Quale può essere il ruolo e lo stato emotivo di un insegnante in questa epoca? I bambini a scuola pongono ancora domande? Custodiscono quella curiosità innata di imparare senza usare uno smartphone, di ascoltare i maestri riconoscendo in loro il valore dell’essere portatori di un sapere?

Mi chiedo se esistano ancora bambini che hanno capacità di stupirsi rispetto a ciò che non conoscono? Ci sono ancora bambini che a scuola pongono domande al maestro oppure sanno già tutto?

bambini crescita meraviglia

Il gap è ampio: da una parte piccoli alunni che sin dall’infanzia hanno frequentato corsi espressivi, musicali, sportivi e linguistici, e che hanno viaggiato e fatto mille esperienze, con le loro famiglie allargate e sempre al top nel presenziare a eventi di prestigio più per apparenza che per vero interesse.

Figli trascinati ovunque, a far la vita degli adulti, specchio di frustrazione e della ricerca spasmodica dell’essere i migliori, rispondendo alle richieste che gli stessi genitori devono affrontare nel mondo del lavoro.

Famiglie che gettano inconsapevolmente i propri figli nella competizione sin dalla tenera età rendendoli iper competenti, ma sprovvisti di entusiasmo. Figli annoiati ma “socialmente competenti”.

Dall’altra parte ci sono bambine e bambini che vivono realtà meno stimolanti, in famiglie fragili, dove le possibilità economiche sono così ridotte che spesso sono soggetti a continui trasferimenti tra case e centri di accoglienza, figli di genitori che a fatica riescono a mandare i figli a scuola e a pagare la mensa scolastica. Famiglie sprovviste di strumenti culturali e linguistici per aiutare i bambini nei compiti e nella partecipazione attiva alla vita scolastica.

La scuola nelle classi rispecchia ciò che è sempre più netto nella società: il divisorio tra chi ha accesso alle opportunità, al lavoro, alle passioni, alle esperienze più svariate, ma è troppo stressato per gustarsi tutto ciò che ha, e bambini che rimangono sempre un passo indietro rispetto ai compagni iper competenti, senza strumenti per potersi sentire all’altezza, e che talvolta vivono questa condizione minando costantemente la propria autostima e sognando di raggiungere i medesimi risultati.

Quale può essere il ruolo e lo stato emotivo di un insegnante in questa epoca? I bambini a scuola pongono ancora domande?

Custodiscono quella curiosità innata di imparare senza usare uno smartphone, di ascoltare i maestri riconoscendo in loro il valore dell’essere portatori di un sapere? Mi chiedo se esistano ancora bambini che hanno capacità di stupirsi rispetto a ciò che non conoscono? Ci sono ancora bambini che a scuola pongono domande al maestro oppure sanno già tutto?

Se poi aggiungiamo che in terza elementare viene regalato il primo smartphone ai propri figli, possiamo immaginare che ogni dubbio possibile in tempo zero ottiene una risposta attraverso Internet o qualsiasi social network.

E poi ci sono i bambini che vivono in contesti fragili che non hanno accesso a nessun tipo di attività culturale aggregativa perché i propri genitori si battono per arrivare dignitosamente alla fine del mese, o che magari non conoscono le iniziative presenti sul territorio perché appena arrivati da un paese straniero. Si tratta di bambini che iniziano a frequentare le scuole elementari e si rendono conto di non sapere nulla, di non avere tutte quelle informazioni che i bambini benestanti e italiani possono ottenere, di cui si vantano durante le lezioni scolastiche, a volte sfidando il maestro.

Sono i bambini, gli ultimi, quelli che appartengono a contesti in cui la povertà educativa non è legata solo all’esperienza scolastica, ma anche a quella umana; che hanno attraversato Paesi, culture, e cambiato tantissimi contesti e che una volta finita la scuola rientrano a casa, quando hanno una casa. Possiamo immaginare che per loro non sia semplice intervenire o fare domande o semplicemente chiedere una spiegazione, perché vivrebbero comunque la fatica di essere frustrati per non essere portatori delle competenze che hanno gli altri.

Che ruolo hanno i genitori e le agenzie educative presenti sul territorio nel costruire percorsi di vita che non siano solo prestazionali, ma parabole in cui ogni alunno possa sentirsi visto e possa desiderare di conoscere qualcosa di diverso rispetto a quello che già sa? Qual è il compito del maestro?

Io credo che gli insegnanti siano chiamati a coinvolgere i propri alunni utilizzando una tecnica che possa mettere a pari ciascuno nella classe, tenendo conto delle competenze e dei vissuti differenti: proporre esperienze di vita che possano creare in ciascun alunno ricordi vivi, in cui tutti si sentono sullo stesso piano, senza confronti, senza valutazioni.

Learning by doing, “imparare facendo”, perché è attraverso il fare che si entra nelle cose, unendo teoria e pratica, con lezioni attive e non unidirezionali, attraverso laboratori, dove l’apprendimento diventa un’esperienza sociale, elaborazione e consolidamento delle nozioni apprese. Semplicemente avere la possibilità di vivere esperienze positive di gruppo insieme ai docenti, perché imparare a essere una squadra, a essere un gruppo, significa avere un’opportunità per la crescita di tutti.

È l’esperienza umana e non unicamente l’esperienza didattica a fornire quella chance, quell’occasione unica per diventare persone piene, in grado di scegliere ed esprimere al meglio le proprie inclinazioni, senza subire le pressioni dei genitori, dando voce al desiderio, senza sentirsi in colpa o in difetto nel porre domande per ciò che non si conosce.

Ecco di cosa abbiamo bisogno: ridare voce a una scuola che sempre più perde l’occasione per essere un luogo rigenerativo e di crescita emotiva e umana, in cui esperienze valoriali possono riempire di senso la vita di ciascun alunno.

Imparare sì a scuola ciò che può essere utile in futuro nel mondo del lavoro, ma anche ciò che è fondamentale nella vita, come gestire un sentimento, provare stupore e gioia di fronte alle bellezze della natura, cooperare per il bene comune, diventare grandi conoscendo le proprie propensioni e accettare i propri limiti, dialogare e non confliggere, pensarsi una collettività, costruendo esperienze di amicizia, amore, sostegno, solidarietà e rispetto.

Solo se questo aspetto educativo rientrerà nuovamente nell’educazione scolastica e famigliare, potremo restituire alle due agenzie educative più importanti nel percorso di crescita di figli e alunni quel ruolo fondamentale in cui le passioni si scoprono, le relazioni si consolidano, i propri limiti si accettano.

I bambini torneranno a stupirsi, a meravigliarsi di fronte a tutto ciò che vedono e imparano per la prima volta, torneranno a essere portatori di saperi e di meraviglia.

Silvia Carameli
Responsabile Area Housing

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