Lavoro nei servizi di Prossimità alle famiglie, sono un’assistente sociale. Ho una laurea triennale e una magistrale, ho fatto corsi di alta formazione, formazione sul campo, autoformazione per cercare di fare al meglio il mio lavoro. Ho spesso sentito e visto, in tante persone, disprezzo per la professione e una totale ignoranza in quello che realmente è il servizio sociale e quello che fa l’assistente sociale. Possibile che abbia scelto di fare un lavoro così mal percepito? Un lavoro così brutto?

Quando dico che sono assistente sociale tutti mi guardano stupiti. C’è chi mi risponde “Bello!”, senza avere la minima cognizione di causa, e chi mi chiede: “Chi te l’ha fatto fare?”. Beh, a dire il vero questa domanda me la fa spesso anche mia madre, che chiamo per sentirmi ancora figlia, ancora accudita, chiamo per porre dei problemi che sarà qualcun altro a risolvere, stavolta.

Eppure, io la risposta a queste domande me la sono data. Sentirsi dentro facilitatori del cambiamento altrui, sentirsi riconosciuti come professionisti dell’aiuto, è difficile far passare agli altri, soprattutto a chi non lavora nel sociale, la delicatezza e la forza di questo lavoro. È difficile anche per me, per noi del sociale in generale, fare i conti con la frustrazione quasi quotidiana.

Ci sono giorni, o meglio notti, fatti di pensieri, di angosce e di dispiaceri per l’evolversi, evidentemente in negativo, di alcuni casi. Il gioco della professione sta nel vivere questi momenti e nel non disconoscerli. Ci sono giorni in cui si è solo arrabbiati per il dolore altrui. Ci sono giorni in cui è difficile non piangere con le persone, adulti o bambini che siano.

Ogni giorno si ricostruisce la giornata con i vari pezzetti, quello della madre, del padre, dei minori, della scuola, della logopedia, della neuropsichiatria infantile. Il pezzo economico, alimentare, educativo. Il nostro lavoro sta nel tamponare e ricucire questi pezzetti al fine di costruire una risposta unitaria alla persona che ti sta chiedendo una mano per uscire dallo stato del bisogno. E bisogna farlo anche con chi non te lo chiede, anche con chi quel pezzetto non lo vuole affrontare. E ultimo, ma di certo non per importanza, il pezzo relazionale, essere ponte, essere terra di mezzo, essere spazio esclusivo dove affrontare anche le sconfitte.

In quest’ultimo periodo siamo tutti vittime della pandemia, pandemia che esiste da sempre, quella dei non integrati, quella dei sommersi, degli invisibili. Il nostro lavoro sta nel non sostituirsi alla persona ma nel dare protagonismo, visibilità, autonomia, empowerment.

La soddisfazione più grande è riuscire a sganciarci lentamente, con la sicurezza che le famiglie possano camminare sulle proprie gambe, anche senza stampelle.

Paola Ehsaei, assistente sociale Fondazione Arché