«Annunciò a lui Gesù» (At 8,35).

Con queste semplici parole Luca, autore del libro degli Atti degli Apostoli (8, 26-39), ci trasmette ciò che Filippo disse a un potente funzionario etiope di religione ebraica che stava leggendo il rotolo di Isaia, ma del quale sembra non comprendesse molto. Infatti il passo che stava leggendo, e che viene riportato dagli Atti, è tratto da Isaia 53: il quarto canto del Servo. Canto che descrive l’esperienza drammatica di Isaia, o meglio di un profeta chiamato Secondo Isaia nel mentre viveva col suo popolo l’esilio, la deportazione e i lavori forzati a Babilonia… una sofferenza indicibile, anzi una vera e propria violenza.

È chiaro che l’etiope non comprendesse il senso di tale sofferenza e del fatto che il popolo venisse ridotto come quel servo maltrattato e umiliato… Così come noi non riusciamo a farci una ragione di tanta sofferenza nel mondo, magari in noi stessi o nelle persone che amiamo. Perché è necessaria tanta sofferenza e tanto dolore nella vita? Il grido che sale dall’esodo di migliaia e migliaia di persone schiacciate dalla guerra, dall’oppressione, dall’ingiustizia è il grido di dolore che ci vede su quel carro, che è la vita, insieme con l’etiope a domandarci il senso di tutto ciò.

Ebbene qual è la risposta di Filippo a quest’uomo inquieto? «Partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù»! L’apostolo non gli dà una risposta teorica, una dottrina, un’idea, gli parla di Gesù. Non gli dice: Vieni al tempio che capisci tutto! Stava già andando al tempio, ma non bastava.

 

È un’indicazione preziosa per noi, una parola di cui fare tesoro. Proprio nei tempi più incerti, maggiormente insicuri e confusi, di fronte ai problemi etici, morali, dinnanzi alle sfide culturali… ecco il criterio che dobbiamo tenere ben fisso nel cuore: annunciare Gesù, il Vangelo. Ovvero l’essenziale. Questo è il mandato: andate e proclamate il Vangelo a ogni creatura! (Mc 16,14-20). Gesù e il Vangelo.

Allora con questo criterio dobbiamo anche discernere cosa ci sia di vero e cosa di falso nel cristianesimo attuale, nei nostri templi e nelle nostre curie, nelle nostre liturgie e nelle nostre attività pastorali… questo per non chiudere gli occhi e rassegnarci a vivere un cristianesimo senza Cristo.

È pericoloso vivere con la sicura arroganza di essere la Chiesa di Dio, è pericolosa la nostra convinzione di avere una missione unica, senza poi  chiederci se stiamo realmente ascoltando lo Spirito di Gesù per capire dove ci invia oggi. Forse qualcosa sta cambiando, ma c’è sempre chi condanna con tanta facilità il peccato nel mondo ed è così poco disposto a riconoscersi cieco di fronte al proprio!

Cosa vuol dire annunciare Gesù? Cerchiamo di comprendere cosa comporta questo criterio del ritorno all’essenziale.

Anzitutto significa che ciascuno di noi si mette costantemente alla scuola del Vangelo per imparare il modo di vedere di Gesù, per assorbire il suo modo di fare.

Se la Chiesa non sa guardare alla vita, alle persone e al mondo con la compassione con cui li guardava Gesù, sarà una Chiesa cieca che crede di vedere tutto in una luce soprannaturale e privilegiata, ma che, senza rendersene conto, resta chiusa alla luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

E se non ascolta la voce del Padre, come faceva Gesù, se non ascolta come lui il dolore della gente, sarà una Chiesa sorda. Crederà di ascoltare come nessun altro la verità di Dio sull’essere umano, ma non potrà comunicare la Buona Notizia del Dio incarnato e rivelato in Gesù.

Una Chiesa formata da cristiani che si relazionano con un Gesù conosciuto vagamente, confessato solo in maniera astratta, un Gesù muto da cui non si può ascoltare nulla di speciale per il mondo di oggi, un Gesù che non seduce, che non convoca, che non tocca i cuori… è una Chiesa che corre il rischio di spegnersi.

Abbiamo bisogno di una Chiesa segnata dall’esperienza di Gesù; animata da credenti consapevoli di vivere a partire da lui e per il suo progetto del Regno di Dio. Tutti possiamo contribuire a far sì che nella Chiesa si viva e si senta Gesù in un modo nuovo e più intenso. Tutti possiamo far sì che, là dove operiamo, la Chiesa sia un po’ più di Gesù e che il suo volto sia più simile al suo.

Credo che si debba recuperare l’importanza decisiva che ebbe, nella nascita della Chiesa, l’esperienza vissuta, al tempo dell’Impero, da alcuni piccoli gruppi che si riunivano per celebrare il ricordo di Gesù raccolto nei vangeli.

I vangeli non sono libri didattici che espongono una dottrina accademica su Gesù. Neppure sono biografie redatte in maniera asettica per informarci dettagliatamente sulla sua esperienza storica. Ciò che si coglie nei vangeli è l’impatto causato da Gesù sui primi che si sentirono attratti da lui e risposero al suo invito. Nei vangeli troviamo l’esperienza vissuta con lui dai discepoli e dalle discepole, quella che segnò le loro vite e le orientò verso la sua sequela.

Non dovremmo dimenticare che, in qualsiasi epoca, i vangeli sono per i cristiani un’opera unica. Nei vangeli c’è qualcosa che solo in essi possiamo trovare: la memoria benedetta di Gesù, così come veniva ricordato, con amore e con fede, dai suoi primi amici. I vangeli, proprio perché sono stati scritti per generare nuovi discepoli, sono, prima di tutto, racconti di conversione. E chiedono di essere ascoltati, studiati e meditati in atteggiamento di conversione. I vangeli invitano a un processo di cambiamento, di sequela di Gesù, di identificazione con il suo progetto.

I credenti e le credenti che si pongano veramente in contatto vivo con il racconto evangelico su Gesù conosceranno l’esperienza di un nuovo modo di vivere. Nei vangeli si apprende un modo di stare nella vita, un modo di abitare il mondo, di interpretarlo, di trattarlo, un modo di creare la storia rendendola migliore.

La prima cosa che si impara da Gesù non è la dottrina, ma la sua maniera di essere, di amare, di confidare nel Padre, di preoccuparsi dell’essere umano. E imparare a pensare come Gesù, a sentire come lui, ad amare la vita come lui, a vivere come lui, a provare come lui compassione per quelli che soffrono… deve essere la preoccupazione centrale della Chiesa, il primo punto all’ordine del giorno dei gruppi, delle piccole comunità cristiane e delle parrocchie.

In secondo luogo, questo ricentrarci sul Vangelo ci fa concepire la Chiesa come una realtà viva, in genesi permanente. Non come qualcosa di già fatto e che ora va adattato a questi tempi. Il nostro compito non è quello di essere fedeli a una Chiesa e a un cristianesimo del passato, sviluppati in altri tempi, per altre culture. Quello di cui dobbiamo preoccuparci oggi non è ripetere il passato: apprendere dal passato sì, ma vivere il presente e aprirci al futuro. Quello che deve preoccuparci è rendere possibile oggi la nascita di una Chiesa e di comunità capaci di riprodurre con fedeltà la presenza di Gesù Cristo, attualizzando il suo progetto nella società moderna.

Tutti, per quanto umilmente, possiamo spingere la Chiesa, passo dopo passo, ad essere più «di Gesù» di quanto non lo sia oggi. Sarà necessario spingere la Chiesa in avanti, ma soprattutto promuovere un altro clima; solamente in un clima diverso sarà possibile vivere con maggiore speranza. Dio è insondabile, Dio è una grande sorpresa; sono convinto che il cristianesimo sia atteso ancora da grandi sorprese. Gesù non ha dato ancora il meglio; forse noi non lo vedremo…

Allora impariamo a vivere cambiando, non ripetendo. Ciò vuol dire avere il coraggio di archiviare quello che non evangelizza più, quello che non apre la strada al Regno di Dio, per fare più attenzione a quello che sta nascendo, che apre i cuori degli uomini e delle donne di oggi alla Buona Notizia di Dio.

E poi impariamo, a poco a poco, a dare forma al cambiamento. Occorrono ambienti in cui è possibile sperimentare nuovi linguaggi per comunicare la Buona Notizia di Dio. Occorrono ambienti in cui si possa cominciare a dialogare con le persone più distanti. Oggi è molto difficile tracciare frontiere. Chi è dentro? Chi è fuori? Chi crede? Chi non crede? Cos’è credere? La gente si sente smarrita: dobbiamo dialogare, condividere la piccola fede che ciascuno ha. All’inizio tutto è fragile, tutto è piccolo. Nel Vangelo c’è solo la parabola del seminatore, non quella che vorremmo noi, del raccoglitore.

La Chiesa non ha ancora toccato il fondo. Dovremo sperimentare ancor di più il suo carattere vulnerabile e fragile. E potremo condividere la condizione di sconfitti insieme ad altri settori dimenticati di questa società. Nella Chiesa staremo tra gli ultimi: non è una grande disgrazia, anzi può essere una vera grazia. Gesù disse: guardate il sale, quando perde il suo sapore tutti lo calpestano … Se molte volte il mondo attuale ci calpesta è, in parte, perché non trova, in quello che gli offriamo come sale, il sapore di cui ha bisogno per credere nella Buona Notizia di Gesù Cristo.