«Ringraziamo il Signore che all’inizio ci ha dato il coraggio di accogliere le mamme e i loro bambini malati di Aids in tempi quanto mai difficili. Lo ringraziamo ancora perché, oggi, ci dà la perseveranza nell’accogliere e accompagnare a una vita nuova, rigenerata, feconda di futuro le tante donne segnate dalla violenza di genere, dalla paura, dal ricatto, dal maltrattamento e dal dolore dell’anima, che incontriamo sul nostro cammino».

In queste parole pronunciate da padre Giuseppe Bettoni il 2 settembre scorso davanti a papa Francesco, c’è la storia di Arché. C’è la bussola per il tempo che viene. E c’è lo spirito con cui l’onlus fondata nel 1991 dal sacramentino bergamasco trapiantato a Milano, festeggia – nel segno della gratitudine – i suoi 30 anni di vita. Arché fu tra le prime realtà in Italia a farsi prossima ai bimbi sieropositivi e alle loro famiglie.

Oggi il cuore della sua missione, che si è ampliata negli anni, è affiancare bambini e mamme «vulnerabili» nel cammino verso l’autonomia sociale, abitativa e lavorativa, offrendo servizi di supporto e cura non più solo a Milano ma anche a San Benedetto del Tronto e Roma. Accoglienza in comunità, servizi in ospedale, sostegno alle famiglie, housing sociale, educazione alla cittadinanza e inclusione lavorativa gli ambiti d’intervento dell’onlus che, per vie molteplici, «lavora per rendere queste vite di scarto testate d’angolo di una società più giusta» – attingiamo sempre al saluto di padre Bettoni al Papa, in occasione dell’indimenticabile udienza concessa a mamme, bambini, operatori, volontari e amici di Arché.

«Oggi come trent’anni fa, nostro punto fermo è non ridurre mai la persona alla sua fragilità e al suo errore – racconta padre Bettoni ad Avvenire -. Oggi come allora, siamo al fianco di donne e bambini vittime di violenza, solitudine, marginalità. Aiutiamo queste mamme a ritrovare dignità, fiducia in sé, la capacità di immaginare un futuro diverso. Le nostre comunità sono un microcosmo – a volte faticoso, sempre affascinante – di età, lingue, culture e fedi diverse. E nella Corte di Quarto – cresciuta nell’abbraccio di CasArché, “luogo di bene comune” sorto in periferia, a Quarto Oggiaro – dodici mamme con i loro bimbi vivono con due giovani coppie di sostegno, che hanno deciso di condividere un pezzo della loro vita con chi fa più fatica». E se fare «per i poveri» è «cosa molto buona», «più buono» ancora è fare «con i poveri», annotò il Papa il 2 settembre.

«In questi trent’anni Milano è cambiata. E se oggi appare più bella e “attrattiva”, resta e si acuisce la fatica a essere inclusiva. A fare la differenza non è solo il reddito ma le risorse – educative, culturali, relazionali – per affrontare i problemi. Dalla perdita del lavoro alle violenze in famiglia, l’emergenza Covid ha acuito tante difficoltà. E soprattutto fra le nuove generazioni, vediamo crescere il disagio e la sofferenza psichica. Al nostro sportello di Quarto abbiamo dovuto portare i terapeuti da due a tre… Le sfide che ci attendono? Passare dalla comunità riparativa alla comunità generativa – riprende il sacerdote -. Crescere nella consapevolezza della relazione fra problemi sociali e cura del creato, educando le nostre comunità allo stile della Laudato si’. E puntare sempre più sul lavoro. Accogliere e proteggere non basta. Perciò a breve vorremmo avviare un’impresa sociale nel settore della ristorazione, che si aggiunga alla sartoria sociale nata alcuni anni fa, e renda protagoniste le nostre mamme». Ma Arché «dal 2013, con la nascita della Fraternità, è anche esperienza di condivisione di un cammino di preghiera e spiritualità che coinvolge sacerdoti, religiosi, laici. Perché la nostra non è solo una storia di intervento sociale e educativo, ma di accoglienza integrale dell’umano».

«Lavoro e «Laudato si’» per i 30 anni di Arché», pubblicato sulle pagine milanesi di Avvenire, il 16 settembre 2021.