attesa

Immagine realizzata da Rhea Jane Ibarra

Pensare l’attesa mi richiama alla mente l’immagine dell’altalena presente nel nostro giardino, sospesa nel tempo e nello spazio. È la giostra che attira irresistibilmente i bambini che, carichi di entusiasmo, aspettano il proprio turno con gli occhi colmi di impazienza, pervasi dalla voglia di salire su quel seggiolino e sentire la spinta che li porti in alto. L’immagine dell’altalena cattura il contrasto tra il desiderio di movimento e la frustrazione della staticità diventando una potente metafora nella vita di tutti i giorni quando, spesso, ci troviamo in una condizione di immobilità apparente, dove le decisioni e le azioni sembrano bloccate. Ogni giorno ci scontriamo con la limitazione che, sebbene vogliamo cambiare il mondo, siamo soltanto un tassello in un enorme meccanismo in cui ogni pezzo deve incastrarsi alla perfezione per operare armoniosamente.

Questa consapevolezza a volte ci immobilizza, ci sentiamo bloccati ma su un’altalena che sembra non fermarsi mai. Il senso di staticità sul piano pratico si scontra con un tumulto interiore, un movimento caotico non armonioso, così che l’attesa si carica di emozioni contrastanti, la speranza si mescola con l’impotenza, e il desiderio di urlare quella frustrazione rimane spesso inascoltato. È come stare su un’altalena che non riesce a partire, bloccata, a simboleggiare la paralisi emotiva dell’incertezza. Siamo lì, immobili, desiderosi di creare un movimento che sembra eludere. Eppure, quando l’altalena si muove, lo fa in modo turbolento e caotico.

Non vi è una fluidità armoniosa, anzi.

L’esperienza diventa un turbinio di emozioni, un susseguirsi di alti e bassi vertiginosi che scuote la nostra stabilità. Questo movimento ci promette una direzione, ma senza sicurezza, lasciando che l’oscillazione stessa susciti una sensazione di precarietà. Sebbene affrontiamo il caos, non possiamo trasmettere la nostra instabilità a chi cerchiamo di aiutare. Le mamme e i bambini ci mostrano i loro sguardi, pieni del proprio turbamento, e noi dobbiamo essere ancore, non portatori del nostro disordine interiore.

La sfida risiede nel trovare l’equilibrio tra “il professionale” e le nostre emozioni.

Ed è qui che la frustrazione emerge: quel desiderio di urlare, di rompere il silenzio, mentre la voce resta intrappolata.

In quei momenti, come educatrice, cerco di essere la voce e la spinta per gli altri, eppure la sensazione di blocco è straziante, un’agonia che non voglio mostrare, per non pesare ancora di più su chi già soffre, per non infrangere la delicatezza della mia posizione professionale. Poi provo a osservarmi, e mi percepisco esattamente a oscillare sulla stessa altalena insieme ai bambini e alle mamme che seguo, a condividere lo stesso spazio sospeso e l’angoscia di voler muovere qualcosa che spesso sfugge anche al mio controllo.

L’attesa diventa un legame che unisce educatori e utenti in una condizione umana comune e, facendone esperienza, ho compreso che non esiste solamente la dimensione temporale o la semplice equazione “attesa = tempo da trascorrere e da subire”. Nel caos interiore c’è la necessità di trasformare l’attesa in qualcosa di costruttivo, in un modo per misurare e processare le nostre emozioni, per rialzarsi più forti e determinati. È un cammino difficile, senza dubbio, perché richiede una delicata bilancia: essere abbastanza forti da sostenere gli altri, ma anche abbastanza vulnerabili da riconoscere il nostro stesso dolore.

Dobbiamo essere vicini, empatici, sentinelle silenziose che lavorano costantemente per trovare un movimento, anche quando tutto sembra fermo. Noi educatori dobbiamo trovare nella nostra presenza un modo per alleviare il peso di quell’attesa con la premessa di scoprire e riconoscere la nostra fragilità individuale e, solo successivamente, la forza dell’insieme, così da alimentare la costruzione di ponti di comprensione anche in mezzo all’incertezza e spingere l’altalena verso la possibilità di un domani (si spera) migliore.

Pina Pinto

Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti i capitoli del “Lessico Resistente”, ciascuno accompagnato da un’immagine di Rhea Jane Ibarra.

📖 Lessico Resistente – p. Giuseppe Bettoni, Vittoria Veneroni e Giada Violanda
🫀 Abbandono – Martina Savi
⛔ Esclusione Sociale – Gloria Dentico
🥀 Indifferenza – Giada Violanda
🌱 Rinascita – Asia Cesareo
🌼 Accettazione – Vittoria Veneroni
❤️‍🩹 Riconoscenza – Valentina Zeghini
🐘 Apparenza – Nicole Mezzanzanica
🗣️ Giudizio – Sara Capelli
🖼️ Determinazione – Mariuccia Magri
☀️ Esistenza – Agnese Pirolo
🌈 Oltre – Valentina De Fazio
💧 Cambiamento – Helena Ortu
🫱🏼 Ricaduta – Elisa Cavoretto
🏠 Condivisione – Mariangela De Luca
⛰️ Possibilità – Eugenio Tagliabue
🧑🏻‍🤝‍🧑🏼 Consapevolezza – Giorgia Falanga
❤️ Razzismo – Rossella Lovecchio
🧠 Violenza – Michela Scaccia
🙌🏼 Inclusione – Paola Ciaglia
💛 Coraggio – Cristiano Valanzano