Ilaria Quondamatteo, operatrice di Arché a San Benedetto del Tronto, racconta l’accoglienza di sei famiglie ucraine in città, grazie alla collaborazione tra Fondazione Arché, parrocchia S. Giuseppe, comunità dei Padri Sacramentini e Caritas diocesana, con le emozioni e le riflessioni che le provoca quotidianamente.

Da settimane abbiamo risposto come Arché alla richiesta di aiuto fatta dal parroco P. Mario della parrocchia di S.Giuseppe di San Benedetto del Tronto. Avuta la concessione di poter ospitare 6 nuclei ucraini in fuga dalla guerra negli appartamenti dei Padri Sacramentini, si è preso la responsabilità di accoglierli e accudirli. A noi il privilegio di poter gestire l’ accoglienza e la loro permanenza fin quando sarà necessario.

Parlo di privilegio, sì, perché personalmente me ne sto occupando e tutti i giorni ascolto le loro storie e guardo le foto che arrivano loro da chi hanno lasciato nel loro Paese in guerra.

Come non sentirsi privilegiati in questa parte di mondo?

I primi due nuclei sono arrivati giovedì 17 marzo. Ci è stato comunicato che sarebbero arrivati alle 2, ma il loro viaggio è durato di più. Alle 4 li stavo aspettando in strada con un rappresentante della comunità ucraina che vive qui in Italia. Mentre aspettavamo, mi raccontava che erano in viaggio da 12 giorni. Erano 12 giorni che non potevano farsi una doccia calda. Mi ero preoccupata di far trovare loro nei 2 appartamenti preparati della cioccolata per i bambini e del cibo, ma al loro arrivo, alle 5:15 del mattino, il desiderio più forte era solo quello di farsi una doccia calda.

Quando sono arrivati, i loro volti erano segnati dalla stanchezza del viaggio.

Li guardavo senza potermi esprimere. Ora ho scaricato il traduttore ucraino e abbiamo imparato a dialogare un pochino di più. Nei giorni successivi ho raccolto le loro sensazioni, il loro stupore per l’accoglienza ricevuta. Sono preoccupati per quanto continua a succedere in Ucraina: la loro città, Trostyanets’, nella regione di Sumy, vicino al confine russo, oggi è libera ma è stata completamente rasa al suolo. “I nostri uomini stanno combattendo a mani vuote”, mi hanno detto. Prima di partire, hanno passato giorni chiusi nelle cantine sotto terra con le scorte di cibo invernale che li hanno aiutati per qualche giorno. Erano tutti seduti vicinissimi, per farsi forza e per scaldarsi. Sotto terra hanno pure assistito alla nascita di un piccolo, mentre i loro figli e figlie si stringono la testa tra le spalle non appena sentono qualche rumore nel buio della notte. Chi potrà mai togliere loro questo trauma?

Maria non vuole più tornarci in Ucraina. Lei è spaventata come il suo bambino: Pietro (così abbiamo deciso di chiamarlo in italiano). È terrorizzato dalla sveglia del mattino che gli sembra la sirena della guerra e quando, nel silenzio della notte, sente passare sulla strada un’auto chiede se anche qui in Italia ci sono i carri armati. Ma come è possibile che nel 2022 a un bambino di 5 anni venga sottratta la serenità del sonno?

Volontari e volontarie con le famiglie ucraine durante il pranzo pasquale

Lui e la sua mamma non avevano una cantina dove nascondersi e così si sono rifugiati, stando abbracciati, nel bagno della loro casa a Kharkiv per giorni e giorni. Maria ha bevuto solo acqua e, finché ha potuto, ha dato quel poco cibo rimasto in casa solo a suo figlio. Poi ha deciso che doveva scappare, doveva tentare di portarlo al sicuro. Ha deciso che non era possibile vivere nascosti, senza poter uscire e senza poter comprare del cibo. Si è detta che avrebbe dato via tutto quello che aveva, ma lì non voleva starci più.

Suo marito li ha accompagnati fino al confine con la Romania: hanno pagato per potersene andare e si sono fatti 3 giorni di viaggio a piedi in mezzo alla neve. Solo la volontà di salvarsi le ha dato la forza di camminare con il freddo senza trovare ristoro per 3 lunghi giorni. “Solo in Italia ho trovato una vera accoglienza e dell’aiuto gratuito”, mi dice, “lungo la strada, invece, non è stato possibile trovare un posto per dormire. Finalmente a Trento siamo riusciti a prendere un treno che ci ha portati qui nelle Marche”. Si vede che Pietro ha le piaghe su un piedino e qualcosa nella mia testa mi dice che se le ricorderà a lungo.

È vero che gli italiani sono accoglienti. Da quando abbiamo chiesto aiuto, c’è chi ci consegna uova fresche, chi ci ha regalato prosciutti e lonze da poter tagliare per loro, verdure e insalate, patate in grosse quantità. Dolci e pane fresco, quasi tutti i giorni.

I volontari di Arché si sono attivati per reperire un cambio per tutti i bambini e, quando siamo andati a comprare la biancheria intima, alla cassa il conto per le mutandine e le canottiere dei bambini era già saldato. E ciò mi emoziona. Dal giorno in cui mi sono alzata prestissimo per il primo nucleo, ad oggi ne sono arrivati altri 5 e il telefono non smette mai di squillare. C’è sempre qualcuno che vuole portare qualcosa per loro. La solidarietà esiste e va alimentata.

Bisogna saper raccontare di queste persone che senza colpe sono scappate. Anche io continuo ad interrogarmi sulla guerra tutti i giorni. Mi chiedo come mai tutta questa mobilitazione arrivi solo ora e come mai di altri profughi non se ne parli. Mi chiedo perché questa guerra ci preoccupi di più e tutte le altre no. Mi faccio tantissime domande. Ho l’animo provato. Non è giusto. Continuo a dirmi che non è possibile che dei bambini non possano nascere e crescere nel loro paese senza poter vivere semplici paure educative, come quelle che ho avuto la fortuna di sperimentare io.

Nessuno dovrebbe avere il potere di poter decidere della vita di qualcun altro.

Ma il da farsi è tanto e mentre cerco risposte continuo a coordinare tutto l’impegno che questi nuclei mamma bambino sono riusciti ad attirare. Ho, abbiamo, il dovere di aiutarli. 

Ora le giornate sembrano un pochino più organizzate e meno vuote. Le mamme, 3 o 4 volte alla settimana, hanno il corso di italiano offerto dalla Caritas diocesana e dall’Utes. Per i bambini e le bambine, invece, stiamo cercando di creare attività pomeridiane ludiche.

Ma si può davvero chiudere dei vissuti così, dentro a delle parole?

Speriamo che la Pasqua sia davvero un passaggio a qualcosa di autenticamente BUONO. Per loro in primis.