Un giorno qualsiasi in Arché squilla il telefono, e come spesso accade, è una richiesta di aiuto. Non si tratta di una mamma che chiede di essere accolta. La richiesta arriva da un’operatrice di un Centro di Prima Accoglienza per Richiedenti Asilo e Rifugiati politici. Ci chiede di intervenire nella Struttura che rappresenta, a causa di una grave crisi con una mamma ospite. Una giovane donna africana con un bambino di circa quattro anni, che avrebbe modi molto aggressivi e metterebbe a rischio l’equilibrio della casa: “Se non riuscite a risolvere voi di Arché saremo costretti a dimetterla”.

Il giorno seguente mi reco presso la struttura; una casa apparentemente anonima in estrema periferia. Entro e mi rendo conto di essere negli spazi comuni, una grande stanza dove si muovono persone, ognuna con il proprio colore, la propria storia, ognuna con le proprie speranze. Ma tutte con poca voglia di condividere.

Mentre aspetto la psicologa mi accorgo che le interazioni sono molto rare, e per lo più superficiali. Su un divano in fondo alla sala siede una signora con un hijab, in braccio ha un bambino che dorme, non parla con nessuno, anzi, se ne resta in disparte con lo sguardo basso.

La psicologa mi chiama in ufficio e mi espone il problema, che definisce grave, dice che l’intera équipe non è in grado di contenere la signora che si mostra aggressiva con gli operatori e con gli altri ospiti: “Aisha è sempre arrabbiata, pretende solamente, non l’abbiamo mai vista sorridere, insomma: ha un’aggressività fuori controllo”.

A questo punto entra la signora, la psicologa ci presenta, le dice che sono di Arché, una Fondazione che si occupa di mamme e bambini in difficoltà. Aisha non mi guarda, continua a guardare la psicologa e inizia da subito ad alzare la voce, urla, dice che ha bisogno dell’acqua in bottiglia per suo figlio che è malato e non può bere quella del rubinetto, che la donna che dorme nella stanza accanto alla sua, di notte fa rumore e il bambino si sveglia. Urla “Aisha!”.

La psicologa cerca di intervenire più volte, ma l’impeto della signora sembra inarrestabile. L’operatrice ad un certo punto urla più della signora e le dice che nella casa non c’è solo lei, che quella non è casa sua. Questo fa ancora più arrabbiare Aisha.

Quando smettono di urlare entrambe mi guardano. Entrambi gli sguardi sembrano dire: “hai visto, hai capito che ho ragione io?”. Io mi rivolgo alla signora, le sorrido e mi viene spontaneo rivolgermi a lei con una delle poche parole che conosco della sua lingua: “Tegest…” (in Amarico vuol dire “pazienza”). “Tegest…” le ripeto. Aisha resta sorpresa, stupita, non riesce a trattenere il sorriso. Sorride, anzi ride di gusto.

Il colloquio dura circa due ore, ed io mi limito a tradurre i bisogni di Aisha all’operatrice, e viceversa. Non che fossi capace di parlare l’Amarico, traducevo semplicemente le loro emozioni, le loro paure, e così stimolavo l’empatia. La capacità di far proprie le istanze dell’altro.

Andando via sento l’operatrice che con tono scherzoso dice alla signora: “Hai capito? Tegist…” e Aisha sorridendo le risponde: “Si dice tegest…”. Sono seguiti altri incontri, non solo con il Centro di Prima Accoglienza, ma anche con le insegnanti del bambino e i referenti del Comune. Sono trascorsi ormai tre anni. Aisha ha una propria casa dove vive con suo figlio e pochi giorni fa è riuscita, dopo una lunga lotta, a ricongiungersi con l’altra bambina che aveva dovuto lasciare in Africa.

Cosa ha fatto Arché per Aisha? Come ha aiutato il Centro di accoglienza?

Appare ovvio che le differenze “culturali” tra Aisha e l’operatrice della struttura non sono relative alla sola terra di provenienza. Le implicazioni sono ben più ampie. Non si tratta di un confronto tra due giovani donne, una italiana, l’altra africana, una cattolica l’altra musulmana. Entrambi sono portatrici di tratti culturali e identitari più complessi. Per l’operatrice è significativo il suo ruolo tecnico e istituzionale, la responsabilità di coordinare una istituzione complessa e condurre un gruppo numeroso di persone, operatori ed ospiti. Aisha è portatrice di bisogni e di richieste non solo, e non tanto riferibili alla propria religione o alla provenienza nazionale/etnica, quanto invece ad un profilo identitario più “attuale”, quale è quello di un “richiedente asilo”, di una donna che scappa da una guerra, e che attraversa il mare con il proprio bambino di un anno rischiando la vita e giunge in un “Paese ricco” ove si aspetta di essere salvata.

È errato dunque pensare al dialogo interculturale immaginando identità e culture di provenienza come dei monoliti.

Come suggerisce infatti Adel Jabbar “L’intercultura si basa su un concetto di contiguità: gli altri non sono “diversi” in modo assoluto. Sulla base di una concezione di cultura come processo dinamico in contesto migratorio, si sviluppa quello che possiamo chiamare strategia di mediazione socioculturale, perché parte dalla condizione sociale dell’immigrato e non da un’astratta concezione identitaria riferita alla cultura di provenienza…” (Adel Jabbar – Narrazioni migranti: scenari nuovi e prospettiva di convivenza).

Non bisogna commettere l’errore di pensare ad un incontro/scontro tra due o più culture, l’incontro, il dialogo, è sempre tra due persone, con la loro storia, la loro vicenda umana, unica, irripetibile.

È importante ricordare ciò che scrive Ferrarotti: “Il dialogo interculturale implica l’incontro con l’altro da sé. L’incontro con l’altro non può essere confinato alla dimensione cognitiva: il conoscere colui che è “diverso” da noi implica l’entrare in relazione, il co-esperire, che presume una “empatia creatrice” (Ferrarotti 2011).

In questa prospettiva l’Empatia non è solo un atteggiamento, ma diventa strumento, metodologia, che fa da “sfondo” alla relazione e diventa condivisione, accoglienza autentica dell’altro.

Stella Ting-Toomey scrive “Noi conosciamo l’altro da noi mettendoci nei suoi panni, intuendo la sua sofferenza, immedesimandoci nella sua condizione esistenziale. Il riconoscimento della umanità dell’altro, del suo essere persona, al di là delle differenze, è un presupposto essenziale per il dialogo (Ting-Toomey 1999).

L’incontro, il dialogo, l’Esperienza dell’altro da sé, sono allo stesso tempo valori e competenze sociali che necessitano di una crescita di consapevolezza condivisa.

Alfio Di Mambro

Immagine| @AdamCohn