anni frontiera

Gian Vincenzo Zuccotti nel suo intervento all’Arché Live 2021

Devo dire che vedere queste cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle fin dall’inizio, genera sempre emozione. Anch’io sono stato un po’ partecipe, ho dato un contributo quando abbiamo cominciato a girare l’Italia con p. Giuseppe per formare questi volontari.

Allora c’era una grandissima disponibilità, oggi si fa un po’ più fatica a trovare questa attenzione: forse c’è bisogno di lavorare, magari, ancora un po’ sui giovani.

Allora, invece, era anche un po’ preoccupante perché tutti si volevano buttare e impegnarsi. Ma c’era bisogno di una certa preparazione perché questa malattia portava uno stigma, c’era veramente tanta preoccupazione e dovevamo formare bene anche questi ragazzi perché si rischiava poi di generare delle contro reazioni.

Ma è stato bellissimo.

Se devo dire qualcosa, io l’ho vissuta tutta dal punto di vista sanitario: sono stato uno dei primi pediatri a occuparsi di questa infezione.

Allora non se ne voleva occupare nessuno. C’era molta paura, preoccupazione e ignoranza.

Abbiamo fatto un po’ di tutto: abbiamo fatto i sanitari, gli assistenti sociali. Mi è capitato anche di andare in tribunale a fare qualcosa che non era di mia competenza. E di ricevere tante minacce, prima contro di me, poi anche contro la mia famiglia.

Sono stati momenti un po’ difficili. C’era un po’ di tutto.

C’erano situazioni di famiglie un po’ sfortunate che avevano acquisito questa infezione per rapporti molte volte anche non coscienti di quello che sarebbe potuto accadere. E poi c’era il fenomeno molto pesante della tossicodipendenza e allora quando intervenivi per cercare di allontanare o comunque per mettere in sicurezza i bambini scattavano tutta una serie di controreazioni che erano un po’ pesanti.

È una storia triste ma anche bellissima: siamo passati da momenti in cui non riuscivamo a far nulla, se non accompagnare, a momenti in cui, grazie all’arrivo delle prime medicine, siamo riusciti a cronicizzare, a normalizzare questa malattia.

E ancora oggi seguo ragazzi che hanno 30 anni e hanno famiglia: siamo riusciti a dare una vita normale e una genitorialità a molti di loro. E questo ti dà molta soddisfazione.

Però non riesco a dimenticar quelle famiglie che dimettevo, come ero solito a dire, con bambini morti in spalla, nonostante non lo fossero, per non far subire loro tutta quella cattiveria, ignoranza, non conoscenza che c’era allora perché quando c’era un lutto, non c’era un vero funerale e venivano dette cose brutte (1000 volte peggio rispetto alla pandemia attuale).

Ho fatto anche di queste cose: li guardavo dall’alto mentre uscivano di notte in queste condizioni. Non rimpiango nulla. So che abbiamo dato a tutti la massima assistenza e accompagnamento.

E Arché è stata straordinaria in questo senso: tutti i volontari sono state delle persone difficili da ritrovare. Erano dentro e fuori dall’ospedale. Perché poi siamo passati al momento della cronicizzazione della malattia, a confrontarsi con problemi nuovi: ragazzi che stavano bene ma che a un certo punto crescevano, cercavano di entrare nella società, ma avevano difficoltà a trovarsi un lavoro. E a raccontare la loro condizione quando si trovavano un ragazzo o una ragazza.

E li destabilizzava tantissimo.

E quello è stato il secondo momento più difficile di tutta questa storia perché abbiamo perso ragazzi che stavano bene: hanno smesso di prendere medicine, ragazzi che si sono suicidati e si sono dati fuoco proprio perché non riuscivano a entrare nella società e Arché, a un certo punto, ha pensato di accompagnarli anche alla ricerca del lavoro.

E questo è uno dei tanti passaggi che mancano in questa storia bellissima: in 40 minuti non si possono certo raccontare 30 anni!

Gian Vincenzo Zuccotti

Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano

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