capitoli lettera

Il 10 maggio 2021 si avvicina: il 30° anniversario di Arché è dietro l’angolo!

Per celebrare questa (importantissima!) data abbiamo scritto una lettera che rispecchiasse quello che Arché è anche grazie alla sua storia trentennale.

Sono sette capitoli, scritti da sette autori diversi, con differenti stili, punti di vista e personalità, da cui p. Giuseppe Bettoni ha tratto ispirazione e di cui ha fatto sintesi nella versione sfogliabile che trovate qui sopra.

Sette voci che si fondono nell’orchestra di Fondazione Arché e che trovano rispondenze e senso unitario nell’ultima versione, che potete anche leggere nella loro composizione originaria qua di seguito.

  1. “Vivere ai tempi dei virus: 1991 Aids – 2021 Covid – Disagio, fragilità, vulnerabilità… per inventare ogni giorno la speranza a cura di Alfio Di Mambro

  2. “Burrasche sulla democrazia – Rigurgiti di fascismo, intolleranze, nazionalismi e razzismo.” a cura di Alessandro Pirovano

  3. “Ingiustizie e disuguaglianze – L’economia, l’ambiente e la politica” a cura di Tobia Riva

  4. “Cura e solidarietà – Sempre al lavoro nella riforma del terzo settore” a cura di Paolo Dell’Oca

  5. “In che città viviamo? – Come ci vedono gli altri? I non addetti ai lavori?” a cura di Chiara Clemente

  6. “Storie di donne e di figli… rigenerazione – Diamo voce alle donne” a cura di Alice Pennati e Ingrid Bianchetti

  7. “La spiritualità tridimensionale – Lavoriamo perché un giorno non ci sia più bisogno di noi” a cura di padre Giuseppe Bettoni

 

Vivere ai tempi dei virus: 1991 Aids – 2021 Covid

Disagio, fragilità, vulnerabilità… per inventare ogni giorno la speranza

Siamo chiamati ad offrire un modello concreto di comunità,

che attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona

e della condivisione del dono di cui ognuno è portatore,

 permette di vivere rapporti fraterni

Papa Francesco

Dall’Hiv al Covid-19 – vivere in tempo di pandemia. Dai legami interrotti alla “…coscienza di un nostro radicamento come cittadini della terra”.

“I virus sono dei microorganismi estremamente piccoli, visibili solo al microscopio elettronico, costituiti da materiale genetico (DNA o RNA) racchiuso in un involucro di proteine (capside) e, spesso, anche in una membrana più esterna costituita da fosfolipidi (un tipo di grassi) e proteine, detta pericapside”. Questa è la definizione scientifica riportata dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’etimologia del termine Virus però, fa riferimento al veleno. Significa Sostanza tossica, Veleno. Un veleno invisibile che accompagna l’essere umano da sempre. La prima descrizione di patologia di origine virale, infatti, risale all’epidemia di Vaiolo in Cina nel X secolo A. C..

La dimensione catastrofica di questi eventi, ha portato gli uomini a collocare le pandemie, e le malattie contagiose in generale, in un universo eterogeneo di simboli, di riti e di miti. La terribile pestilenza cagionata dal dio Apollo nel campo Acheo durante la guerra di Troia, ma anche gli innumerevoli riti apotropaici posti in essere durante le epidemie di Peste, o la legenda della Viverna, un drago con due zampe da aquila, due ali, la coda, che oltre a sputare fuoco era in grado di avvelenare le fonti e diffondere epidemie.

In moltissime società, le epidemie sono state considerate un castigo delle divinità, dovuto al comportamento degenere degli uomini. L’immagine delle malattie infettive come colpa, come sospetto che rompe le relazioni, ha caratterizzato innumerevoli contesti storici, culturali e geografici.  

I virus dunque, hanno influito sul cammino dell’uomo, spesso cambiandone il corso, mutando la storia e la struttura sociale e comunitaria di intere popolazioni.

Esattamente 40 anni fa, un nuovo virus entra a far parte della storia e della vita dell’essere umano.

Nel 1981, infatti venivano individuati i primi casi di infezione da HIV, e, mentre la scienza cercava di comprendere le caratteristiche dell’infezione, il mondo associava il virus a comportamenti devianti, stigmatizzando così le persone infette per i decenni avvenire. Le persone con HIV/AIDS erano descritte come individui di dubbia moralità, responsabili di comportamenti riprovevoli, in definitiva, causa della loro condizione. Ancora una volta, colpevoli.

L’intero mondo non era più come lo avevamo conosciuto sino ad allora.

Cambiarono le relazioni tra le persone, mutò la vita affettiva ed intima, cambiò la vita sociale di intere famiglie, costrette alla marginalità, o all’autoemarginazione. I pazienti in Aids morivano spesso in solitudine, e le persone infette da HIV perdevano il loro lavoro. I bambini sieropositivi spesso non erano accettati nelle scuole, o in attività sportive. Era complesso persino l’inserimento di bambini e ragazzi in strutture di accoglienza, in caso di adulti di riferimento con genitorialità inadeguata o situazioni di maltrattamento o abuso. La paura contaminava le interazioni tra gli individui. Lo stigma macchiava le relazioni.

Dopo quasi quarant’anni è accaduto di nuovo, alla fine dell’inverno dello scorso anno, inizio dell’anno 2020, all’improvviso si diffonde, ancora una volta, un nuovo “veleno”. Si fa strada rapidamente raggiungendo tutto il globo, e, anche questa volta, generando paura, solitudine, emarginazione.

Come l’HIV, anche il covid-19, seppur in maniera completamente diversa, “avvelena” le relazioni.

Irrompe nel tessuto sociale, spezzando le connessioni, inquinando il senso di comunità, in un progressivo e rapido contagio di confusione e disorientamento.

Stravolge il mondo delle famiglie, in special modo quello dei bambini, interrompendo le attività scolastiche, gli incontri con i pari, le attività sportive e ludiche, la frequentazione dei nonni.

Le donne vittime di violenza intrafamiliare, sono chiuse in un terrificante lockdown senza via di fuga, nella prigione delle loro case. Gli anziani muoiono, in solitudine, senza una carezza, senza nemmeno un rito di saluto.

Il covid-19, mina profondamente “la mutualità dell’essere” come dice Marshall Sahlins, cioè la condivisione delle azioni, le routine del quotidiano, il prodotto dello stare insieme. Stravolge ruoli e appartenenze, connessioni affettive e pratiche simboliche, come le condivisioni di cibo e di emozioni. Genera vulnerabilità, soprattutto in seno alla famiglia,

La pandemia amplifica le disuguaglianze e acuisce le fragilità, determinando lo scivolamento allo stato di disagio, a volte estremo, di intere fasce di popolazione. Un disagio che pervade anche le istituzioni, che faticano a tenere insieme i pezzi dell’assetto politico-istituzionale del Paese. In tutti i Paesi del mondo.

L’orizzonte esistenziale e culturale degli ultimi decenni, specialmente nelle nostre società occidentali, è stato contrassegnato dall’egemonia della tecnica, ritenuta quasi invincibile.

In questa prospettiva di dominio dell’uomo sul mondo, l’Hiv, il Covid , hanno avuto un effetto deflagrante operando, entrambi, come agenti disgregatori della società, del senso di comunità… Ci siamo infatti riscoperti ancora una volta, fragili, spaventati, vulnerabili. E in molti casi, anche paradossalmente egoisti. L’uno contro l’altro.

In un’epoca di senso di onnipotenza antropocentrica, la pandemia dovrebbe mostrarci, invece, il nostro essere creature tra le creature, e il nostro bisogno di sentirci parte di una comunità, che a sua volta è parte di un sistema più ampio, più profondo, che comprende l’ambiente che ci circonda e ci sostiene.

Abbiamo percorso questi sentieri di fragilità trent’anni fa, li stiamo percorrendo oggi. Abbiamo lavorato come artigiani appassionati. Come sarti, impegnati a sostenere chi ha bisogno di appianare le pieghe delle proprie paure, di ricucire gli strappi della propria esistenza. Come infaticabili carpentieri, ma per abbattere muri e costruire ponti.

Forse un antidoto efficace per questo veleno, per la nostra condizione di fragilità umana, potremmo ritrovarlo nelle parole di Edgar Morin, e cioè nella “necessità di una riscoperta del Destino dell’essere umano, un destino a molte facce: Il Destino della specie Umana, il destino individuale, il destino sociale, il destino storico. Tutti destini intrecciati, mescolati e inseparabili… Una presa di conoscenza, dunque di coscienza, della condizione umana… della condizione comune a tutti gli esseri umani… e infine del nostro radicamento come cittadini della Terra”.

Alfio Di Mambro

Burrasche sulla democrazia

Rigurgiti di fascismo, intolleranze, nazionalismi e razzismo

Trent’anni fa doveva esserci la fine della storia, nel 1992 fu pubblicato l’omonimo libro di Fukuyama, e in un certo senso lo è stato davvero. Non tanto perché si è interrotto lo scorrere degli eventi o perché non ci siano stati rivolgimenti, anche epocali, quanto perché l’orizzonte di miglioramento e di emancipazione delle società umane, insito nell’idea di storia come progresso, sembra essere finito nel cassetto di molti.

Proprio nel 1992, per due giorni, la città tedesca di Rostock fu sede di scontri violenti dall’esplicita marca razzista e xenofoba che fecero tornare alla mente le immagini dolorose dei pogrom nazisti degli anni ’30. Tre anni prima, nel Sud Italia, un rifugiato sudafricano in Italia era stato ucciso.

Erano avvisaglie di ombre di cui fino a oggi, a trent’anni di distanza, non siamo ancora riusciti a liberarci. Da allora, troppo spesso, il razzismo, l’intolleranza, il nazionalismo sono (ri)diventati concetti sdoganati e accettati all’interno dell’arena politica e del dibattito pubblico.

Alla fine degli anni ’90, a arrivare secondo nella corsa presidenziale francese, è stato un uomo come Jean Marine Le Pen che non aveva mai nascosto le sue simpatie fasciste. Nel 2002 la maggioranza politica in Italia ha votato una legge sull’immigrazione, come la Bossi Fini, che ancorava il diritto alla vita di una persona, il suo futuro a un foglio di carta, a un permesso di lavoro. 

Era come se in un mondo incamminato a passo di marcia verso un orizzonte globalizzato e interconnesso, molti si fossero sentiti orfani, orfani di un senso, di un’identità da dare alla propria esistenza. E la risposta offerta, e malauguratamente recepita da molti, è stata quella più semplice: il nemico, la causa del malessere è uno uguale a te, uno della tua stessa umanità, ma dal diverso colore della pelle.

Una risposta banale, ma capace di dare soddisfazione a un intero strato di persone che, prive di saldi riferimenti del passato e impoverite dai processi economici della globalizzazione, hanno abbracciato e fatto proprie le parole d’ordine razziste e intolleranti. Di fronte alla mancata comprensione delle dinamiche del mondo globalizzato, che li penalizzava all’apparenza, sono in tanti a avervi trovato rifugio.

Non erano i soli visto che al loro fianco c’era anche chi, pur senza essere penalizzato dal nuovo stato di cose, ha preferito una visione addomesticata e edulcorata della realtà, priva delle contraddizioni, dei pericoli ma anche delle sfide e delle opportunità che un mondo globale porta con sé.

In questo senso i rigurgiti di fascismo e di razzismo hanno passato il cambio del millennio e sono arrivati fino a oggi: Jean Marine Le Pen è stato sostituito dalla figlia, Marine Le Pen, la Lega Nord di Bossi è diventata la Lega di Matteo Salvini, il nazionalismo si è trasformato in sovranismo.

Cambiano le parole, ma la sostanza rimane simile: è l’altro, purché sia povero, in difficoltà sui gommoni nel Mediterraneo o in attesa di passare i confini nei Balcani, a rappresentare il nemico, a mettere in discussione una pretesa normalità, arroccata nella difesa dell’esistente piuttosto che alla ricerca di un futuro diverso, di una speranza che dia la forza di andare incontro all’altro.

Per una storia dell’umanità che continua e progredisce.

Alessandro Pirovano

Ingiustizie e disuguaglianze

L’economia, l’ambiente e la politica

30. Cifra tonda. Cifra importante.

Da un lato la soddisfazione di essere arrivati al trentesimo anno d’età è grande: siamo degli adulti fatti e finiti e darci dei giovani o dei ragazzini, non è più cosa. (Per dare un’idea chi scrive questo paragrafo non era neanche nato all’epoca).

Dall’altro è emblematico che dopo trent’anni siamo ancora qui a parlare di ingiustizie e disuguaglianze, forse in un’ottica ancora più attuale che nel 1991.

Prendiamo l’economia.

Prima metà del 2020, il mondo intero è praticamente immobile, falciato dal Covid-19. La gente esce solo per fare la spesa o per vedere i parenti anziani o malati, che vivono da soli e hanno bisogno di un aiuto per sopravvivere al lock-down.

In un mondo immobile, alieno rispetto a quella che era la vita fino a qualche mese prima, gli unici servizi che hanno continuato imperterriti a lavorare, senza alcuna modifica di orario o norme sanitarie, sono stati i servizi di consegna a domicilio.

Scoccia dirlo, ma hanno mosso l’economia per due mesi buoni.

Ma per caso abbiamo visto i proprietari di Just Eat, Glovo e Uber Eats (per citarne qualcuno) pedalare in salita, sotto la pioggia, il più velocemente possibile per consegnare una pizza che sia ancora calda?

O magari è apparsa una foto di Jeff Bezos (CEO di Amazon) lanciarsi su e giù da un furgone con 5 pacchi per rispettare i famosi due minuti massimi di consegna che Amazon concede ai suoi autisti?

Ovviamente no.

Flotte di rider sono state e vengono sfruttate (non esiste altra parola per definirlo) per far diventare ancor più ricchi chi è già molto più ricco degli altri.

Non molto tempo fa, leggevo che se un uomo nascesse all’epoca dell’Impero Romano e guadagnasse circa 2000 dollari al giorno dall’anno zero ad oggi, non arriverebbe ad avere il patrimonio dell’1% della popolazione dei più ricchi del mondo.

Ecco pur non essendo un economista o un esperto in materia, capto che non è questa la strada che, come Arché, vogliamo percorrere.

Una strada estremamente veloce. Del tutto e subito. Dove le conquiste pazienti, quelle del passo dopo passo, sono sorpassate a tutta velocità dai veicoli della fretta e dell’ingordigia commerciale.

E l’ambiente?

L’ambiente è un tema che doveva essere affrontato 30 anni fa e invece è diventato attuale solo poco tempo fa.

È un argomento giovane, sia perché “giovane” è la consapevolezza dei danni che abbiamo provocato, sia perché sono i giovani ad avere a cuore questo argomento.

Fridays for future è l’esempio lampante.

Greta Thunberg, all’epoca neanche maggiorenne, decide di fare la cosa più saggia: fermarsi un attimo e riflettere. Riflettere per mettere tutti di fronte a responsabilità che sono, per forza, comuni.

E migliaia e migliaia di ragazzi hanno deciso di seguirla, perché condividevano gli stessi ideali. Perché hanno deciso di dedicare i venerdì al futuro, ridando alla terra una minima parte di tutto quello che ci ha dato.

Una rivoluzione che è partita dai giovani. L’Archébaleno 59 titolava proprio “Perché i giovani non fanno la rivoluzione?”. Forse serviva solo un tema importante su cui fare fronte comune.

E chiudiamo con la politica.

Una politica che è per forza di cose legata ai temi precedenti.

Una politica che non fa nulla per salvaguardare l’ambiente e che, per larga parte, sguazza nell’economia moderna.

Una politica che non ha fatto nulla per fermare il crescendo del numero dei partiti che sfruttano la paura del diverso per fare propaganda e che minimizza le ingiustizie.

Una politica che ormai punta solo a guadagnare ogni voto possibile, con ogni mezzo necessario.

È emblematico in tal senso ciò che è successo recentemente alla Casa Bianca: un presidente che dopo aver perso le elezioni sostiene, pur di non perdere la faccia, di aver vinto e che sono stati dei fantomatici brogli elettorali a costargli la presidenza.

E i tumulti che si sono generati in seguito a Capitol Hill non sono che il culmine di tutto questo, con una classe politica che non fa ha fatto nulla per evitare che uno sciamano si intrufolasse al Congresso, regalandoci istantanee di un evento che, purtroppo, resterà nella storia.

Tobia Riva

Cura e Solidarietà

Sempre al lavoro nella riforma del terzo settore

Arché esiste per rendere il mondo un luogo migliore in cui vivere. Desideriamo una società in cui ognuno si prenda cura di chi è più in difficoltà. Per farlo ci prendiamo cura delle relazioni, come quelle tra genitori e figli, che quando sono sane permettono alle persone di accudirsi reciprocamente. Ci prendiamo cura delle relazioni di cura, possiamo scrivere.

Non siamo da soli in questo lavoro: molti enti, ognuno per un pezzetto, s’impegna perché la nostra società sia un po’ più giusta e solidale. 360mila organizzazioni non profit e 850mila lavoratori dipendenti: insieme costituiamo il terzo settore, che non è Stato né mercato, e quindi veniamo guardati con curiosità quando non con sospetto. Il profitto del nostro impegno non è finanziario, ma consiste in un miglioramento del benessere delle persone, che è tutt’uno con il benessere ambientale.

Ci sta quindi a cuore che il non profit sia maggiormente riconosciuto, che abbia leggi e strumenti propri che ne semplifichino i processi, e che fruisca di una fiscalità compensativa dei benefici e dei risparmi che procuriamo grazie ai nostri servizi e ai nostri progetti.

Per questo investiamo tempo e competenze in organizzazioni di secondo livello (organizzazioni di organizzazioni); per questo riteniamo che la riforma del terzo settore, pure lenta nella pubblicazione dei decreti attuativi e farraginosa in alcune procedure, costituisca un passo in avanti verso una maggiore regolamentazione e trasparenza non fine a se stesse. Perché bilanci sociali e valutazioni d’impatto siano strumenti e non gabbie, perché il lavoro sociale non sia una competizione a chi è più efficiente ed efficace, o a chi sa scrivere meglio in progettese, ma sia frutto di una relazionalità tra organizzazioni che si faccia cultura e politica.

Non c’interessa soltanto riparare ai danni del capitalismo compassionevole in cui viviamo, c’interessa crescere nelle nostre comunità una cultura del bene comune che ribalti categorie come individualismo, meritocrazia, successo.

“I gruppi chiusi e le coppie autoreferenziali, che si costituiscono come un “noi” contrapposto al mondo intero, di solito sono forme idealizzate di egoismo e di mera autoprotezione”, scrive Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti. Siamo tutti vulnerabili, ma qualcuno è inciampato (o gli è caduto addosso un meteorite), ed è con lui che facciamo comunità anche quando non rientrerebbe tra i beneficiari previsti dai servizi di Arché: che sia una detenuta, una giovane senza speranza, una famiglia migrante, un bambino vittima di violenza, una persona disabile.

Non facciamoci avvelenare da un’asettica e perversa società della performance, ma contagiamo gli altri con un attento e gioioso ascolto, che valorizzi le loro vite e le nostre vite, in quanto sorelle e fratelli. Esseri umani.

Paolo Dell’Oca

In che città viviamo?

Come ci vedono gli altri? I non addetti ai lavori?

Viviamo in città che cambiano velocemente: diventano più smart, le piazze divengono oggetto di rigenerazioni urbane, i semafori vengono sostituiti dalle rotonde, le strette strade a doppio senso diventano larghe strade a senso unico, vengono ripensati gli spazi per adattarli meglio al vivere quotidiano.

Ma agli spazi di relazione ci pensa qualcuno?

Arché sì. Arché alle relazioni ci pensa dal suo primissimo giorno. Noi abbiamo fatto della relazione lo strumento e il valore principale che muove il nostro operato quotidiano da trent’anni a questa parte.

Alle persone che ci hanno chiesto e a coloro che ci chiederanno di diventare volontari di Arché lo diciamo sempre: non bisogna avere competenze speciali, né tantomeno superpoteri. È sufficiente essere un cittadino solidale con sana voglia e disponibilità di creare spazi di relazioni, di bellezza, di libertà, di prossimità.

Nella relazione ci prendiamo cura dell’altro, delle ingiustizie e delle disuguaglianze che attraversiamo quotidianamente, del bene comune. Bisogna essere o diventare cittadini responsabili, non “buoni”.

Responsabilità, di questo stiamo parlando. Responsabilità individuale e collettiva. Solo così è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità, afferma Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti. Una società più giusta, più solidale auspichiamo.

Il volontario, il cittadino solidale, ognuno di noi ha un grande potere nella vita che conduce ogni giorno, una grande responsabilità individuale: riempire la nostra società di bellezza, di sorrisi, di gentilezza, di coraggio e di attenzione verso chi è più fragile. Invertiamo la rotta dell’individualismo, dell’egoismo e dell’odio del diverso che sta penetrando la nostra società.

La gentilezza, i sorrisi e il coraggio hanno contraddistinto i nostri volontari che, durante la pandemia in corso, ci hanno dato il loro supporto per aiutarci a rispondere ai bisogni sociali, prima ancora che lo Stato trovasse risposte adeguate, andando così a riempire un gap enorme che si è venuto a creare: la mancanza di cibo nelle famiglie più fragili.

I volontari e gli operatori di Arché lavorano quotidianamente affinché i bisogni delle persone più fragili di oggi, diventino diritti di tutti domani. Arché si impegna quotidianamente per creare un mondo migliore.

Ora tocca a noi scegliere da che parte stare. Rimaniamo umani.

Chiara Clemente

Storie di donne e di figli… rigenerazione

Diamo voce alle donne

Donne, madri, figlie coraggiose e libere.

Sono trascorsi 30 anni, 30 anni di incontri con donne, madri e figlie. 30 anni di storie, di coraggio e di cambiamenti.

Archè, oggi ha maggiori elementi e un’esperienza più ricca e profonda per dare “voce alle donne”, donne che 30 anni fa arrivavano in comunità con i loro figli e figlie per riparare ai propri errori e per dare una dignità alla propria esistenza, a volte caratterizzata da un trauma, da una ferita o da una malattia.

Donne che segnate dalla sofferenza, negli anni hanno insegnato ad Arché ad essere quello che è oggi.

Ci siamo chiesti a che punto eravamo, come poter essere una presenza che fosse stimolo di rigenerazione per le donne incontrate sul cammino e cosa, o quanto, restasse ancora da fare. La risposta l’abbiamo intravista nella parola generatività. Dal verbo greco gnignomai che traduce in “essere, far essere, far esistere” dell’azione generativa.

Ognuno di noi è nella misura in cui contribuisce a portare a compimento l’esistenza di altri. Superare l’assistenzialismo e sostenere interventi che si basino sui legami e sulla centralità della persona in quanto tale. Provare ammirazione per lo straordinario coraggio di donne che hanno lottato per l’affermazione di se stesse e per il desiderio di ripartire.

Partire dalla propria ferita o dalla propria malattia, non rendere sbiadito il passato, ma dargli un colore ben definito, intrecciandolo pienamente con il presente e con il futuro. Trovare il coraggio di riappropriarsi della propria storia personale e partire da essa per riparare le relazioni vuote o malsane che hanno dominato la propria esistenza.

Abbiamo lavorato profondamente su una dimensione umana che M. L. King chiamava la lunghezza della vita, non riferendosi alla longevità ma all’impulso verso il futuro che ha una vita per proseguire i propri desideri e le proprie ambizioni, per realizzare i propri sogni.

Abbiamo tentato di accompagnare verso la consapevolezza che ognuna di loro ha una grande responsabilità, che è quella di interessarsi alla propria interiorità e al senso della propria vita.

Archè ha la fortuna di essere in contatto intimo con la vitalità dell’altro e di potersi concedere una nuova vita insieme, accompagnando verso cambiamenti a volte radicali senza guardare solo agli obiettivi ma ai processi che portano a raggiungerli.

M. L. King ci parla di altre due dimensioni della vita: la larghezza e l’altezza.

La larghezza è la dimensione dell’incontro con l’altro, in cui ci occupiamo del prossimo, oltre che di noi stessi: è fondamentale che le donne incontrate si aprano al mondo e alle relazioni, che diventino loro stesse artefici della voce che hanno saputo ascoltare e che continuino ad interrogare la propria creatività e a porre le stesse domande ai figli e alle altre persone per loro importanti.

Le donne che incontriamo non solo hanno ricucito le proprie ferite ma ne hanno fatto un’occasione di testimonianza, di crescita e di ascolto della ferita dell’altro, passaggio necessario perché possano vivere relazioni nuove e diverse, basate sul reciproco rispetto.

L’altezza è la dimensione che si estende verso l’alto: è l’incontro con Dio o con le stelle, è l’incontro con la spiritualità, è il momento più autentico della vita di un essere umano. Si tratta della dimensione più evoluta e generativa.

Sentirsi scelte e amate. Siamo scelti, anche quando il mondo non ci sceglie, anche quando non scegliamo di essere madri ne tantomeno di essere figlie, anche se la vita è stata un brusco susseguirsi di eventi tristi, la gioia dell’essere scelti e la scoperta che anche gli altri sono scelti è un abbraccio universale che possiamo fare sperimentare alle donne incontrate, quando diventano consapevoli delle proprie ricchezze e della propria di libertà di essere quello più desiderano.

Le donne che Arché oggi accoglie sono sempre più giovanissime madri, ed è per questo che è ancora più importante lavorare con loro non solo affinchè possano riparare agli errori delle relazioni che hanno determinato la loro fragilità, ma perché possano diventare con coraggio le protagoniste di una vita piena e generativa.

Giovanissime donne che abbiamo il dovere di appoggiare e sostenere con progetti che consentano loro di completare i propri studi, formarsi partendo dalle proprie attitudini, sperimentare lavori e ampliare le proprie passioni; perché possano avviarsi verso un’autonomia abitativa e diventare delle madri capaci di intuire i reali bisogni dei figli.

La sfida è che siano loro a moltiplicare le idee, i pensieri per un futuro fatto di relazioni e connessioni, spingere la libertà un passo più avanti verso un vivere creativo. La sfida è trovare il coraggio di essere libere e provare ad essere al meglio qualunque cosa si sia.

“Se non potete essere una strada maestra, siate soltanto un sentiero;

se non potete essere il sole, siate una stella;

perché non è con la misura che vincete o fallite

siate il meglio di qualunque cosa siate. “

William Hurrel Mallock (1849-1923)

Alice Pennati e Ingrid Bianchetti

La spiritualità tridimensionale.

Lavoriamo perché un giorno non ci sia più bisogno di noi.

Potremmo leggere la vicenda del Covid-19 come una sorta di apocalisse: non perché annunci la fine del mondo, ma perché in realtà rivela la fine di un mondo. Anche di un mondo spirituale cui eravamo abituati grazie ai riti e alle tradizioni.

Come mantenere una relazione con Dio se vengono meno le mediazioni tradizionali? Come condividere la fede e dove attingere l’energia interiore per affrontare il perdurare della pandemia mentre ci misuriamo con l’affaticamento e la pesantezza della vita quotidiana?

Mi piace ricordare le parole di un grande maestro, Carlo Maria Martini, che proprio all’inizio del suo servizio pastorale a Milano ha voluto indicare ai laboriosi milanesi e non solo, la necessità di dare la priorità alla dimensione contemplativa della vita. Uno pensa che sia banalmente l’impegno a ritagliarsi qualche momento in più di preghiera nella giornata o nella settimana. Altra cosa è avere uno sguardo contemplativo sulla vita.

Diverse tradizioni spirituali (cristiane e orientali) rendono chiara la necessità di guardare alla vita con sguardo contemplativo, suggerendo di non accontentarsi dell’occhio che vede le cose, che registra i fatti, che ammira il paesaggio. Per fare questo è sufficiente toccare, camminare…, uscire da se stessi per ammirare la bellezza delle cose e lasciare libero corso alle emozioni, facendoci avvolgere dall’armonia del creato in cui siamo ospiti.

Lo sguardo contemplativo sulla vita non si accontenta nemmeno del secondo occhio, quello della ragione, dell’intelligenza e dell’elaborazione del pensiero. È sicuramente necessario ponderare le cose, ragionare o, per usare un verbo ambizioso, considerare: ‘con-sidera’ fa riferimento all’atto straordinario di mettere insieme le stelle. Quello che non possono fare le mani e i piedi, lo fa la mente, il pensiero. È la responsabilità della mente. È il secondo occhio che ci fa scoprire la faccia sempre invisibile della luna, che sappiamo essere là da sempre.

Soltanto dopo che il primo occhio e il secondo occhio si sono aperti, si apre per così dire il terzo occhio, l’occhio della contemplazione. Senza i primi due la visione delle cose è sfalsata, ma senza il terzo non si vede chiaro. Ed è quello che succede a noi, specie in questi momenti difficili. Se abbiamo soltanto i due occhi dei sensi e della mente e non scopriamo la terza dimensione che ci dà la prospettiva profonda della vita, stiamo male, diventiamo disperati perché decurtiamo la realtà della sua dimensione spirituale.

Voglio essere più preciso, per accogliere la dimensione contemplativa della vita, la condizione indispensabile è il silenzio. Il silenzio è la porta della spiritualità, senza la quale l’uomo è un animale razionale e la religione solo un sistema di pensiero. Senza la forza trasformatrice del silenzio andiamo incontro facilmente all’apocalisse, intesa qui come catastrofe e non riusciamo a resistere all’imperversare delle difficoltà.

Arché mantiene il suo carattere laico, nel senso che è aconfessionale, ma non può fare a meno, come l’esperienza di questi trent’anni ci conferma, di valorizzare la dimensione spirituale della vita, nel rispetto e nel dialogo con tutte le vie religiose che gli uomini e le donne che incontriamo hanno percorso nella loro esperienza.

Con una certa audacia già quando Arché muoveva i suoi primi passi, come un ritornello ci ripetevamo che quanto andavamo facendo, doveva essere pensato e vissuto perché un giorno non ci dovesse essere più bisogno di noi.  

Utopia, perché nel mondo le ingiustizie ci saranno sempre, ma al tempo stesso questo pensiero è stato e continua ad essere una bussola che ci preserva dal creare dipendenza nelle persone accolte, dall’ambizione di dover diventare chissà che cosa, dal delirio di dover esserci a ogni costo.

Credo che ognuno di noi venga al mondo con una missione, quella di lasciare questa terra migliore di come l’ha trovata; ma non solo, ci assumiamo anche la responsabilità di non lasciare indietro chi pensa di non avere niente di buono da donare. Perché ciascuna persona, qualsiasi sia la sua ferita o la sua colpa, ha un dono da condividere.

In piena sintonia con papa Francesco anche noi “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!” (Fratelli tutti, 8).

p. Giuseppe Bettoni