“Fare il volontariato non deve essere un diversivo per rendere meno monotona la nostra vita o per mettere a posto la nostra coscienza “facendo qualcosa per gli altri”, o per impiegare un pomeriggio del nostro tempo libero e basta: fare il volontariato deve essere un lavoro. un lavoro non retribuito, ma pur sempre un lavoro; insomma è una cosa che va presa veramente sul serio, si deve essere spinti da motivazioni autentiche e durevoli nel tempo, non deve essere considerata come una parentesi per toglierci dalla noia e dalla monotonia.” Basterebbero queste sue parole per farci capire chi era Carla Panceri. E perché proprio lei ha dato il nome alla comunità mamma-bambino di Casa Accoglienza a Porta Venezia: d’ora in poi Casa Carla.

È stata una delle prime volontarie di Arché, affiancando il primo bambino sieropositivo, Edoardo, nel marzo del 1991.  Un’esperienza così piena di emozioni forti da averla accompagnata durante tutta la vita e da averla spinta a essere volontaria di Arché fino all’ultimo dei suoi giorni. Diventando testimonianza concreta di una vita messa a disposizione degli altri, di un impegno che non viene a mancare neppure nei momenti più difficili. Come si può leggere nelle sue riflessioni raccolte nel volume “Volontaria quasi per caso“, pubblicato nel 2016.

La comunità mamma-bambino di Arché a Roma invece verrà dedicata a Marzia, una delle prime bambine affiancate da Arché nella Capitale. La sua energia, la sua voglia di vivere e di non lasciarsi vincere dalle negatività della vita l’hanno impressa nella memoria degli operatori e dei volontari.

 

[Da “Fragili Tutti” ArchéBaleno#62] Le 3 comunità mamma-bambino di Fondazione Arché prendono il nome di tre donne protagoniste della sua storia. Le due di Milano vengono dedicate a Adriana Spazzoli e Carla Panceri: quella di CasArché a Quarto Oggiaro diventa Casa Adriana mentre quella di Porta Venezia, già Casa Accoglienza, diventa Casa Carla. Quella che sta aprendo a Roma sarà intitolata a Marzia e diventerà Casa Marzia.