La domanda dei discepoli da cui prende inizio il racconto evangelico, è la domanda che da sempre l’umanità grida di fronte al mistero del male, di fronte al grande enigma del dolore, dell’ingiustizia…  Infatti quando siamo immersi in queste condizioni brancoliamo nel buio, ci facciamo tante domande che rimangono sospese, in una parola di fronte al male siamo come il cieco del vangelo. Egli è un cieco nato, è una persona in carne e ossa, ma è anche il simbolo della condizione dell’essere umano in continua lotta tra luce e tenebre, tra bene e male.

Quante volte visitando un ammalato, oppure osservando lo sguardo delle migliaia di profughi e rifugiati ammassati al confine con la Grecia, di fronte al dolore troppo grande che deve sopportare un bambino, ci siamo chiesti: ma che senso ha? Perché Dio permette questo?

I discepoli pensano quello che da sempre l’umanità va affermando, e non solo nella Bibbia, e cioè: se soffri è perché hai commesso un peccato; se stai male hai quello che ti meriti; se patisci è colpa tua.Ammesso che sia vero, il problema assume caratteri paradossali quando hai davanti un cieco che è nato così, oppure un bambino che soffre… sa questo punto di vista il processo cui viene sottoposto il cieco nato è un processo kafkiano, perché verte su una colpa che non esiste. È nato cieco! Non è colpa sua, ma allora da dove viene il male?

Se Dio è buono e tutto viene da lui, perché c’è il male? E se non c’è Dio, perché c’è il bene? Se tutto viene da Dio, allora o Dio è onnipotente e il male non dovrebbe esistere, oppure non è onnipotente, ma allora che Dio sarebbe? Già se lo chiedeva la filosofia antica[1].

Alcuni pensatori prima di Gesù dicevano che il contrasto tra il bene e il male, tra la bontà e la cattiveria… è un’apparenza, perché in sostanza sono due fratelli siamesi, non solo gemelli, ma hanno bisogno l’uno dell’altro per esistere. “Non si conoscerebbe la giustizia se non ci fosse l’ingiustizia” (Eraclito VI-V a.C.). Il male non è la negazione del bene, ma la funzione per cui il bene esiste. Il male non è male, perché il male va sempre considerato soltanto nella sua relazione col bene: la dialettica dei contrari male-bene, verità-menzogna, tenebra-luce è il motore della storia, e non può esistere l’uno senza l’altro. È la risposta di chi si rassegna alla situazione.

La filosofia moderna ha prodotto una visione opposta che è la negazione del bene. Pensate ai maestri del sospetto (Marx, Nietzsche e Freud) ma anche Heidegger e Sartre… per i quali se la morte è l’ultima parola di tutto, allora praticamente nulla ha senso, nulla ha un senso permanente e duraturo. Può aver senso per un istante più o meno lungo, ma tutto si perde nel nulla. C’è un bene che è provvisorio, ma che diventa poi male perché finisce nella morte.L’essere è essere per la morte, diceva Heidegger. L’essere è apparire, diceva Sartre appunto perché appare per un istante e poi finisce nel grande buco nero.

Gesù, cosa dice? come si pone di fronte a un cieco nato, cosa dice la parola di Dio nella nostra oscurità di senso?

La risposta di Gesù non va dietro al pensiero dei suoi e delle religioni di sempre che vogliono a tutti i costi trovare un colpevole, ma afferma che Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché si manifesti in lui l’opera di Dio. Quello che Gesù fa e dice con il cieco nato, è molto di più che la guarigione di un malato.

Anzitutto con il gesto di spalmare del fango sugli occhi Gesù ricorda al cieco la sua condizione di Adamo: è una creatura, viene dal fango, dalla terra e come tale è mortale. Non è il peccato la causa della sua cecità, non è il peccato la causa della sua morte, l’uomo è già dall’inizio votato alla morte, semplicemente perché è fatto di polvere, di fango.

Però Gesù non lo guarisce subito, lo manda a Siloe, la piscina il cui nome significa Inviato e lì comincerà a vedere. È nell’incontro con l’Inviato Gesù che si apre uno squarcio di luce, perché il Signore non si chiede di chi sia la colpa, bensì dice cosa fa Dio in quella situazione.

Il Signore non fa dietrologia, anche perché la dietrologia non cambia affatto le cose. Gesù in questa lotta tra luce e tenebre, tra bene e male – lotta nella quale l’uomo religioso ha saputo solo trovare la via della colpa – si oppone al male. Il paradigma è l’atteggiamento di Gesù il quale non ha mai considerato il male come qualcosa cui ci si debba rassegnare, nemmeno davanti alla morte.

Non è che Dio “permette” il male, come spesso si dice, anzi Dio lo proibisce, comanda di non uccidere, di non rubare… nel mondo c’è tanto male non perché Dio lo permette, ma perché l’uomo lo compie contro il comandamento di Dio.

Non c’è tra gli esseri viventi nessuno che faccia tanto male come l’uomo: è l’uomo che ha fatto i gulag, i campi di sterminio, è l’uomo che ha sganciato le bombe atomiche… è l’uomo il principale nemico dell’uomo stesso. Abele è stato ucciso da Caino e non da un fulmine… e così ogni giorno in svariate forme di violenza l’uomo continua a torturare e a uccidere o a far del male a un altro uomo. L’uomo è al tempo stesso complice e vittima del male.

È questa la nostra condizione di cecità: non sappiamo come venirne fuori.

Con la guarigione del cieco nato il Signore ci introduce nel mistero che si manifesterà in pienezza nella pasqua, ma fin dall’inizio prendendosi cura dei malati, dei peccatori, dei mali dell’uomo e della donna, Gesù vince il male con il bene.

È la luce che si apre nelle nostre tenebre è la luce di chi come Gesù combatte il male con la sua parola e i suoi gesti di cura, di amore. Noi andiamo verso la pasqua, verso il combattimento finale nel quale Gesù vince il male per eccellenza che è la morte prendendola su di sé, lui vince il male trasformandolo.

Il vangelo è una buona notizia perché ci annuncia che Dio esclude il male, ma lo assume per trasformarlo in bene.

A noi che cerchiamo sempre un colpevole, che siamo pronti a distribuire le colpe… Impariamo da Gesù a prendere il male su di noi, portiamolo anche noi sulle nostre spalle, sui nostri cuori per trasformarlo, come dice bene Paolo in Romani 12,21: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Entrare nel dolore del mondo per trasformarlo, significa trasformare l’esclusione in accoglienza, il peccato in perdono, l’indifferenza in cura… fino a trasformare la morte in vita. Ecco la luce, quella luce di cui ha bisogno il mondo, quella luce che il nostro cuore cerca nelle relazioni ferite, difficili.

Sappiamo che non si può vincere un male con un altro male. Come si può credere ancora che condannando a morte un assassino si riesca a eliminare il male? Crediamo davvero di eliminare il male, eliminando il malvagio?

È un modo esemplare di come si possa vincere il male con un altro male. Gesù è maestro nell’indicarci la strada di vincere il male con il bene, e non con un altro male.

Penso che oggi sia ancora questa la nostra sfida: essere cristiani che credono sia possibile vincere il male con il bene. Vinciamo le tenebre con la luce. L’odio lo cambiamo con l’amore, non con la colpa. Con la colpa scarichi sugli altri la responsabilità, Gesù l’ha portata su di sé, come uno sherpa capace di portare pesi improbabili.

Questa luce consegniamo a Ivana: perché si lasci illuminare da Cristo, dall’incontro con lui e affinché sia essa stessa luce per quanti incrocerà sul suo cammino.

Platone: “Poiché dio è essenzialmente buono non è causa di tutto come si crede, non è causa che in una piccola parte delle cose che accadono agli uomini… ai mali bisogna cercarne un’altra causa al di fuori di dio” (Repubblica).