Innamorati di Milano

Da sinistra Giulia Pelucchi, Padre Giuseppe Bettoni e Simone Zambelli

P. Giuseppe Bettoni è stato ospite a “Innamorati di Milano”, il podcast di Simone Zambelli e Giulia Pelucchi a tema meneghino: un’occasione per raccontare Arché, i progetti e le attività con cui affianchiamo mamme e bambini, e per riflettere sulla città che, dal 1991, ci ha visto crescere con lei.

Com’è cambiato il lavoro della Fondazione nel corso degli anni e quali sono stati i principali traguardi raggiunti da Arché nel supporto per le persone vulnerabili della città di Milano?

Giuseppe Bettoni: dal 1991 ad oggi, come Fondazione Arché, siamo passati dall’impegno sull’emergenza dell’infezione da HIV a quello su una condizione che è, purtroppo, permanente: la violenza di genere. In particolare, il nostro focus si concentra soprattutto sul nucleo mamma e bambino.

In realtà, però, l’obiettivo verso cui camminiamo da sempre è “lavorare perché un giorno non ci sia più bisogno di noi”. È un’utopia, è vero, ma anche un criterio per lavorare e aiutare queste donne e questi bambini a sognare un futuro di indipendenza, di autonomia e di libertà.

La violenza di genere è un problema con numeri spaventosi di cui si parla ancora troppo poco e si agisce ancora meno. Come si inserisce il vostro lavoro nel contesto della prevenzione e del supporto alle donne vittime di violenza?

Giuseppe Bettoni: Purtroppo, per mancanza di risorse, sul versante prevenzione abbiamo dovuto rinunciare a una serie di progetti che avevamo avviato negli anni precedenti. Assistiamo allo smantellamento del welfare che riguarda anche l’aspetto della prevenzione. Mi sembra che, ormai, nessuno più investa per favorire una cultura che sappia essere terreno fecondo di comportamenti virtuosi e rispettosi. Oggi il nostro impegno è destinato al supporto delle donne vittime di violenza, insieme ai loro figli.

Facendosi carico, anzitutto, del trauma che queste donne hanno subito, ma anche del loro coraggio nel saper reagire e non subire semplicemente questa violenza. Quindi il nostro lavoro parte anzitutto da questa cura, da questa attenzione.

Poi, nel percorso in comunità, il focus è volto anzitutto alla formazione della persona: chi non ha fatto la terza media facciamo in modo che possa ottenere il diploma, lo scorso anno alcune mamme hanno ottenuto la maturità, qualche anno fa si è laureata la prima mamma in scienze sociali all’Università Cattolica… ma favoriamo la formazione anche attraverso percorsi professionalizzanti, come corsi da estetista o pasticcera.

Poi l’altro tema che riguarda la dignità della donna è indubbiamente il lavoro e quindi lo sbocco lavorativo come risorsa di realizzazione personale. Aiutiamo queste donne a non adattarsi semplicemente a quei lavori che ritengono gli unici possibili vista la loro condizione (perché evidentemente avere i bambini è una condizione che “penalizza il mercato del lavoro”) quindi aiutare le donne a non rassegnarsi, ma a cercare un lavoro che le realizzi come donne prima di tutto e poi compatibilmente con gli impegni dei bambini.

Infine, dopo il tema del lavoro arriva il tema della casa.

Una mamma che esce dalla comunità a Milano non ha le risorse per potersi pagare un affitto, non ha la possibilità di sostenere spese di questo genere, quindi abbiamo a disposizione degli appartamenti di semi-autonomia o di inserimento sociale che offrono la possibilità, per un periodo ponte, di traghettare queste donne verso un futuro diverso.

Immamorati di Milano

Locandina episodio del podcast “Innamorati di Milano”

Il nostro podcast parla di Milano e non possiamo non chiederti quali sono secondo te le principali sfide che le persone vulnerabili affrontano oggi in una città come Milano?

Giuseppe Bettoni: Milano è una città straordinaria. È una città dalle mille contraddizioni che, come diceva Martini, rimane un riferimento autorevole nell’interpretare i percorsi della nostra società. È una città complessa che è capace di tenere insieme la ricchezza di umanità e di relazioni con gli sviluppi della tecnologia più avanzata.

Certamente una delle sfide che avanza sempre più a Milano è anzitutto la tendenza a espellere e a “mandare fuori” le situazioni più faticose e più fragili. Non è più la città che metabolizza anche le fragilità, è una città che, come tante grandi metropoli, tende a portarle fuori dal centro.

È comunque una città che mantiene una sua identità, una sua capacità di accogliere le diversità e le contraddizioni. Io credo che la forza di Milano sia una forza che nasce proprio dall’intelligenza e dalla passione dei suoi abitanti, delle persone che la vivono. Io vivo a Quarto Oggiaro, abito un quartiere segnato da una storia passata di marginalità, devianza e criminalità. È un quartiere che, come tanti quartieri di Milano, mantiene ancora queste contraddizioni di marginalità, di spaccio, di malavita… eppure c’è tutta una parte di cittadini e di organizzazioni che animano sul territorio numerose iniziative sociali, culturali, artistiche che vanno ridisegnando il volto del quartiere.

Come cappellano della sezione femminile della casa di reclusione di Milano Bollate, volevamo chiederti quali fossero le principali difficoltà che le donne detenute affrontano. Te lo chiediamo perché ci è capitato di parlare con alcune educatrici che si occupano proprio della sezione femminile. In un momento di socialità ci raccontavano quanto fosse difficile coinvolgere le donne detenute perché hanno un modo di vivere il carcere molto poco legato al presente, ma molto in prospettiva futura. Gli uomini, invece, tendono comunque ad organizzarsi anche nel presente. Ti rispecchi in questa descrizione?

Giuseppe Bettoni: Quando parliamo di Bollate, parliamo di una ‘bolla’ nel sistema carcerario italiano, ovvero di una condizione privilegiata per tanti motivi: per la sua storia, la sua fisionomia e per come è stato pensato e organizzato.

Certamente ci sono, come in tutte le carceri, i problemi legati al sovraffollamento e alla solitudine personale, con la società che si sente appagata quando le persone detenute vengono segregate, tolte dal tessuto sociale, ma come dice la Costituzione il carcere dovrebbe essere un luogo dove il cittadino viene in qualche modo messo in condizione di riflettere sul suo errore e di essere rieducato alle sue responsabilità nei confronti della società.

Certamente, sulla questione femminile nello specifico, il carcere di Bollate offre una serie di iniziative, percorsi, attività e lavori che secondo me sono fondamentali in tal senso. Poi, indubbiamente, la sensibilità femminile e quella maschile sono diverse e devo dire che nella prima si creano più tensioni che nella sezione maschile.

Non è facile costruire rapporti e relazioni fra culture diverse: le donne rom, le donne africane, le donne italiane, ma soprattutto laddove incide pesantemente la malattia mentale, il disagio psichiatrico. Quello che mi sconvolge sempre di più è che ci siano ancora bambini in carcere, mi pare per una società che si dice ‘civile’ del tutto intollerabile.

In una società come la nostra, credo che sia necessario avviare una riforma culturale che sappia poi anche declinarsi nelle norme e nelle leggi, una riforma che impedisca di mettere la sanzione nei confronti della madre al di sopra del diritto e dell’interesse prioritario del benessere del minore.

Avete lanciato proprio su questo un numero speciale della rivista semestrale della Fondazione.

Giuseppe Bettoni: Sì. Abbiamo lanciato un appello e l’anno prossimo, essendo l’anno del giubileo, vorremmo chiedere a Papa Francesco di lanciare questo messaggio: mai più bambini in carcere. Quindi favorire strutture e luoghi di accoglienza che siano idonei per permettere ai bambini di vivere questo periodo in una condizione più umana.

Avere bambini che quando esco dal carcere mi dicono: “Padre Giuseppe mi porti a casa con te?”. Hanno 5, 6, 7 anni, è struggente dal punto di vista umano. Cioè, io cosa dovrei dire? Che no, la società ti tiene lì, siamo noi grandi che ti teniamo lì perché paghi anche tu le responsabilità delle scelte di tua madre.

Grazie davvero. Siamo assolutamente al fianco e d’accordo con questa giusta e buona battaglia. Siamo giunti alla domanda finale che rivolgiamo a tutti gli ospiti. Sei innamorato di Milano? Cosa ami e cosa ci suggeriresti per migliorarla?

Giuseppe Bettoni: Sicuramente amo Milano, amo questa città per le mille opportunità che offre, per la bellezza che ci presenta sempre di più ogni anno.

Io vorrei una Milano più accessibile, con iniziative culturali che non costino così care, con accessibilità a cinema e a teatri che siano possibili per tante fasce della popolazione che non se lo possono più permettere. Una cultura necessaria, perché occorre nutrire l’anima della città. 

Una Milano più capace di accogliere tutti, in grado far abitare dentro il cuore della città anche coloro che si sentono in qualche modo esclusi.

Grazie, grazie a padre Giuseppe, grazie anche a tutte e a tutti voi per averci ascoltato.