comunita fondativa

Da sinistra: Gian Vincenzo Zuccotti, Alessandro Albizzati e Patrizia Toia

La questione del tempo, e di come questo potesse scorrere velocemente per tutti coloro che erano fuori dalla questione dell’HIV, sui bambini si amplifica in una maniera enorme perché il tempo era proprio breve.

Di fatto non c’era nessuna possibilità per spiegarsi perché bambini di 2, 3 e 4 anni morissero per una malattia che stava da tutt’altra parte.

Il docufilm “Cuori Pensanti” è bellissimo, al di là della questione che su di me crea una commozione, perché guardandolo, non dico che adesso alcune cose appaiono scontate ma le utilizziamo continuamente.

Ma queste cose che abbiamo visto sono avvenute più di trent’anni fa.

L’epidemia dell’HIV colpiva due soggetti sociali esattamente ai margini. La comunità omosessuale e la comunità dei tossicodipendenti: quest’ultima era in una situazione tale che i bambini morivano e non ci si poteva spiegare il perché. Non c’erano cure e l’impotenza era totale. È su quello che si crea una condizione drammatica ma di straordinaria potenza per permettere ai ragazzi sia quelli con HIV sia quelli senza di andare a scuola.

La frase che dicevamo era: “siamo tutti sieropositivi”.

Quelli nelle scuole ci dicevano “dobbiamo sapere quali bambini sono malati che almeno cambiamo la sabbia all’asilo”.

Tutti siamo sieropositivi, ripetevamo.

La malattia nel sangue ha permesso di guardare alle diverse sieropositività che avevamo tutti e i ragazzi hanno partecipato. E in questa cosa c’è una certa eroicità: un adolescente deve essere arruolato e deve essere arruolato in un ambito dove grazie a quell’eroicità viene trattato come un soggetto unico che sta in una comunità fondativa.

Questo filmato ci dimostra come li si tratta, non i bambini con l’HIV, ma i ragazzi che erano i volontari. Sto parlando dei ragazzi che hanno detto “io vado lì dentro”: non sapevano cosa trovavano, non sapevano come andava, avevano delle persone che li guidavano. Ma io, Giuseppe, il dottor Zuccotti, avevamo trent’anni, eravamo appena usciti da quella età lì. Non eravamo certo i saggi scesi dalla montagna, eravamo anche un po’ bislacchi.

Io sicuramente, gli altri diranno la loro.

Se partiamo da questa cosa, la sfida era spostare da una concezione del tempo che divora i figli a un tempo lineare che permette di fare i conti con il fatto che la vita non è infinita e le cose devono essere significative. Fin da subito.

Quei bambini lì ci hanno dato tanto.

Alessandro Albizzati

Direttore Unità Operativa Neuropsichiatria Infantile ASST Santi Paolo e Carlo

 

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