Il 14 settembre riapriranno le scuole. Alcuni centri estivi sono già in svolgimento e poco alla volta, se i contagi non torneranno a salire, riprenderanno tutte le attività extra scolastiche sospese durante il lockdown.

Una boccata d’aria per i bambini, ma anche una fase delicata in cui è necessario trovare un bilanciamento tra il bisogno di tornare a incontrarsi e quello di scongiurare una nuova ondata di contagi.

Negli ultimi cinque mesi tutto è successo in fretta. Da inizio marzo, quando hanno chiuso le scuole, i bambini – e gli adulti – si sono trovati chiusi in casa ad affrontare situazioni nuove, impensate e talvolta difficili.

Hanno vissuto la sparizione delle ritualità quotidiane, tanto importanti soprattutto per i minori più fragili. Da un giorno all’altro non hanno più potuto vedere gli amici e gli affetti esterni alla famiglia. Hanno sperimentato un modo nuovo – talvolta confuso – di fare scuola attraverso uno schermo.

Le disuguaglianze si sono acuite, penalizzando coloro che già vivevano situazioni difficili, dovute ad assetti familiari precari, povertà economica e culturale, carenza di strumenti digitali, spazi ristretti e condivisi nelle abitazioni. Per alcuni ci sono stati dei lutti, persone care che non hanno potuto salutare.

Più di tutto, forse, si sono ritrovati ad affrontare l’incertezza e la paura negli occhi degli adulti di riferimento, malgrado i loro buoni propositi nel rassicurarli e proteggerli.

Nessuno può davvero conoscere l’impatto che la pandemia avrà sui bambini a livello psicologico, sociale e culturale. L’emergenza non ci ha permesso altro che correre ai ripari, facendo del nostro meglio per contenere i danni.

Ora, però, è tempo progettare il futuro più immediato, ricordandoci che i bambini non sono solamente esseri indifesi da proteggere, ma persone con risorse e bisogni di cui tenere conto. È questo che raccontano Ingrid Bianchetti e Lino Latella, professionisti della Fondazione Arché che si occupano di accoglienza di minori in difficoltà.

Con loro affrontiamo una riflessione a partire dall’esperienza con i bambini più fragili, valida però anche per gli altri, su come gestire questa fase di transizione che ci porterà alla ripresa, a settembre, delle attività educative.

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Durante il lockdown: la resilienza dei bambini

Per i bambini che vivono in comunità, come per tutti gli altri, uno dei primi problemi che si è presentato durante il lockdown riguarda la rottura delle routine quotidiane, dalla sveglia per andare a scuola alle attività pomeridiane.

Come racconta Ingrid Bianchetti, direttrice della comunità mamma bambino Casa Carla di Milano: “i nostri bambini hanno bisogno di questa ritualità, perché sono ciò che prima di entrare in comunità era completamente mancato nelle loro vite.

Ci siamo ritrovati improvvisamente a non avere quello che era più salvifico per loro, cioè essere svegliati al mattino, essere portati a scuola, fare una vita in mezzo ai pari – non per forza provenienti da storie simili alle loro.”

Non sono stati solo gli impegni quotidiani a saltare, ma anche i contatti affettivi, che per i bambini che vivono in comunità sono spesso travagliati già in partenza.

Come ricorda Lino Latella, per Arché responsabile nazionale dell’area accoglienza e direttore della comunità Casa Adriana di Milano, “la cosa che hanno sofferto di più è stata l’interruzione di tutti i contatti esterni. Non solo scuole e asili, ma anche ad esempio gli incontri con i papà, che loro vedevano al di fuori della comunità.”

Nonostante gli inevitabili momenti di regressione, in cui i bambini hanno manifestato la loro ansia per la situazione in corso, sembra emergere un elemento positivo che potrebbe fare da punto di partenza per una riflessione su come gestire il prossimo futuro. Come racconta Lino Latella, il lockdown ha fatto emergere “quante risorse sono in grado di mettere in campo sia i bambini che le loro madri, in un momento come questo che nessuno di noi ha potuto immaginare”.

Dello stesso avviso Ingrid Bianchetti, nel dire che nonostante le grosse preoccupazioni iniziali “quello che poi è successo è stato abbastanza sorprendente. Ci siamo trovati di fronte a bambini bravissimi, resilienti.”

Paradossalmente, racconta Ingrid, i bambini e le madri in comunità erano per una volta avvantaggiati: “Se per molti di noi è stata una novità spiegare ai nostri figli che nella vita non è tutto garantito, che c’è sempre un po’ di precarietà… i bambini della comunità è un po’ come se già lo sapessero, perché lo avevano già provato”.

Per ripartire col piede giusto: dire la verità ai bambini

Il progressivo allentamento delle restrizioni ha portato una boccata d’ossigeno ai bambini. Hanno iniziato a uscire di casa, a incontrare i coetanei, ma il momento resta incerto e delicato, ed è importante trovare il modo di coinvolgerli in questa fase di transizione che porterà alla riapertura delle scuole a settembre e a un nuovo inizio, con nuove regole, di tutte le altre attività.

Per aiutare i bambini a ripartire nel modo giusto non basta rassicurarli, intrattenerli, proteggerli. È dalle loro risorse che occorre partire, dando loro la fiducia e l’aiuto necessario per affrontare le novità.

“Noi siamo partiti dall’idea che ai bambini va raccontato il male, il dolore, a volte anche la morte” spiega Ingrid. “Per fortuna non abbiamo avuto casi di lutti, ma abbiamo informato i bambini del fatto che poteva essere un virus che poteva diventare preoccupante per i nonni e per i genitori”.

Nella sua esperienza, questo modo di agire ha dato frutti positivi: “Li abbiamo semplicemente aiutati a capire che questa è una fase un po’ particolare e che per vincere contro il virus bisogna difendersi, e quindi mettere le mascherine, non uscire in alcuni casi, e loro hanno recepito bene il messaggio.”

Dire la verità ai bambini è un principio che guida l’operato di Arché, come conferma Lino: “Tante delle paturnie sono solo di noi adulti, che non riusciamo a legittimare ai bambini una capacità di comprensione che invece hanno. Abbiamo il desiderio di proteggerli, non si capisce bene da che cosa, quando invece basta parlare con loro e spiegare con parole che possano comprendere quello che sta accadendo. In quel momento noi li stiamo proteggendo, non facendoli vivere nell’incertezza. Dire la verità a un bambino non è semplice, non tutti ne sono capaci, bisogna avere degli strumenti, essere capaci a entrare in contatto con quelle emozioni che noi grandi teniamo in un angolo e tiriamo fuori raramente”.

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La riapertura delle scuole: conciliare il bisogno di contatto e il distanziamento fisico

Dire ai bambini la verità non basta per essere pronti a ricominciare la scuola e le attività extra scolastiche “in presenza e in sicurezza”. Questa estate sarà cruciale per organizzare spazi e attività in modo che i bambini possano tornare a incontrarsi nel modo più sereno possibile, con le dovute cautele.

“La relazione tra i bambini e gli adulti” si legge nelle linee guida pubblicate dal Ministero dell’istruzione “è la condizione per conferire senso alla frequenza di una struttura educativa per piccoli, che si caratterizza come esperienza sociale ad alta intensità affettiva”.

Un’affermazione importante, che mette finalmente in rilievo la necessità di salvaguardare, oltre che la popolazione dal contagio, gli alunni dalle conseguenze di ulteriori privazioni psicologiche e sociali.

Non sarà facile conciliare due bisogni tanto importanti quanto lontani tra loro. Lino Latella, riconoscendo la complessità del tema, rimette tutto in mano alla capacità educativa degli adulti: “Io spero che i bambini possano avere intorno a loro adulti competenti, che siano capaci di fare bene il loro dovere a ogni livello, e che possano consentire loro di trovarsi a vivere nelle migliori condizioni possibili data la situazione. Credo che ci siano le possibilità e gli strumenti per fare bene, che ci sia sufficiente tempo per organizzare gli spazi e le attività”.

Naturalmente, prosegue Lino, rimangono aperte contraddizioni essenziali: “Faccio un po’ fatica a dire a un bambino che non ci si può più abbracciare o che non si può andare su uno scivolo insieme. Ma d’altra parte non possiamo nemmeno essere fatalisti e quindi metto in conto che bisognerà spiegare ai bambini che alcune cose saranno necessarie, è inevitabile”.

Portare il buono del lockdown fuori di casa

Molti hanno parlato di opportunità, riferendosi alla sospensione delle attività e al raccoglimento in famiglia. “A me ha fatto arrabbiare” racconta Lino, “sentir parlare in televisione alcuni psicologi e psicoterapeuti che dicevano che finalmente si è riscoperto il valore della famiglia. Perché se serviva una pandemia per scoprire il valore della famiglia, allora io sono molto preoccupato.”

È però innegabile che il lockdown ci ha messi di fronte alla necessità di ripensare, a vari gradi di profondità, le nostre vite e quelle dei nostri bambini.

Continua Lino: “Abbiamo fatto il picnic sul pavimento, abbiamo tirato fuori il monopolio, abbiamo fatto le scenette, la pasta di sale. Abbiamo visto che c’è un altro modo di vivere il tempo, la socialità, di stare insieme alle persone. Se ora noi, con tutti i limiti del caso, riusciamo a spostare queste nostre risorse fuori dalla casa e portarle nei parchi, nei calcetti… si può portare a un livello migliore la vita di tutti”.

Certo, serve un cambio di mentalità collettivo: “dentro casa l’onere e l’onore è tutto mio, mentre fuori serve un senso civico, di cittadinanza, una comprensione che non sempre è così scontata”.

Sulla stessa scia anche Ingrid Bianchetti, che auspica che dalla pandemia si possa prendere spunto per un intervento di ampio respiro, che sappia guardare ai bisogni dei bambini: “Bisogna pensare a soluzioni che non partano solamente dalla famiglia. L’educazione dovrebbe essere qualcosa che interessa la comunità, il quartiere, la politica. Anche perché se un bambino si trova in una delle famiglie che noi ospitiamo, mi aspetto che gli vengano date dall’ambiente esterno maggiori opportunità”.

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Quell’incertezza negli occhi degli adulti

Con le migliori intenzioni, durante il lockdown i balconi delle città italiane si sono riempite di arcobaleni e di scritte “Andrà tutto bene”. Sono opera dei bambini, guidati dagli adulti, e tutto sommato è stata un’idea che li ha portati a passare del tempo insieme, divertendosi. Ma quel messaggio, apparentemente innocuo, rischia di essere una scappatoia dalla complessità e dall’incertezza. Una scappatoia inutile, perché mentre i bambini scrivevano “Andrà tutto bene”, negli occhi degli adulti leggevano tutt’altro.

Un interessante esperimento di psicologia denominato “Visual cliff” dimostra come i bambini molto piccoli, davanti a una situazione di incertezza, guardino alla reazione dell’adulto di riferimento prima di decidere come agire.

Se l’adulto si mostra sereno, il bambino sarà incoraggiato ad affrontare l’ostacolo, mentre se si mostra spaventato si tirerà indietro. Questo significa che le emozioni degli adulti si riflettono sui bambini, ovviamente, ma non comporta che si debba fingere serenità e negare i sentimenti negativi.

Racconta Ingrid: “la storia degli striscioni con ‘Andrà tutto bene’ mi ha lasciata perplessa, è una frase che non mi è piaciuta molto. Un giorno un bambino della comunità mi ha detto: ‘non è andato tutto bene, sono morte un sacco di persone, non mi sembra carino nei confronti degli altri che sono morti’. Mi ha fatto ragionare. Così a loro ho dato un altro messaggio: dobbiamo resistere, insieme”.

A volte bisogna accettare il fatto che non ci sono certezze, e nessuno sa davvero come è meglio comportarsi. Prosegue Ingrid: “ci troviamo in un momento di grande complessità e la complessità richiede coraggio, e anche onestà. Dobbiamo agire tenendo conto della variabile non conoscibile, e anche in comunità abbiamo aiutato i bambini e le mamme a capire che bisogna anche accettare la fragilità del non sapere.”

Cosa ricorderanno i bambini della pandemia?

Di tutte le incertezze, questa è la più grande: quali segni profondi lascerà la pandemia nel percorso evolutivo dei bambini di oggi? È una domanda a cui non si può rispondere facilmente. Per ora ci limitiamo a ipotizzare cosa potranno ricordare, tra venti o trent’anni.

Secondo Ingrid Bianchetti, “ricorderanno un momento in cui anche gli adulti di riferimento, in questo caso gli educatori, sono stati incerti come loro, sono diventati simili a loro. Un momento di unione profonda in cui l’incertezza ci ha resi tutti più vicini all’origine, al centro del mondo.”

Secondo Lino Latella, invece, “se ne ricorderanno perché si sono persi una parte della loro vita. Penso a chi quest’anno fa la maturità, a chi farà l’esame di licenza media online o con la tesina. Però forse se ne ricorderanno anche perché hanno visto una mamma e un papà diversi, perché hanno vissuto delle emozioni che in condizioni normali non avrebbero vissuto”.

Resta da fare i conti con le paure, continua Lino: “spero vivamente, ma ho il timore che non sarà così, che non rimangano troppe paure. Mi auguro che accanto a loro ci siano degli adulti che sappiano insegnargli che i cinesi non sono un popolo da evitare perché sono infetti, che i pipistrelli non portano solo il coronavirus, e altre cose simili che poi condizionano negativamente i rapporti sociali e la serenità nella vita”.

I bambini, insomma, hanno bisogno di essere riconosciuti come persone con bisogni, risorse e capacità, compresa la capacità di capire e reagire ad alcune situazioni apparentemente troppo più grandi di loro. Gli adulti hanno il compito di cercare, e trovare, le parole e i modi giusti. Solo così tutti, bambini e adulti, possono rielaborare ciò che vivono, e crescere, il più liberi possibile.

Andrea Genzone


La collaborazione con il blog collettivo Le Nius nasce dalla volontà di proporre approfondimenti su temi protagonisti del dibattito pubblico perché, come recita la nostra mission, “crediamo che l’azione del singolo possa contribuire alla realizzazione di una cittadinanza attiva e solidale”. E anche la sua preparazione.