cardinale martini giuseppe bettoni

Dieci anni dopo la sua morte, siamo ancora qui intenti a cercare nella preziosa eredità del cardinale Carlo Maria Martini, una luce, un orientamento nel profluvio di pretese che avanzano da ogni dove.

Le sue parole permangono di estrema attualità pur essendo ben radicate nel contesto in cui si è compiuto il suo magistero, vale a dire nell’Italia di Mani pulite e degli anni del terrorismo, ma anche in un contesto ecclesiale segnato dalle tensioni delle varie forme di cattolicesimo… Perché l’eredità che ci ha lasciato è soprattutto nel metodo, nell’approccio ai problemi e alle sfide della vita.

Sarebbe del tutto fuorviante provare a domandarci: cosa potrebbe dire oggi il Cardinale? Quale potrebbe essere il suo messaggio, quale l’icona biblica di riferimento verso la quale indirizzare lo sguardo di tanti, se non di tutti? Un approccio del genere sarebbe il tradimento della sua eredità, perché non ha mai voluto offrire risposte facili e ricette precostituite, ma ci ha trasmesso un metodo che a partire dalla vita, dall’uomo, dalla società reale e concreta, compresa alla luce della Parola di Dio e attraversata dallo spettro luminoso della Scrittura, possa generare iniziative sorprendenti e cambiamenti inediti.

È proprio questo che insieme alla memoria emotiva propria di chi lo ha frequentato e amato lo rende un “padre della chiesa” – quale ebbe a definirlo papa Francesco, e non solo della chiesa, perché Martini continua a nutrire la vita spirituale, intellettuale e culturale di tante persone ed è forse in questa composizione di dimensioni diverse che riconosciamo la linfa della sua perenne vitalità.

Potendo scegliere tra le occasioni e i momenti condivisi con lui, ritorno col cuore e con la mente al gesto così inusuale da parte sua, tanto era riservato e timido, di appoggiare, al termine di una celebrazione, la sua mano sulla mia spalla. Rimasi sorpreso da quella tenerezza, ma anche questo trasmette qualcosa del metodo di Martini: cosa fa il pastore se non sostenere e sorreggere? Quella mano appoggiata sulla spalla, che poteva essere al tempo stesso un abbraccio e una carezza, dice bene ciò di cui abbiamo ancora bisogno oggi: di camminare insieme, di affrontare insieme, di sostenerci e di abbracciarci, magari spendendo qualche carezza in più.

Come l’Arcivescovo fece una sera, verso le ventuno, quando arrivò nella nostra prima comunità di accoglienza per mamme e bambini. La visita doveva rimanere assolutamente riservata e le mamme erano emozionatissime all’idea che il cardinale di Milano avesse del tempo per venire proprio da loro. Dopo un primo incontro con tutti, educatori e mamme, l’Arcivescovo volle passare per ogni camera, parlare con ciascuna di loro e ascoltare le loro storie. Capire. Restò un’ora e mezza e fu un’esperienza che lasciò un segno indelebile nelle loro e nelle nostre vite.

È raro poi che un uomo delle istituzioni possa avere anche un ruolo profetico, eppure Martini lo è stato proprio nel rimandare sempre al messaggio evangelico che non è punire il male, bensì cambiare il cuore. Lo ha fatto di fronte al dilagare delle ingiustizie sociali, economiche, culturali e generazionali, di fronte a quello che il Cardinale descriveva come “lo scandalo di una società umana che, pur essendo intelligente, penetrante, tecnicamente quasi perfetta, non trova i mezzi per far trionfare ciò che sarebbe ragionevole e utile, ossia un’equa distribuzione dei beni, con libertà, progresso, lavoro per tutti (Le cattedre dei non credenti, p.1194); e lo ha fatto dinnanzi alla enorme difficoltà di far accettare e rispettare un diritto internazionale, che prevenga veramente i conflitti, metta in silenzio le armi e promuova dialoghi di pace.

Cambiare il cuore, anche quello di ciascuno di noi, è l’opzione che ci è data per abitare questo nostro mondo così segnato da forze disgregatrici e disumanizzanti e poter ispirare una vita più fraterna. Diceva nell’ultima Cattedra dei non credenti:

“Quando ci sentiamo trattati ingiustamente, è scoppiata dentro di noi una profonda ribellione, abbiamo gridato: non è giusto, non è vero (…) E nel momento in cui ci rendiamo conto che quanto vogliamo per noi vale pure per gli altri, nasce quel senso di giustizia che si esprime nella regola aurea del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te; e mi pare sia questa la formula più embrionale della percezione della giustizia o dell’ingiustizia” (Ivi, p.1191).

Giuseppe Bettoni

Presidente Fondazione Arché

Articolo pubblicato il 26 agosto 2022 sulle pagine milanesi de La Repubblica.