La figura di Alex Langer, politico, scrittore, giornalista, ambientalista e pacifista, scomparso tragicamente nel luglio 1995, resta ancora oggi di grande fascino e importanza.

Personalmente non lo conoscevo, forse perché ero troppo piccolo quando lui negli anni ’80 era uno dei leader del movimento verde in Europa e girava il continente, diffondendo le sue idee di pace, ambiente e diritti umani.

Di recente, però, mi ha colpito una sua frase, anche se in latino, con la quale riprendeva il  famoso motto olimpico, rovesciandolo: non “più veloce, più in alto, più forte!” ma “più lento, più dolce, più profondo” (lentius, profundius, suavius). Questa era la rivoluzione che auspicava Alex: il recupero di una civiltà dell’autolimitazione, di un pensiero del limite, di un “può bastare”.

Nella sua lettera a San Cristoforo, di cui loda l’opera di traghettatore delle anime, Alex scrive:

sei uno che ha saputo rinunciare all’esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria… bisogna passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell’artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e frugalità

In entrambi emerge evidente la capacità di saper guardare lontano, con lungimiranza e passione: quella che non può mancare a chi, anche oggi, opera accanto e insieme ai più vulnerabili, a quelli che restano indietro, o semplicemente alle vittime di un sistema troppo veloce e ingiusto.

In un suo intervento ai colloqui di Dobbiaco 1994, Alex affermava che:

La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta… Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l’ambiente, bisognerà forse cominciare ad immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come una “Costituente ecologica”. In fondo le Costituzioni moderne hanno il significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o privato ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a maggior ragione, la congiuntura politica del momento.

Se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all’apparente convenienza che l’economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire.

Lette a distanza di più di un quarto di secolo e, dopo una pandemia che ha sconvolto il mondo, quelle parole suonano profetiche.

I diritti sociali e umani, le disuguaglianze sociali ed economiche, la svolta ecologica per una “cura della casa comune”, come auspicato anche da Papa Francesco, un impegno maggiore per la pace e la convivenza sono sfide ineludibili e ormai improcrastinabili per assicurare un futuro al pianeta e alla stessa umanità.

La politica da sola non può dare risposte. E allora ecco che servono soggetti che, come auspicato da Alex, diventino dei traghettatori verso una civiltà più giusta. Come San Cristoforo. È una sfida costituente che vede impegnati tutti, a più livelli, per tradurre un nuovo stile di vita in politiche e pratiche universali.

Sempre in quel discorso a Dobbiaco, Alex affermava che “si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica, ed inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell’intreccio assai complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici, legislativi, amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il colpo grosso, l’atto liberatorio tutto d’un pezzo che possa aprire la via verso la conversione ecologica, i passi dovranno essere molti, il lavoro di persuasione da compiere enorme e paziente”.

Nella mia mente, oggi, queste istanze e riflessioni di Alex trovano eco in un’altra personalità dei nostri giorni, il leader degli Stati Popolari, il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro.

Entrambi hanno messo al centro il tema attualissimo e ormai presente in ogni agenda, anche se a volte solo in modo strumentale e ipocrita, della necessità della svolta ecologica. Hanno vissuto in epoche diverse, ma gli stessi ideali forti, quelli che spingono a sognare e a lottare per costruire un mondo plurale, li hanno uniti. Alex era chiamato portatore di Speranza, visionario più che politico. Alex e Aboubakar, due uomini diversi per storia e formazione, aprono uno scenario che, attraversando il nostro tempo, ci spinge con lo sguardo sul futuro.

Anche nella vivace e tenace esperienza di Arché riconosco la spinta profetica e visionaria di Alex che spinge a un’azione trasformativa della realtà, a partire dalle vulnerabilità. E a partire  da un’attenzione all’ecologia ambientale e ai sentimenti, perché tutta la realtà si trasformi in giardino vivibile, pur partendo spesso da zone molto aride o calpestate.

In questo modo si avrà un’economia che si fonda non solo su numeri e percentuali ma sul benessere vero della vita concreta delle persone. Solo così ci si potrà muovere nella direzione invocata da Alex: quella verso un mondo più lento, più dolce, più profondo.

Adriano Cifelli, animatore della Corte di Quarto