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Paolo Dell’Oca e Jacopo Palmieri, in viaggio per Arché

Cosa significa MEAN?*

MEAN significa Movimento Europeo di Azione Nonviolenta. MEAN significa che un’Europa diversa è possibile. MEAN significa qualcosa che non sappiamo ancora ma che si scoprirà, che non dipenderà soltanto da noi ma anche da noi. MEAN significa che sto andando alla marcia dell’11 luglio a Kiev, come Arché, e come persona.

Da 18 anni (e non da 27, che prima ero ignorante) l’11 luglio per me è Srebrenica, buco di morte nel cuore dell’Europa in cui sono scomparse le vite di migliaia di uomini e ragazzi musulmani bosniaci. Sotto gli occhi, protetti dai caschi, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sotto i nostri occhi.

Circa diecimila esseri umani deturpati barbaramente in una manciata di ore, un massacro che anche le Nazioni Unite, oltre alla Corte Internazionale di Giustizia, avrebbe dichiarato “genocidio”, se uno Stato non avesse espresso il suo veto. La Russia.

Le morti conseguenti all’invasione russa dell’Ucraina sono decine di migliaia, persone che non ci sono più, padri e figli, soprattutto, ma non soltanto, anche madri e figlie.

L’11 luglio il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta ha organizzato una marcia che si farà da fermi, per questioni di sicurezza, che sembra una contraddizione ma non lo è: è il tentativo di trovare altre strade per la nostra umanità, visto che quelle che conosciamo sembrano non bastare. La cosa irragionevole non è una marcia da fermi, lo è togliere la vita ad altri esseri umani, criminale, contrario ai diritti umani.

E non ce ne capacitiamo.

Un po’ è comprensibile che non ce ne capacitiamo, ma soltanto un po’: la guerra è anche conseguenza di una serie di scelte che compiamo ogni giorno, di parole che diciamo e di parole che non diciamo, di politici da cui ci facciamo rappresentare e di conti correnti che apriamo.

Forse la pace non si farà andando a Kiev e incontrando la popolazione, ma credo che la si possa fare anche così, e che sia necessario trovare più modi possibili per costruirla. Più mondi possibili da ascoltare e coinvolgere, sapendo che il dialogo non ci riporta alla nostra verità, ma ad una terza, che sta tra noi e i nostri interlocutori e interlocutrici, a cui nessuno sarebbe arrivato da solo.

Primo punto del decalogo del MEAN, prosegue qua.

*Traducibile in inglese con “What does it mean MEAN?”.

Paolo Dell’Oca