell’intera popolazione (23,1 %). Tuttavia, rispetto al 2021 l’indicatore registra una lieve flessione, suggerendo un accenno di miglioramento. Ma i segnali restano allarmanti, soprattutto nei contesti sociali e territoriali più fragili.

Foto scattata durante le Vacanze Arcobaleno.
Cosa dice la nota Istat?
La quota di minori a rischio nel Mezzogiorno e nelle Isole è pari al 43,6 %, in lieve calo rispetto al 45,7 % del 2021, ma ancora drammaticamente alta. Al Nord il dato è molto più contenuto (14,3 %, in calo rispetto al 20,5 % del 2021), mentre nel Centro la quota è salita al 26,2 %, rispetto al 23,4 % del 2021. Questo evidenzia un’Italia spaccata: tra un Nord in miglioramento e un Sud ancora in forte difficoltà.
Le disuguaglianze si manifestano con forza anche nella composizione familiare, nella cittadinanza e nel livello di istruzione dei genitori. Le famiglie numerose e quelle monogenitoriali risultano particolarmente esposte: il rischio di povertà è del 38,3 % nei nuclei con un solo genitore, ma arriva al 53,3 % se ci sono anche altri figli. La situazione è ancora più grave se il genitore è una madre sola, come molte delle situazioni che Arché affianca nelle case d’accoglienza e in housing.
Il divario tra minori italiani e stranieri è marcato: il rischio di povertà tra i minori con cittadinanza straniera è del 43,6 %, oltre 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei italiani (23,5 %). Nel Mezzogiorno il dato raggiunge un picco del 78,2 % per i minori stranieri.
Il livello di istruzione dei genitori è un potente indicatore: oltre la metà (51,8 %) dei minori con genitori con al massimo la licenza media è a rischio, contro solo il 10,3 % dei minori con almeno un genitore laureato. La povertà educativa si conferma quindi un fattore chiave di disuguaglianza.
L’11,7 % dei minori vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale, con almeno tre segnali tra quelli previsti dall’indagine. E tra questi bambini, oltre la metà (51,6 %) presenta sei o più segnali di disagio, in aumento rispetto al 36,2 % del 2021. I problemi più diffusi riguardano la sostituzione di mobili danneggiati, l’assenza di una vacanza annuale, la mancanza di attività extrascolastiche a pagamento e in alcuni casi, persino l’accesso a una connessione Internet domestica adeguata.
Le famiglie con figli piccoli spesso devono affrontare costi abitativi elevati: il 22,7 % paga un mutuo e il 23,6 % vive in affitto, percentuali superiori alla media nazionale. Inoltre, chi vive di lavoro dipendente presenta un rischio minore (17,3 %) rispetto a chi si affida al lavoro autonomo (24,4 %).
Davanti a questi numeri non possiamo restare freddi, i dati Istat ci consegnano la fotografia nitida ma dolorosa di un’Italia che lascia troppi bambini indietro. Oltre due milioni di minori vivono in una condizione di rischio, e in troppi casi non si tratta solo di povertà economica: è povertà di futuro, di opportunità, di fiducia.
Dietro ogni percentuale c’è un volto. C’è un bambino che rinuncia a una gita scolastica, una ragazza che non può fare sport o musica, una famiglia che sceglie se pagare l’affitto o comprare le scarpe nuove al figlio. C’è il peso silenzioso della solitudine, dell’esclusione, della vergogna.
Questi squilibri non sono inevitabili, sono il frutto di scelte, o di non scelte, politiche, economiche e sociali; un bambino che nasce in una periferia del Sud ha molte meno probabilità di crescere sereno rispetto a un coetaneo del Nord, e questo è profondamente ingiusto. È qui che si apre la sfida più grande: ricucire il tessuto di questo Paese a partire dai più piccoli, da chi non ha voce ma ne ha tutto il diritto.
Cosa possiamo fare rispetto alle condizioni dei minori in Italia?
Come Fondazione Arché ci sentiamo chiamati in causa; ogni giorno incontriamo famiglie in difficoltà, madri sole, bambini che vivono in condizioni precarie. Non portiamo solo aiuti materiali, ma costruiamo legami, restituiamo dignità, seminiamo speranza. Perché crediamo che ogni bambino meriti di sentirsi al sicuro, accolto, valorizzato.
Serve uno sguardo nuovo, uno sguardo che non si limiti a contare chi è in difficoltà, ma che si lasci toccare. Servono politiche strutturali, certo — educazione gratuità, case dignitose, lavoro stabile — ma serve anche una rete di prossimità, un senso collettivo di responsabilità.
Non possiamo accettare che la povertà diventi ereditaria. Non possiamo permettere che nascere in una certa famiglia o in una certa città significhi partire con il freno tirato. Ogni bambino ha diritto a un inizio pieno, a una storia diversa, a un sogno da realizzare.
Che i numeri diventino volti, e che i volti guidino le nostre scelte. Questo è l’impegno di Arché. Questo è il nostro sguardo sul futuro.
Simone Zambelli