Il villaggio di Cana citato dal Vangelo e la località di Meriba, citata dalla Prima Lettura, sono due località molto diverse tra loro. La prima un villaggio verdeggiante a circa 14 km a nord di Nazaret, in Galilea. Meriba invece si trova nel sud del deserto del Sinai, in una zona deserta e arida, il nome significa contestazione.

Non solo le due località geografiche sono diverse, ma anche i due contesti sociali sono diversi: a Cana si svolge una festa di nozze, alla quale viene a mancare però un elemento a dir poco fondamentale, qual è il vino. Nel libro dei Numeri invece ci imbattiamo in una tappa difficile del cammino di Israele, è uno di quei momenti, come abbiamo detto nel salmo 94, in cui il popolo indurì il cuore davanti a Dio, al punto che dubitarono: Il Signore è in mezzo a noi sì o no? (Es 17,7).

E poi due figure, due personaggi diversi: Mosè e Aronne nella prima lettura; Gesù e Maria sua madre in Giovanni. E potremmo continuare…

Eppure c’è qualcosa che accomuna questi due testi che appartengono a condizioni e a epoche storiche diverse, ed è il fatto che abbiamo a che fare con gente mortificata, afflitta: gli uni stanchi e sfiancati dal deserto, passano le settimane e vedono venire meno le loro speranze. Giorni e notti nel deserto, l’unica cosa certa è una scadenza, inevitabile: la morte. Una scadenza che pare incombere in maniera del tutto irreversibile proprio quando manca l’acqua. Ormai sanno che non c’è altra meta da raggiungere per loro se non quella di morire come sono morti tanti lungo la strada.

E allora la comunità organizza un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Immaginiamo le proteste, le contestazioni, i rimproveri, le urla, l’invito alle dimissioni… è sempre così. Il capro espiatorio solleva l’ansia del popolo, ma non sposta di una virgola i problemi.

Ma anche Mosè e Aronne che finora hanno retto l’impatto duro e difficile tra il popolo e Dio, perché duro e difficile è stato il percorso nel deserto, quando si trovano dinnanzi gente inferocita, perdono la pazienza, si risentono e piantano lì la gente con le loro proteste e se ne vanno alla tenda… vanno da Dio per dirgli: Guarda che è tempo perso, tanto non cambiano, inutile accanirsi, hanno la testa e il cuore duri come pietra!

Ed è in questa situazione, nel momento in cui la rassegnazione e la stanchezza sembrano prendere il sopravvento che Mosè e Aronne ascoltano da Dio una parola sconvolgente: Parlate alla pietra! Parlate alla pietra, dice Dio. Parlate alla pietrosa comunità d’Israele.

Mosè deve parlare perché così gli ha detto il Signore. Deve parlare al cuore umano, perché la parola di Dio apre il cuore degli uomini, ma lui sembra non crederci. Faremo noi uscire acqua dalla roccia? La domanda è offensiva: siete ribelli, mascalzoni, meritate forse che noi, io e Aronne, vi facciamo uscire acqua dalla roccia? Mosè si esprime in un linguaggio insultante, sarcastico. Potrà mai uscire acqua dalla roccia? Potrà mai il cuore degli uomini aprirsi alla parola di Dio?

L’interpretazione tradizionale ha voluto leggere nel colpo di bastone dato due volte un atteggiamento di sfiducia da parte di Mosè. Non crede di far scaturire acqua da quei cuori duri. Il fatto è che pensa di dover compiere lui stesso il gesto di cui il popolo ha bisogno e lo compie a modo suo, battendo due volte.

Invece è il Signore che dalla roccia farà sgorgare in abbondanza l’acqua zampillante. Mosè e Aronne non hanno avuto fiducia e per questo moriranno anch’essi nel deserto. Mosè morirà prima di entrare nella terra della promessa e su questo episodio si chiude il Deuteronomio (cap. 34).

Quando a Cana di Galilea ascoltiamo Maria segnalare a Gesù: Guarda che non hanno più vino! Riviviamo una situazione analoga, come nel deserto mancava l’acqua, qui al matrimonio manca il vino (mancanza grave per una festa durava una settimana). Nel deserto c’era la pietra segno del cuore duro del popolo, a Cana di Galilea ci sono sei anfore di pietra per l’acqua della purificazione rituale, anfore che parlano della vuota durezza dei riti e delle prescrizioni.

Quello che accade lo abbiamo sentito: dalla roccia scaturisce l’acqua, dalle giare piene di acque si attinge vino. L’occhio religioso grida al miracolo! E vorrebbe vedere come sia avvenuto, ma non è così. Giovanni sa bene che nella prima generazione di cristiani c’è un prurito spropositato per vedere i miracoli e allora lui li chiama segni, perché il miracolo fissa lo sguardo e indurisce il cuore, il segno ti mette in movimento perché indica qualcosa che ti sospinge ad andare oltre.

E di che cosa è segno allora questo cambiamento dell’acqua in vino? A cosa ci fa pensare? Anzitutto il Signore trasforma qualcosa che c’è già. Gesù poteva stupire di più i presenti riempiendo magicamente le anfore vuote, invece no, trasforma l’acqua in vino.

Questo ci fa pensare che la fede, la spiritualità, il credere in Dio non sono la soluzione magica ai nostri problemi, non sono una fuga di fronte alle tristezze e alle durezze della storia umana che sembra intessuta di trame di violenza e di male, ma le assume, le fa sue e le trasforma.

In che cosa le trasforma? Le trasforma in gioia. Trasformare l’acqua in vino è quanto di più bello possa fare un Dio per l’uomo. I bigotti avrebbero preferito una statuetta, un gadget da tenere appeso al collo… il Figlio di Dio trasforma l’acqua in vino, segno di gioia, di convivialità, di distensione.

Che è come dire: il bene non è evasione, non è casualità, destino, il bene va costruito passo dopo passo, giorno dopo giorno, trasformando il male che c’è in noi e intorno a noi, fidandoci della parola di Dio. è la parola di Dio sulla pietra che fa scaturire l’acqua, così come Maria continua a dire a noi di fidarci della parola di Gesù: Qualsiasi cosa vi dica, fatela!

Sta qui la forza del cambiamento, della trasformazione… Come Gesù trasforma i nostri cuori duri come pietra? Come trasforma le nostre miserie in occasione di gioia? Come si fa a cambiare la storia in cui siamo, quando il male ha più risonanza del bene, anzi sembra che il male sia più reale del bene, sia uno specchio più fedele del mondo.

Anzi, come scrive Paolo nella lettera ai Romani, questa non è solo la condizione dell’umanità, perché in realtà Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto e lo Spirito intercede con gemiti inesprimibilinell’attesa che il creato tutto sia liberato dalla schiavitù della corruzione. Il dolore dell’uomo si fa tutt’uno con il dolore della terra.

Non solo l’uomo soffre, patisce, pensa, soverchiato dal male, ma a soffrire è l’intero creato. Io non so se riusciremo mai a dare una risposta razionale al problema del male. Voltaire dopo il grande terremoto di Lisbona (1 nov 1755) che scatenò un brivido di morte dalla penisola iberica fino alla Norvegia, scrisse: Confessiamolo pure il male è sulla terra.  E aggiunse: La ragione profonda resta sconosciuta.

Una cosa però sappiamo è che Gesù non è venuto a spiegare il mondo, ma a cambiarlo. Noi siamo un poco scettici come Mosè e come Aronne,  come i servitori e il direttore di sala a Cana… perché per un verso vorremmo il miracolo, ovvero che improvvisamente tutto il male scomparisse, ma Dio vuole che noi lo aiutiamo a trasformare il male in bene, a rendere feconde anche le pietre di tanti cuori, sapendo che questa è un’operazione ancor più difficile.

Pochi giorni prima della Liberazione del 1945, in un paese della provincia di Parma, viene portato davanti ad Adalgisa un giovane fascista che qualche giorno prima le aveva brutalmente ucciso il figlio davanti ai suoi occhi. Adalgisa potrebbe finalmente vendicarsi e placare così un poco la ferita ancora sanguinante del suo cuore. Le danno una rivoltella e tutti intorno a lei chiedono che faccia giustizia immediata. Tutti l’aspettano, tutti la invocano e la reclamano… Adalgisa, rompendo un silenzio duro e accigliato, dice poche parole, una sola scarna frase che resterà ben impressa nella memoria dei presenti. Rivolgendosi direttamente all’assassino Adalgisa dice: «Ce l’hai una madre? Va’, torna da lei». Adalgisa non vuole infliggere alla madre dell’assassino il dolore che lei ha subito. Nessuna esecuzione. La folla lascia la piazza delusa.

Questo è il miracolo: trasformare l’odio, la violenza, la vendetta… e allora non invochiamo l’intervento miracoloso di Dio, quanto piuttosto che noi sappiamo aiutare Dio a continuare la trasformazione che lui ha cominciato nel mondo.

Etty Hillesum nel suo Diario, una domenica mattina così scrive: «Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi…. Una cosa però diventa sempre più chiara per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. … Sì, mio Dio, sembra tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte della vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te».

(Nm 20,2.6-13; Rm 8, 22-27; Gv 2, 1-11)