È evidente che la pagina di Vangelo di questa quarta domenica di Avvento viene a suggerire una riflessione che non coincide con la cronologia della vita di Gesù. Non siamo esattamente qui a celebrare la cosiddetta “domenica delle palme”… ma questo non significa che la pagina evangelica sia fuori dal tempo, possiamo invece domandarci cosa abbia da dire a noi oggi.

La cosa più evidente è che per noi che attendiamo il ritorno di Cristo alla fine del tempo – perché questo ci suggerisce l’avvento -; per noi che tra qualche giorno faremo memoria del Natale, appunto della nascita di Gesù nella storia… il Vangelo ci ricorda anche che c’è un irrompere quotidiano e feriale del Signore, come quello che avvenne a Gerusalemme, una venuta carica di simboli, forse anche un poco provocatoria.

Da come scrive le cose Matteo possiamo dedurre che nessuno aspettava Gesù. È il Signore stesso che organizza il suo ingresso caricandolo di simboli e di significati, in realtà la gente, le autorità, ma anche i suoi amici e i suoi nemici, nessuno dava segno di aspettarsi da lui un’entrata simile… quante volte era già salito a Gerusalemme senza tante storie!

Atteggiamento analogo lo incontriamo nella prima lettura del Secondo Isaia. Quando il profeta si fa voce di Dio che esorta  a parlare al cuore di Gerusalemme dicendo: Consolate, consolate il mio popolo… non si trovavano certo a Gerusalemme i destinatari di questo messaggio di consolazione, non abitavano la città, anzi erano ai lavori forzati deportati in Babilonia. Proprio per questo nemmeno loro si aspettavano una consolazione da parte di Dio, anzi sapevano di dover espiare i loro peccati, i loro tradimenti, le loro idolatrie e ingiustizie e vivevano quella condizione come un giusto castigo da parte di Dio. Non si aspettavano che Dio venisse a consolarli, tutt’altro!

Il filosofo francese Edgar Morin definisce accecamento paradigmatico la sindrome che colpisce coloro che restano prigionieri del proprio paradigma teorico, della costellazione di premesse che si sono mentalmente costruiti e dentro la quale rimangono chiusi, bloccati.

La principale conseguenza che ne deriva è l’incapacità di vedere, di riconoscere ciò che sta al di là di quella costellazione e la condanna a vedere solo ciò che quello schema mentale ti consente di vedere.

Quella dell’accecamento paradigmatico è una epidemia più diffusa di quanto si possa immaginare. Colpisce professionisti e artigiani, intellettuali e pragmatici, idealisti e cinici, religiosi e non…

Soprattutto colpisce coloro che alla complessità dei fenomeni preferiscono la semplicità delle cose, anche quando le cose non sono cose ma sono persone, sistemi, ideologie. Quando un paradigma perde la sua caratteristica più importante qual è la flessibilità, di conseguenza si irrigidisce, si sclerotizza, si trasforma in una lente che distorce la realtà riducendola a meccanismi elementari, omogenei, semplicistici, predicibili, ricorsivi. E che, guarda caso, sono anche molto rassicuranti.

Perché chi crede di sapere già tutto non cerca altro. O meglio: non cerca altro che non sia coerente col proprio sistema di premesse, che non stia all’interno del proprio paradigma, in realtà non cerca l’altro ma cerca sempre lo stesso.

Ed è ovvio che lo stesso ha il vantaggio di confermare il paradigma, il sistema delle premesse.

Siamo dinnanzi a un potente autoinganno, a una trappola dalla quale si fa fatica ad uscire perché il sistema di pensiero che dovrebbe liberarlo è lo stesso che lo ha imprigionato. Detto in altri termini: la peggiore delle prigioni mentali è data dal non saper apprendere.

Quando Gesù entra in Gerusalemme in quel modo, con le intenzioni che ben conosciamo, consapevole della sua missione, è anche consapevole di mettere i suoi contemporanei davanti alla necessità di superare i paradigmi, gli schemi, le gabbie mentali e di disporsi, per dirla con un meraviglioso ossimoro, ad «attendere l’inatteso».

Attendere l’inatteso è un atteggiamento proprio dell’anima e dell’intelligenza. Si pone in attesa dell’inatteso chi sa di “non sapere”: cioè chi è consapevole della propria oggettiva finitudine, chi sa bene che è impossibile padroneggiare il tutto, che non si può controllare la complessità, che non si riesce sempre a capire come vanno davvero le cose.

Tra chi attende l’inatteso e chi non si aspetta nulla, tra chi cerca sempre l’altro e chi cerca sempre lo stesso, tra chi “sa di non sapere” e chi “non sa di non sapere”, tra chi ha imparato ad imparare e chi non ha imparato ad imparare c’è, tra le altre, una cosa che fa la differenza ed è il grado di curiosità e di fiducia.

Ed è con questa apertura del cuore e della mente che possiamo vivere il nostro tempo. Vorremmo non essere  impreparati a riconoscere l’inatteso volto di Dio che Gesù va manifestando in questa nostra storia.

Qual è l’inatteso volto di Dio che irrompe nella nostra città, nella nostra umanità? Qual è la consolazione di Dio per questo nostro mondo così complesso e disperato che soffre violenza e morte, ingiustizia e inganno?

Quale volto ha Dio per i bambini di Aleppo? Quale consolazione per chi sta attraversando il deserto, per chi è in attesa di imbarcarsi verso un improbabile approdo?

Avverto tutta la mia incapacità, la mia povertà di strumenti interpretativi ad affrontare la complessità del reale in cui siamo immersi.

La parola di Dio ci offre due metafore che indicano altrettanti atteggiamenti che ci possono aiutare a riconoscere l’inatteso e ad accogliere un poco di consolazione che ci fa guardare il futuro con speranza.

La prima è data dall’utilizzo che Gesù fa per entrare in Gerusalemme di un’asina e del suo puledro. Simboli profetici propri di chi non mette in campo strumenti di potere, di coercizione, di controllo… ma di chi si pone sul piano della relazione, del dialogo, dell’incontro e del riconoscimento della dignità di tutti.

Che è l’esatto contrario del paradigma diffuso di indifferenza, di paura, di chiusura, proprio di una società e di una cultura che si rassegnano a un grande ripiegamentoNon si tratta di rinserrarsi, di ripiegarsi, nel chiudersi della città a fronte dell’incertezza, della crisi economica mai finita…

Se la Milano che abita i grattacieli della città verticale, dialoga con la Milano che sta sotto allo skyline della città, se la città moderna dell’economia e della politica si incontra con l’inatteso che assume le vesti e le sembianze del disagio, della povertà, della marginalità, della migrazione… L’inatteso diventa fonte di rinnovamento, di scambio culturale, di arricchimento di valori, di tradizioni.

E poi la parola di Dio ci consegna una seconda metafora che ci viene dalla conclusione della pagina di Isaia: Dio come un pastore ha cura del suo gregge. In che modo Dio ha cura del suo gregge?

Sono tre le cose che fa il pastore. La prima è che col suo braccio raduna tutti , proprio tutti e non dobbiamo mai dimenticarcelo. Dio non esclude nessuno dei suoi figli. Se proprio deve fare delle preferenze, ecco la seconda cosa, porta gli agnellini sul petto. Proprio i piccoli, i malati, i poveri, coloro che non contano nulla nella città, Dio li porta sul cuore! Sapersi amati da Dio anche quando ci sentiamo piccoli, inutili, incapaci… è fonte di consolazione e di pace.

Ma c’è ancora un’ultima cosa che fa Dio, dice Isaia, è come un pastore che conduce dolcemente le pecore madri, un pastore che accompagna con dolcezza le pecore madri. Nella città della produttività, della moda, del consumo, dove gli indicatori della competitività sono al massimo… Dio  pone l’accento su quelle donne che portano notte e giorno la fatica della quotidianità, del lavoro, della casa, dei figli da crescere e che spesso sono oggetto di violenza.

Ecco la provocazione di Dio che scombina i nostri paradigmi: sembra trascurare gli uomini, i maschi, perché conosce bene le fatiche della donna, di colei che genera la vita e la accudisce, per dire che Dio attraverso l’ingresso di Gesù entra nella città per indicarci la via della pace e della concordia, nella misura in cui si prende cura e porta sul cuore il povero, il piccolo, il fragile… proprio con la dolcezza di una madre.

Prima di cadere nel frullatore della fiera costruita intorno al Natale, ascoltiamo con intelligenza la parola di Dio: è il mistero dell’inatteso che ci viene incontro.

(Is 40, 1-11; Mt 21,1-9)