Radio Marconi ha intervistato p. Giuseppe Bettoni in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS. Nel trentesimo anniversario di Arché è l’occasione per ripercorrere il cammino della Fondazione sempre a fianco di mamme e bambini.

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Giornalista: Oggi, I° dicembre, è la Giornata Mondiale contro l’AIDS. L’Italia, in termini di incidenza delle nuove diagnosi HIV nel 2020 si era collocata al di sotto della media dei paesi dell’Unione Europea: 3,3 casi ogni 100mila residenti. È una malattia che comunque va tenuta sotto controllo, della quale si deve parlare e noi ne discutiamo con Padre Giuseppe Bettoni, fondatore di Fondazione Arché. Fondazione Arché nasce nel 1991 a Milano, compie 30 anni ed è nata per prendersi cura di bambini e famiglie colpite dall’emergenza dell’AIDS. Ci può spiegare che cosa era l’AIDS al tempo? Perché forse oggi, soprattutto i più giovani, non se ne rendono conto.

p. Giuseppe Bettoni: Esatto, non se ne rendono conto, allora fu una propria emergenza sociale, perché fu una situazione che trasversalmente toccò generazioni e ambienti diversi. Inizialmente si pensava che fosse un’infezione che riguardasse alcune categorie a rischio, i tossicodipendenti, gli omosessuali ma ben presto questa visione fu sbalzata da un’epidemia, una pandemia oserei dire, che toccò moltissime famiglie, moltissime persone eterosessuali e tantissimi bambini tant’è che noi fummo i primi, in Italia, a farci carico di questo grande vulnus della società, dell’umanità che erano i bambini sieropositivi nati in famiglie HIV.

G: Assolutamente, lei ha detto che inizialmente questa malattia si pensava che fosse solo per una certa cerchia, “categoria”  di persone: tossicodipendenti, omosessuali,… Tra l’altro il 1991 è lo stesso anno in cui Magic Johnson, il talento del Los Angeles Lakers, annunciava, il 7 novembre, di essere sieropositivo in una famosa conferenza stampa e tra l’altro quell’intervento, e l’intervento anche di altri personaggi dello sport e dello spettacolo, contribuirono ad accrescere l’attenzione su quella malattia, dicendo che non colpiva solo una certa categoria di persone.

p. GB: Sì, la paura e lo stigma erano tremendi in quegli anni, perché la gente non sapeva, non voleva sapere, ma se ricorda quella pubblicità oscena di quei giovani circondati da un alone viola come se il virus si trasmettesse in questa maniera così assurda, quando, in realtà la trasmissione del virus (ed è stato subito chiaro) avveniva per rapporti sessuali, per contatti di sangue diretto, perché il virus all’aria fuori dal sangue vive pochissimo tempo e quindi è mancata l’informazione che fosse in grado di risolvere e soprattutto soddisfare le domande di chi non conosceva la questione e questo ha dato adito a forme terribili di emarginazione, di esclusione. Basti pensare che in quegli anni noi accompagnavamo i bambini a scuola per tutelare il loro diritto di andare a scuola in altri comuni: li prendevamo per esempio da Cinisello e li portavamo a Milano o a Sesto, per dire. Perché dovevamo portarli in contesti altri dove magari non erano riconosciuti, perché se figlio di tossici magari era ammalato anche lui di AIDS, quindi doveva anche lui stare recluso, segregato… Era una battaglia culturale.

G: Battaglia culturale giustamente stava dicendo. Vi siete occupati di bambini ma soprattutto di bambini e donne all’inizio, perlopiù.

p. GB: Sì, perché è chiaro che il bambino il virus lo riceve, lo riceveva perché adesso non è più così, lo riceveva dalla mamma, dal parto, attraverso l’allattamento e quindi il destino della mamma e il destino del bambino erano legati fin dall’inizio. Provi a pensare, però, che cosa poteva sperimentare una donna che aveva dato la vita al proprio bambino ed al tempo stesso il virus, e quindi la morte. Sono situazioni umane, di coscienza, terribili, non sono mancate purtroppo anche in quel periodo posizioni abbastanza sgradevoli da parte di personaggi della chiesa, delle altre religioni, dall’Islam, dall’ebraismo che dicevano che questo virus era la condanna di Dio per i comportamenti scorretti. Discorsi aberranti, assolutamente inaccettabili per una persona che crede, però quella era la visione dell’epoca.

G: Era la visione dell’epoca. Oggi con i farmaci antiretrovirali si può vivere una vita quasi normale, però comunque la campagna di prevenzione deve esserci, soprattutto tra i giovani. Prima abbiamo sviscerato un po’ di dati, attualmente in Italia le persone che vivono con HIV sono circa 120/130.000, nel 2020 si sono registrate, come dicevamo prima, 1.303 nuove diagnosi, però questo dato in calo deve essere contestualizzato perché eravamo durante il periodo di pandemia, quindi c’era un limitato accesso ai test; il problema oggi è comunque una diagnosi tardiva di aver contratto il virus dell’HIV.

p. GB: Esattamente questo è il problema, i giovani sottovalutano, non si rendono conto di che cosa comporti; certo i farmaci, come diceva lei, hanno cronicizzato l’infezione da HIV, non necessariamente l’infezione evolve in malattia, in patologia AIDS, quindi questo, in qualche modo, ha stemperato la tensione, però il fatto di fare una campagna di prevenzione, il fatto di educare le persone al rispetto ed all’attenzione penso che sia quantomai necessario, sempre.

G: La vostra Fondazione però compie 30 anni, l’abbiamo detto in apertura, ora come è cambiata la vostra attività? Voi avete cominciato occupandovi di bambini e famiglie affette da AIDS, però il vostro lavoro nel tempo è cambiato.

p. GB: Il nostro lavoro, grazie al cielo, oserei dire, è cambiato, perché quando sono venuti avanti i farmaci antiretrovirali che hanno cronicizzato l’infezione da HIV noi e i tecnici ci siamo interrogati su che cosa avremmo potuto fare. Sono stati poi i servizi sociali del comune di Milano che ci hanno sollecitato un problema che andava emergendo, vale a dire il nucleo mamma/bambino che veniva dalla violenza domestica, dalla violenza di genere, questo perché normalmente si pensava, si pensa ancora che la violenza riguardi solo la donna, mentre ci sono tanti bambini che assistono, se non addirittura subiscono anche loro la violenza, comunque la vivono nelle relazioni affettive di casa e quindi ci siamo occupati, e ci stiamo occupando oggi soprattutto del nucleo mamma/bambini che vengono dalla violenza domestica, dalla violenza di genere e poi soprattutto di quelle donne che hanno fatto la traversata del deserto, sono state in Libia, quindi hanno subito anche lì con i loro bambini violenza, schiavitù e quant’altro, di cui noi, purtroppo, continuiamo a venire a conoscenza, ma che non sembra arrestarsi. Questo è un po’ il nostro impegno.

G: La vostra Fondazione si è saputa adattare anno dopo anno a quelli che sono diventati i problemi forse più attuali della nostra società. Adesso giustamente si parla molto della violenza domestica… Lei ha detto, secondo me, una cosa veramente importante: i bambini vedendo certe scene in famiglia assorbono tutto come spugne e le conseguenze sono devastanti, psicologiche e non solo.

p. GB: E si immagini che linguaggio possa imparare un bambino che ha visto relazionarsi così il papà e la mamma, quale è il suo linguaggio di comunicazione, sarà altrettanto violento, conoscerà dentro di sé queste ferite e le trasmetterà nel suo modo di stare al mondo, quindi sono responsabilità enormi queste a cui stiamo andando incontro. L’importante è lavorare certamente per aiutare queste donne di rifarsi una vita ma soprattutto anche qui per prevenire, formare i ragazzi di oggi per fare in modo che il maschio di oggi sia uomo prima ancora che maschio. La natura ci rende maschi, diventare uomini è un’altra faccenda.

G: Assolutamente, quindi un doppio lavoro, un doppio binario per la Fondazione Arché. Io ringrazio Padre Giuseppe Bettoni per essere intervenuto, fondatore della Fondazione Arché.