
Immagine realizzata da Rhea Jane Ibarra
L’abbandono è uno dei sentimenti più antichi esistenti nell’essere umano e può avere diverse forme, abbandono familiare, abbandono relazionale, abbandono istituzionale; è uno dei sentimenti con cui noi educatori ci interfacciamo maggiormente.
È un sentimento silente, difficile da riconoscere perché, in maniera istintiva, le persone cercano di camuffarlo come meglio possono, ma se c’è una cosa che il nostro lavoro insegna è che, nella maggior parte dei casi, il sentimento che alimenta uno stato profondo di malessere è proprio l’abbandono.
È talmente doloroso saper riconoscere il fatto di essere stati abbandonati che a volte risulta estremamente più semplice reprimere questo profondo dolore e cercare di sopprimerlo come meglio si riesce.
L’abbandono è subdolo: ti fa credere di essere sparito, ti fa credere di aver lasciato spazio ad altri sentimenti, ma non è così e quando meno te lo aspetti torna a galla più forte di prima a ricordarti che qualcuno o qualcosa ti ha dimenticato e ti ha lasciato andare senza minimamente preoccuparsi.
Questo crea nella persona la convinzione di poter contare solo su se stessi, di non meritarsi l’amore altrui, di non meritarsi una seconda opportunità.
L’abbandono genera sfiducia, sfiducia verso se stessi, sfiducia verso gli altri, sfiducia nel sistema. Questo è l’ostacolo più grande che un educatore deve affrontare: saper riconoscere questo profondo dolore, saperci entrare e farsene carico, iniziare a provare ad affrontarlo partendo dalle basi.
Allora la domanda è: “Come è possibile aiutare ad affrontare l’abbandono creato da altri?”.
Il lavoro dell’educatore è fatto principalmente di piccole azioni, azioni quotidiane, azioni che al principio possono risultare dure, azioni umane. L’educatore entra nella vita dei suoi utenti in punta di piedi.
Negli istituti di detenzione, dove l’abbandono è uno dei sentimenti più diffusi, il nostro lavoro risulta essere ancora più delicato e sottile poiché le figure professionali che gravitano al loro interno sono molte e ognuna con il proprio compito specifico, e per far sì che il lavoro abbia il risultato sperato è necessario saper mantenere il giusto equilibrio.
Nella maggior parte dei casi i detenuti riportano di sentirsi abbandonati dalle istituzioni, dalle famiglie, dalla società, dalla vita; si sentono nullità e si identificano con il reato commesso e con il loro essere solo detenuti, dimenticandosi di essere uomini e donne; madri e padri; figli e figlie; dimenticandosi di essere persone. Il senso di abbandono che provano li porta a considerarsi invisibili agli occhi della società, chiusi dentro una cella 4×4 con altre persone definite socialmente “simili”, facendo passare i giorni fino alla fine della loro condanna.
Il lavoro educativo all’interno degli istituti di pena ha lo scopo di alleggerire queste routine tendenzialmente sempre uguali, ha lo scopo di sostenerli nel loro percorso di ricostruzione sociale, facendoli sentire visti attraverso lo strumento più efficace che l’educatore può utilizzare: l’ascolto.
La sfiducia generata dall’abbandono è il primo livello che bisogna affrontare quando si lavora con persone che si sentono dimenticate e abbandonate, e per poterla affrontare è fondamentale che queste persone inizino ad affidarsi alle figure educative. È un lavoro lungo e che necessita costanza: coloro che si sentono abbandonati avranno la tendenza a mentire e a raccontare ciò che immaginano che l’interlocutore voglia sentirsi dire.
È il loro istinto.
Per poter affrontare questo dolore è importante che l’educatore, nonostante sia consapevole che quello che gli viene raccontato sia alterato, sia accogliente ma diretto e che soprattutto sia sincero.
Il senso di abbandono, superficiale o profondo che sia, non potrà mai essere eliminato dalla persona, ma lo si può affrontare, analizzandolo, rendendolo pubblico, ammettendolo, ed è dopo questi passi che il lavoro educativo diventa necessario.
L’educatore ascolta, l’educatore sostiene, l’educatore empatizza, l’educatore supporta, l’educatore consiglia.
Martina Savi
Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti i capitoli del “Lessico Resistente”, ciascuno accompagnato da un’immagine di Rhea Jane Ibarra.
📖 Lessico Resistente – p. Giuseppe Bettoni, Vittoria Veneroni e Giada Violanda
⛔ Esclusione Sociale – Gloria Dentico
🥀 Indifferenza – Giada Violanda
🪷 Rinascita – Asia Cesareo
🌼 Accettazione – Vittoria Veneroni
❤️🩹 Riconoscenza – Valentina Zeghini
🛝 Attesa – Pina Pinto
🐘 Apparenza – Nicole Mezzanzanica
🗣️ Giudizio – Sara Capelli
🖼️ Determinazione – Mariuccia Magri
☀️ Esistenza – Agnese Pirolo
🌈 Oltre – Valentina De Fazio
💧 Cambiamento – Helena Ortu
🫱🏼 Ricaduta – Elisa Cavoretto
🏠 Condivisione – Mariangela De Luca
⛰️ Possibilità – Eugenio Tagliabue
🧑🏻🤝🧑🏼 Consapevolezza – Giorgia Falanga
❤️ Razzismo – Rossella Lovecchio
🧠 Violenza – Michela Scaccia
🙌🏼 Inclusione – Paola Ciaglia
💛 Coraggio – Cristiano Valanzano




