Non siamo di fronte a un mistero cervellotico, a un teorema esoterico da custodire gelosamente: siamo dinnanzi a un roveto che arde senza bruciare! Ecco l’immagine più calzante ed evocativa della vita spirituale cui siamo chiamati a partecipare immergendoci nel fuoco dell’amore di Dio.

Proviamo ad ascoltare il passo dell’Esodo lasciandoci guidare dall’ interpretazione che ne dà Chagall. Anzitutto la disposizione delle scene ci porta da destra a sinistra in una lettura che è quella della scrittura ebraica.

Il contesto è quello dei pascoli di Jetro nel paese di Madian e Mosè davanti al fatto inspiegabile del roveto che brucia senza consumarsi è caduto in ginocchio.

Al di sopra del roveto in fiamme, una voce parla a Mosè, che Chagall trasforma in angelo dissolto nel verde e chiuso nell’irradiarsi del cerchio iridato.

Un cerchio dinamico che crea l’asse della tela e collega i due Mosè: quello che riceve il messaggio divino e quello che lo compie (Es.3,1ss).

L’opera è concepita secondo un concetto cromatico che dal blu e verde termina nell’incandescenza dei gialli e rossi

Sulla sinistra è sintetizzato il racconto della fuga dell’ordine di Mosè al Mar Rosso e l’attraversamento dove gli egiziani sono molto caricaturati, mentre il popolo ebraico composto diventa la carne stessa del Profeta la cui testa gialla è il faro direzionale del popolo verso la salvezza che diventerà la Torah.

L’amore di Dio brucia per le sofferenze dell’umanità, per le ingiustizie che siamo capaci di compiere:  Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze… e sono sceso per liberarlo!

In questo senso possiamo comprendere, come ci insegnano i maestri d’Israele, il senso del roveto e del perché l’Eterno abbia scelto questo e non altri arbusti, è come se Dio dicesse a Mosè: non ti accorgi che anch’io abito nella sofferenza, come Israele? Io ti parlo di mezzo alle spine!

Chagall dà voce a questa istanza continua, come se avessimo bisogno di un esodo costante, di un Mosè sempiterno che ci rappresenti nella nostra debolezza e che al tempo stesso ascolti il nome di Dio che vuole essere di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… anzi avete notato che dice il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe…  Nel senso che ciascuno di loro ha incontrato l’Eterno in maniera diretta, immediata. Dio non era un bene trasmissibile per eredità, ma per un incontro diretto, per esperienza personale, personalissima.

Potremmo anche dire non di un Dio innominato che sta seduto su nei cieli, impassibile e indifferente, giudice implacabile, ma di un Dio personale, che si lega a ciascuno, che lascia che un riverbero del suo amore si rifranga su ogni uomo e ogni donna, così che potremmo continuare a dire: Dio di Sarah, di Rebecca, di Rut, di Maria…

La formula, che permane impronunciabile ancora oggi, con cui l’Eterno si presenta a Mosè che gli chiede insistentemente di dire come si chiama, non è una formula magica, è un atto di fedeltà: Io sono, o meglio «Io sarò con te», sarò con voi, nelle vostre avventure, nel vostro cammino, così come lo sono sempre stato anche ieri! Lo sarò ancora, io sarò con voi, dice l’Eterno.

Fino a quando egli stesso diventa schiavo, deportato, profugoperseguitato… nella storia della vita di Gesù. Il Vangelo di Matteo nei racconti dell’infanzia compie questa lettura midrashica: Gesù è il nuovo Mosè che va in Egitto, che patisce la condizione di profugo, che viene perseguitato…

Ma se è nuovo ha anche qualcosa di originale da dirci, infatti, il nome di Gesù, è il nome che salva, che anzitutto ci libera dal di dentro perché possiamo essere capaci di processi di liberazione nella nostra città, nel nostro paese, nell’umanità.

Seguire lui, amare lui, ascoltare lui è la via della liberazione dalla tirannia che ci sovrasta e che ci abita. La vita spirituale è lasciare che in noi palpiti quel respiro di Dio che è lo Spirito, così come ci dice Gesù.

La vita spirituale come esperienza di liberazione: l’esodo è paradigmatico per noi. Non siamo più schiavi in Egitto, ma siamo schiavi senza saperlo incatenati a mille bisogni indotti, a mille paure che ci schiacciano.

All’uomo reso schiavo dai faraoni di sempre che abitano con noi e in noi, non basta più una Legge, sia pure data per amore! I comandamenti da soli non ci salvano: continuiamo a liberarci e a incatenarci.

Il mistero della Trinità ha un centro, un cuore: è l’amore di Dio per l’uomo. Dio per liberarci si fa in tre, Dio per aiutarci a dare il meglio di noi, a far fiorire le nostre vite, a qualsiasi età, non solo ascolta il nostro grido come ci racconta Mosè, non solo si commuove e partecipa al nostro mal di vivere, ma ci rende partecipi di quel soffio vitale, di quello Spirito che Gesù ci ha insegnato essere un spirito di figli, come dice Paolo.

Perché proprio di figli, e non di un’altra metafora di parentela? Perché figli siamo tutti, il figlio vive per l’amore del padre e della madre, il figlio non si dà la vita da sé. Possiamo essere padri, madri, zii, nonni o nipoti, fratelli o sorelle… ma anche no. Possiamo anche non diventare mai né padri, né madri, né zii, né nonni… L’essere figli invece è un dato costitutivo: qualcuno ci ha generato.

Ed è a questo qualcuno che possiamo gridare: Abbà! Padre.

Lasciamoci abitare da questo Spirito che in ogni circostanza della vita ci rende capaci di affidarci al Padre, come Gesù.

La vita spirituale non è una vita fondata sulla paura di Dio. La vita spirituale è la vita umana più piena che ci sia dato da vivere.

Non per nulla nell’Esodo l’Eterno si rivolge a Mosè e alle tribù d’Israele annunciando la liberazione dalla schiavitù, ma mettendoli in cammino: Sono sceso per liberarlo e per farlo salire verso un terra…! Vale a dire: cammina, abita il mondo con responsabilità. Non ti prometto una strada facile, piana e senza ostacoli, ma una salita. Perché la vita è una salita, chi più chi meno. Ma tu in questa salita così come hai sperimentato la mia cura perché ho ascoltato il tuo grido, allora impara anche tu ad ascoltare il grido di chi soffre, di chi è schiavo, di chi è soggiogato dal faraone di turno.

Non sarebbe una vita secondo lo Spirito, quella che pensa di esaurire la propria vocazione, rinchiudendosi in se stessa, sclerotizzandosi in alcune pratiche, incapace di ascoltare il grido dei poveri, incapace di condividere un pezzo di strada con chi soffre.

Quando Gesù, nel Vangelo di Giovanni, rivolgendosi ai discepoli dice loro che lo Spirito vi guiderà a tutta la verità… non ci sta dicendo che un giorno scopriremo la formula arcana della tri-unità di Dio, ma che, se rimaniamo attenti al dono dello Spirito e lasciamo che lo Spirito abiti in noi, allora  comprenderemo sempre più la verità di Dio, di un Dio che non tollera l’ingiustizia, che ci accompagna nella salita e saremo immersi nel fuoco inestinguibile della sua misericordia.

(Es 3,1-15; Rom 8,14-17; Gv 16,12-15)