Molti di voi lo sanno: nelle comunità Arché accompagna mamme e bambini con problematiche psicosociali.

Le donne che gli educatori incontrano, spesso, non hanno mai avuto l’opportunità di mettersi in gioco e provengono quasi sempre da trascorsi di violenza e maltrattamento. La comunità educativa è un luogo dove il tempo viene sospeso, dove le mamme hanno la possibilità di riscoprirsi (imparando a fidarsi e ad affidarsi all’educatore) e dove si preparano ad un percorso che le porti verso l’autonomia assieme ai loro piccoli: vivere in una casa “normale” e soprattutto, essere sfuggite al pericolo che il loro bambino venga allontanato.

Significa che ce la possono fare.

Giunte in comunità, dopo un primo periodo di ambientamento e dopo che l’equipe individua le problematiche principali del nucleo, si inizia a lavorare sulla relazione mamma bambino e si stila un Progetto Educativo Individualizzato, di cui una parte è dedicata al lavoro.

Queste donne sono molto diverse tra di loro. Alcune hanno oltre quarant’anni e altre sono giovanissime, ci sono donne italiane con bassa scolarizzazione e altre che magari hanno conseguito il diploma al loro paese di origine e sono arrivate in Italia pieni di buoni propositi e aspettative sul loro futuro.

Una notte in comunità è arrivata Yasmine, una donna marocchina trentenne, con i suoi quattro figli. Erano accompagnati da una volante della polizia, in fuga da un marito che per sette anni l’aveva vessata e, quella sera, era finalmente riuscita a fuggire. Yasmine aveva un bel temperamento, sembrava una donna molto sicura di sé. Musulmana, raccontava che in Marocco frequentava la Facoltà di Giurisprudenza, ma non era riuscita a laurearsi perché, una volta incontrato l’uomo che poi sarebbe diventato suo marito, aveva lasciato gli studi.

È apparsa subito come una mamma “competente”, seguiva bene i suoi quattro figli e aveva come unico bisogno quello di riscattarsi da un passato terribile. Eravamo tutti d’accordo che il suo percorso in comunità non dovesse durare tantissimo. Come educatrice di riferimento mi è stato dato il compito di prepararle il curriculum vitae e così ho trovato un corso intensivo per Segretaria di Azienda che Yasmine ha frequentato con molto entusiasmo!

Nel frattempo, le mamme in comunità volevano tutte fare il curriculum e mi chiedevano principalmente di aiutarle nella ricerca. Tra le mamme ospiti c’era anche Marta, in Casa Accoglienza già da un po’ di tempo e con una situazione critica in corso. Come Yasmine, aveva quattro figli, che però non vivevano tutti con lei in comunità dato che tre di loro erano stati dati in adozione.

Era rimasto solo Omar.

Quel bambino era l’ultima occasione per fare la mamma e la nostra Casa Accoglienza rappresentava per lei l’ultima opportunità e ce la stava veramente mettendo tutta. Per Marta l’obiettivo dell’autonomia era ben presente nella sua mente, ma noi educatori lo vedevamo come un miraggio, i suoi trascorsi e le sue sofferenze l’avevano resa diffidente verso chiunque: era stata abbandonata da bambina e maltrattata da chiunque, oltre a non fidarsi del mondo, non amava sé stessa.

L’amore era riversato solo verso Omar, che era sempre curato, profumato e ben vestito, mentre Marta appariva sempre sciatta e disordinata. Era fondamentale educare Marta alla cura di sé, era importante che lei avesse rispetto per la propria persone e le si desse un’opportunità. Voleva tanto lavorare, ma aveva troppa paura delle persone.

Ha cominciato a frequentare diversi corsi operativi (lavanderia, giardinaggio, cucina e bar, cucito,…) dove ha imparato a stare in gruppo e a prendersi cura di sé. Diventava per lei importante presentarsi in maniera ordinata e pulita ai suoi colleghi e referenti e, piano piano, anche ai nostri occhi ha avuto una trasformazione. Dopo circa 10 mesi di formazione, la tutor del centro ha valutato che Marta potesse essere pronta per un tirocinio retribuito come addetta alla mensa di un asilo e dopo otto mesi, è diventato un lavoro a tempo indeterminato.

Le nostre sono mamme sole nella gestione dei loro figli, spesso non c’è un papà presente.

Miriam, un’altra mamma, a causa di un intervento chirurgico a cui la piccola Martina doveva sottoporsi, chiede un permesso al datore di lavoro, che le risponde duramente facendole intendere che se non si presentasse rischierebbe il posto.

Come tutte le donne che ci occupiamo, è fragile e insicura, spesso si fa dominare dagli eventi e dalle difficoltà.

Abbiamo capito che era necessario trovare per alcuni casi degli inserimenti protetti e così abbiamo cominciato ad immaginare la realizzazione di un servizio che fosse dedicato all’accompagnamento lavorativo delle nostre mamme. Circa sei anni fa, ci siamo quindi presentati ad un bando del Comune di Milano per ottenere lo spazio e un piccolo finanziamento per la realizzazione di uno “Sportello al lavoro per mamme e donne in difficoltà”, ma non abbiamo vinto.

Nel corso degli anni quel progetto è sempre rimasto uno dei nostri obiettivi, è stato ripensato più volte e nel novembre 2019, si è concretizzato con il Job Arché, realizzato in uno spazio concesso ad uso gratuito dal Comune di Milano e che si colloca nel quartiere periferico di Quarto Oggiaro.

Inteso come luogo in cui i cittadini, con particolare attenzione per le mamme in carico ai nostri progetti, possano trovare servizi specialistici gratuiti e rivolti alle persone in cerca di occupazione, che desiderino riqualificarsi o realizzare percorsi formativi e di orientamento, il Job Arché vuole essere il punto di riferimento dove le domande lavorative dei privati e l’offerta della forza lavoro degli abitanti del quartiere si incontrano.

Affinché mamme come Yasmine e Marta abbiano più facilità di finalizzare il proprio percorso verso l’autonomia lavorativa, sono spesso indispensabili un’autonomia economica e sociale della famiglia.

Valentina Sangregorio

Coordinatrice Area Lavoro